Pubblicato da: chinonrisica | 15 gennaio 2016

Un po’ di Colonia?

Sono rimasta senza parole nel percepire l’imbarazzo dei giornalisti incaricati di dare la notizia dei fatti accaduti a Colonia.
Un imbarazzo figlio di ipocrisie infinite, dannose per tutti, letali per le conquiste femminili.
Le donne occidentali fanno i conti da sempre con la violenza e la prevaricazione maschili: per mantenere viva l’attenzione sull’uguaglianza  e realizzare piena parità- almeno sulla carta- sono nate associazioni, comitati, manifestazioni e sono state ottenute modifiche significative ai nostri codici, civile e penale.
Questo non significa che la strada ancora da percorrere sia breve.
Ma sono  fiera di poter spiegare ai miei studenti che non esistono più potestà maritale e paterna, che i coniugi hanno eguali diritti e doveri, che lo stupro è finalmente un reato contro la persona.
Questo mentre ancora le donne che lavorano fuori casa sono la metà degli uomini,  il cognome attribuito ai figli è quasi esclusivamente quello paterno,  i media ci propongono immagini femminili spesso imbarazzanti.
Quello di cui proprio non abbiamo bisogno, in questo clima di faticosa e continua conquista , è il ritorno alla donna come preda sessuale , realizzato con schemi da giungla e con metodi rapaci, organizzato per ferire nell’animo, prima ancora che nel corpo.
Le donne di Colonia ( ma anche svizzere o di Amburgo) sono diventate il simbolo di quello che, per molti uomini, tutte le donne  devono diventare: animali in fuga, da utilizzare per sfogare istinti, per terrorizzare popoli, per affermare identità.
A questo ci ha portato il non voler vedere come gli uomini provenienti dal mondo islamico troppo spesso trattano le loro donne. Ci siamo nascosti dietro il rispetto dell’altrui cultura per diluire la nostra. Anzi, per sminuire , minimizzare e togliere forza alle conquiste femminili in Occidente.
In una stessa realtà territoriale non possono esserci donne che dissertano sulla femminilizzazione dei sostantivi legati ai ruoli ( ministra, assessora, chirurga..) ed altre costrette a restare a casa, a non conoscere la lingua del Paese che le ospita, a camminare a rispettosa distanza dai propri mariti.
Non ci possono essere donne a cui non è permesso uscire per frequentare corsi di lingua o di diritto ed altre che si candidano ad importanti ruoli istituzionali. I diritti, se non sono universali e sostanziali,non possono definirsi tali.
In Europa abbiamo accettato, per le donne di altri Paesi, ciò  a cui mai avremmo consentito per gli uomini provenienti da quegli stessi Paesi!
Immagino l’indignazione popolare davanti a individui di sesso maschile ghettizzati dalle loro donne, in un continente che fa dei diritti umani un’ indiscussa bandiera civile!
Non lo si sarebbe tollerato, giustamente. Mentre lo si accetta per le donne.
Ciò ha indotto alcuni fanatici, dotati di un ego maschile belluino ed immaturo, a pensare che fosse possibile – ed anzi giusto –  “punire” la libertà femminile con una violenza a raffica, beffarda e irridente.
Intendiamoci, l’anello debole della catena, le donne, piacciono sottomesse e umiliate a molti uomini, senza troppe differenze etniche e culturali: ad alcuni viene lasciato il “lavoro sporco”, mentre  altri li supportano, con il silenzio complice e con la minimizzazione facile.
Dobbiamo dire con chiarezza che non ci stiamo. Troppo vicino il ricordo della vis grata puellae, dei jeans come alibi per non condannare gli stupratori, dei proverbi contadini per i quali “la donna non è gente”.
In Danimarca sono stati istituiti corsi per insegnare ai migranti il modo con cui è necessario rapportarsi alle donne. Li si istituisca subito, ovunque, rendendoli obbligatori e lasciando che ad insegnare siano solo donne.
Quelle donne studentesse e lavoratrici, non solo compagne  invisibili, con cui gli uomini occidentali hanno imparato a convivere, pur con rigurgiti di rabbia e di violenza, in un percorso faticoso di reciproco riconoscimento e rispetto.
Deve essere così anche per chi arriva da altre realtà. Senza  ambigue vie di mezzo o mediazioni al ribasso.
Intestare gli alloggi popolari alle mogli dei migranti, alle stesse mogli far percepire gli assegni familiari dei figli, legare i vantaggi dello stato sociale alla conoscenza della lingua da parte delle donne e al rispetto dei principi costituzionali di parità e uguaglianza in ambito familiare: è possibile. Basta credere alla bontà delle proprie regole e alla inalienabile dignità delle donne. Ogni altra scelta mostrerà con evidenza che ci attende un  medioevo culturale, anelato da troppi pur se perpetrato, ancora, da pochi.
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Pubblicato da: chinonrisica | 30 dicembre 2014

la condanna dell’amore

Chiudo il 2014 con il trentesimo post dell’anno. Il meno fecondo da quando Chinonrisica esiste.

Anni di fatica inutile, che pesano tanto su spalle non più in grado di reggere, fingendo che serva a qualcosa.

Forse le vite di tutti sono impastate dall’ipocrisia del fare e forse poi, alla fine, resta poco o nulla dell’indaffararsi di ognuno. Vite che generano vite e che sono destinate ad essere ingombro, fastidio, peso. Quanto sarebbe meglio decidere di bastare a se stessi o di sparire, non appena chi nasce da noi è in grado di gestire l’essenziale.

A che cosa serve portare la croce di una quotidianità inutile, ipocrita e per qualcuno persino irritante? Non c’è salvezza senza amore, comprensione, affetto e complicità. E sono virtù rare e preziose: scambiate facilmente, in gioventù, con la soddisfazione di un istinto sessuale vigoroso, ma ben lontane dall’esserne sinonimi.

L’amore non è una facile scopata, affetto e complicità non sono l’attrazione sessuale, comprensione non è la reciprocità del desiderio. Lo capisci quando è tardi per scegliere chi vuoi davvero accanto, per vivere – non sopravvivere – nei giorni freddi della maturità.

Se essere soli è inevitabile, sarebbe bene scoprire un sano egoismo riparatore. Soli per se stessi e con se stessi. Bastando alle proprie risorse e alle proprie forze, fino a che si può.

La condanna dell’amore ti porta invece a cercare toppe e rimedi a lacerazioni sempre più ampie.

Rammendi che si applicano a tessuti sempre più fragili, indeboliti forse dai lavaggi eccessivi, dalle cure continue, dal calore del ferro da stiro con cui – ingenua e stolta donnina – volevo coltivarne e mantenerne la bellezza.

Il trentesimo articolo del 2014. Mai ho atteso un nuovo anno con tanta intensità, terminando  quelli trascorsi con tanta disillusione.

Pubblicato da: chinonrisica | 1 ottobre 2014

Ancora Remigini?

I Remigini erano i bambini che iniziavano la scuola.
Piccoli, con enormi cartelle rigide (gli zaini erano di là da venire), grembiulini bianchi e neri, in attesa del fiocco che la maestra avrebbe scelto per loro.
Era il primo giorno di ottobre e l’esordio era salutato dalla TV( dei ragazzi!), dalle cartolerie, dai genitori e dai parenti.
La scuola era vista come una tappa essenziale della vita,i piccoli studenti riempivano ordinati aule grandissime, affollate, con banchi di formica verde, lavagne girevoli e cattedra rialzata.
Oggi molto è cambiato, ma credo restano intatte le emozioni di chi inizia. Ci sarà tempo per dissacrare,sbuffare, disprezzare…..Piccoli occhi in aule meno severe ed affollate, pieni della stessa curiosità.
Cerchiamo di essere all’altezza delle loro attese!!

Pubblicato da: chinonrisica | 24 settembre 2014

Lecce, luce azzurra e miele

Ringrazio un amico che mi ha consigliato di riprendere il blog. Oggi ho pubblicato due post, sull’onda dell’entusiasmo.

L’articolo che segue è così bello che mi sarebbe dispiaciuto perderlo e non fissarlo tra i miei ricordi.

Lecce è una città del cuore, per me. E questo articolo la descrive splendidamente

Consiglio a tutti una visita: barocco spavaldo, azzurro e luce, due mari vicini, ottimo cibo e cortesia.

Lecce, città inzuppata nel latte
di Tomaso Montanari
“Il Fatto Quotidiano”, 7 lug. 2014

IL SEGRETO DEGLI ARCHITETTI
Lecce è un biscotto. Tutto traforato, decorato, stampigliato.
E infatti Lecce è stata inzuppata nel latte, tanto tempo fa. Davvero, sul serio: gli scultori e gli architetti del Seicento avevano capito che per farla durare, la pietra morbida che tagliavano e scolpivano (il leccisu), bisognava impregnarla di latte. Così sarebbe diventata impermeabile, e col tempo si sarebbe indurita. Lo scrive un poeta, nel 1635: le pietre a Lecce sono così numerose che nessuno ci fa caso. E sono tenere, come un legno giovane – dice ancora: ma dopo che vengono tagliate «in loro passa virtute che le pregia e che l’indura: mirabili a vederle». Poi, col passare dei decenni e dei secoli, quella pietra prende il color del miele, biondo e solenne. Ecco: Lecce è una città di latte e di miele, come quelle di cui si parla nei Salmi.
E nel latte e nel miele vivono migliaia di figurine, animate e misteriose. Putti grassocci e goffi che si abbracciano per non cadere nel vuoto, circondati da cherubini e serafini affogati tra i festoni di verzura. E ancora aquile, draghi, leoni, unicorni, scimmie e pirati turchi: tutti a reggere le mensole su cui posano santi timidi, o quelle su cui si agitano altri santi più estroversi, quasi esibizionisti. E ovunque frutta: festoni, cesti, trionfi, monti di frutta di ogni tipo. Ci sono terrazze rette da sette o otto cavalli alati, e scritte di pietra srotolate da legioni di angioletti sbarazzini. Interi alberi di pietra, abitati da uccelli del paradiso, crescono sulle facciate delle chiese: e uno pensa che sia di zucchero filato, questa città meravigliosa e struggente. E poi ancora: dalle pareti sbucano donne che pregano a mani giunte, ma anche loro sono di pietra, e pensi che tra poco saranno reinghiottite in questo mare giallo e dolce. Infine, mentre il sole gira, capisci che questo traforo di pietra, questo magnifico scialle, serve solo a catturare la luce, ad ingannare le vampe d’estate: a dipingere tutta Lecce con un chiaroscuro che cambia lentamente, ma inesorabilmente. Come se un pittore divino fosse perennemente incerto sulle luci del suo immenso quadro.
Sant’Oronzo, che era una persona seria, contempla tutto questo dalla vetta di una solida colonna romana: e guarda con benevola perplessità quel gran biscotto scolpito, tuffato nel latte e ormai color di miele. E non smette mai di proteggerla, la sua Lecce: per farcela ritrovare ogni volta più commoventemente bella di prima. Per invitarci a tornare, per offrirci ancora il suo latte e il suo miele.

Pubblicato da: chinonrisica | 24 settembre 2014

Daniza che muore……

Daniza è l’ora trentina uccisa dall’incuria umana, a causa di una anestesia poco accurata. Ha lasciato orfani i suoi piccoli alla vigilia di un letargo difficile, per loro.

Questa lettera è stata pubblicata sul Venerdì di Repubblica, il 19 settembre. Ne sono fiera….Un piccolo peccato d’orgoglio.

Daniza è un simbolo, una metafora dei nostri giorni e dei rapporti di forza di cui siamo spettatori.

Daniza muore per l’ incapacità e l’indifferenza dell’uomo, quello stesso che l’ha voluta in Trentino e l’ha usata, per trarne profitto e e godere di un’immagine immacolata e rispettosa dell’ambiente
Utile finchè quieta,mamma orsa, da sopprimere quando difende ciò che le è caro: i suoi cuccioli, il futuro della sua specie.
Dovremmo tutti trarre insegnamento dal suo sacrificio, per imparare a salvaguardare i nostri “cuccioli”- il nostro domani- dall’insipienza arida di politicanti scaltri. Che usano la natura finchè è funzionale al marketing e la prevaricano senza  scrupoli quando inevitabilmente vuole – come è giusto, irriducibile e atavico – reagire e salvarsi.
Una vergogna per il Trentino, questa morte “accidentale”. Una piccola lotta per la libertà finita con il più debole che soccombe agli interessi del più forte. Un messaggio che trascende l’attualità e fa riflettere.
E’ giusto chiedere che chi ha responsabilità di governo risponda per questo: un metodo sbrigativo e semplicistico per risolvere problemi che possono essere  piccoli solo per una visuale miope della realtà. Quella di chi crede che al Trentino del futuro basti una natura da cartolina, di plastica, pura immagine. Priva dei sussulti, dei pericoli e delle emozioni che solo la Natura vera sa dispensare.
Pubblicato da: chinonrisica | 14 agosto 2014

Sola

Che cosa ti porta a guardare con indifferenza il tuo corpo che cede sotto la trascuratezza e l’inedia? Il gusto un po’ tetro di mangiare le unghie, rinunciando ad avere mani dignitose. Gli abiti indossati per coprire, nascondere, non più per piacersi e piacere.

Questa sensazione di inutilità profonda che parte dall’impossibilità di procreare e diventa negazione di sè, trasparenza totale agli occhi di chi dovrebbe guardarti con la tenerezza degli anni: è una condanna che forse merito. Non so.

Certo è dura e difficile da sopportare, come un castigo inaspettato. Cuore pesante e mente in subbuglio, dovere da compiere e voglia di sottrarsene e scappare.

Non può essere vita.

Pubblicato da: chinonrisica | 8 luglio 2014

Fuori dal nido…..

Il Corriere del Trentino pubblica oggi un mio intervento sul tema delle esternalizzazioni dei nidi per l’infanzia. Al lavoro garantito si sostituisce lavoro precario….L’ente pubblico non può volere questo!

 

 

Il Comune di Trento si appresta ad affidare a terzi la gestione di un nido d’infanzia di nuova realizzazione.

Il servizio offerto all’utenza ( in costante calo) sarà identico a quello fornito dai nidi comunali : di ottimo livello ( ben 188 pagine descrivono la qualità dell’offerta formativa del nido d’infanzia). Ma mentre l’amministrazione comunale sostiene un costo annuo di 14.074 euro per ogni bimbo all’interno delle strutture  pubbliche, in quelle affidate a terzi il costo pro capite scende a  11338 euro.
Dal momento che il servizio fornito alle famiglie è rigorosamente identico,la diminuzione di spesa si giustifica soltanto con il minor costo del personale.
Chi lavora in un asilo nido privato guadagnerà cioè molto meno  dei colleghi impiegati in quello comunale e resterà precario per sempre, costretto a rinunciare a molte di quelle tutele che sono costate decenni di lotte sindacali.
Esternalizzando una parte del servizio, poi, il Comune sarà costretto a collocare i dipendenti in esubero, non licenziabili, in posizioni che sarebbero state coperte dagli iscritti alle graduatorie dei lavoratori a tempo determinato. I quali, perciò, non potranno sperare in un contratto, sia pure temporaneo, nel prossimo futuro.
Dato che molto spesso si tratta di giovani, non c’è da meravigliarsi se la domanda per i nidi di infanzia è in costante calo! Chi, pur con grande sacrificio,potrà permettersi di avere un figlio cercherà l’aiuto dei nonni. Di quel welfare speciale e a costo zero costituito dalla famiglia.
Il futuro porterà esternalizzazioni ulteriori, rispetto a quelle già in essere: nidi d’infanzia, assistenza agli anziani e ai disabili, trasporti, biblioteche, pulizie….Un risparmio realizzato sulla pelle dei lavoratori. Così resteranno disponibili, nel bilancio pubblico, i fondi per i contributi alle associazioni ( 8 milioni nel 2013)e alle circoscrizioni ( più di 4 milioni all’anno), per le Aziende Speciali,per la creazione di nuove società pubbliche con consigli di amministrazione, direttori e presidenti……
 Mi spaventa il fatto che anche il Comune diventi un datore di lavoro sempre più “esternalizzante” e che un numero crescente di persone siano costrette ad accettare, pur di portare a casa uno stipendio, condizioni salariali e contrattuali inique.
E’ difficile prendere atto che, nella Repubblica fondata sul lavoro, intere generazioni di lavoratori – subordinati, pseudo-autonomi, professionisti –  subiscano un comune destino di minore guadagno e minori garanzie. Soprattutto a fronte dello spettacolo offerto dalla politica: quella locale – immobile e arroccata , speranzosa nella labile memoria degli elettori- e quella nazionale, che balbetta impotente davanti ai numeri della disoccupazione,mentre tenta di ripristinare una anacronistica immunità.
Pubblicato da: chinonrisica | 26 giugno 2014

44 anni fa, S.Vigilio……

Oggi a Trento si festeggia S.Vigilio, il santo patrono.

Ogni anno il mio ricordo va ad un antico S.Vigilio, quello di 44 anni fa.

Ero arrivata a Trento il giorno prima, lasciandomi alle spalle il mare azzurrissimo di Nervi. Una stazionicina e alcuni amici venuti a salutare una tredicenne con i capelli lunghi, il sole di giugno che brillava sui pitosfori e la consapevolezza che non sarei scesa in spiaggia quel giorno.

Si partiva e lasciavo la casa affacciata sul mare e sulla via Murcarolo. Ero convinta che sarei tornata presto , così mi avevano detto i miei genitori. Ma loro sapevano che così non sarebbe stato e per quell’ingenua  bugia non riesco a perdonarli nemmeno ora.

Un viaggio lungo, poi l’arrivo a Trento in un  tardo pomeriggio luminoso. Le montagne incombenti e straniere, le vie tutte da scoprire( ricordo ancora di essermi chiesta con curiosità dove sarebbe sbucata una strada che allora mi parve stretta e tortuosa e che oggi percorro spesso. Ogni volta la vedo con gli occhi di allora…..)

Una nuova casa e una nuova città. Il risveglio del giorno dopo con l’amara sorpresa dei negozi tutti chiusi per la giornata di festa e dell’impossibilità di fare la spesa.

La Trento del 1970 non era quella di oggi: pochi negozi, con chiusure rigorose e una popolazione diffidente verso quella famiglia, nuova ed abbronzata, che cercava qualcosa per la colazione.

Ricordo l’amarezza di mia madre, abituata all’apertura ininterrotta dei negozi della riviera, e lo smarrimento della giornata festiva e solitaria, in una città deserta  dal cielo fosco per uno dei tanti temporali estivi con i quali non avevo familiarità.

L’inizio di un percorso: nuovi amici, nuova scuola ( e l’arrivo di Cinzia a consolare la mia solitudine), nuove abitudini.

Spesso sogno la mia vita di allora,a Nervi, con i luoghi che mi erano cari, come se il tempo non fosse passato. Una tredicenne di 57 anni che ad ogni S.Vigilio rivive quel distacco e quell’approccio.

E che lo racconta al blog, prima che i fuochi d’artificio serali portino via l’ultima festa dell’estate di Trento.

Pubblicato da: chinonrisica | 17 maggio 2014

Una strada verso il mare

L’oroscopo dice che Venere è nel mio segno…..sarà per questo che mi piace pubblicare una canzone di Mango, uscita alcuni anni fa. Mi ricorda la strada che, in mezzo all’Appennino, porta al paese di mare della mia infanzia e giovinezza. Un mare unico, mai più ritrovato, un profumo che diventa tutt’uno con il sole.Un mare blu intenso, trasparente e amico. I monti alle spalle,aspri, profumano di gelso. Una Calabria che porto nel cuore.

Pubblicato da: chinonrisica | 14 maggio 2014

Campi scomodi……

Le prossime sedute di Consiglio comunale saranno in parte dedicate alla discussione ( ed approvazione pressocchè scontata) del servizio di accompagnamento educativo e di mediazione culturale rivolto alla comunità Sinta e Rom autorizzata alla sosta nel campo nomadi di Ravina presso Trento.
Da più di quindici anni la stessa cooperativa si occupa del campo nomadi cittadino. Un campo che non dovrebbe più nemmeno esistere perchè una legge provinciale del 2009 ha abrogato quella del 1985, che ne prevedeva la costituzione e la necessaria gestione
I campi nomadi avrebbero dovuto essere sostituiti con le cosiddette micro-aree, previste dalla legge provinciale n.12 del 2009.
Una legge rispettosa delle prescrizioni europee in materia di tutela delle minoranze, che ci ha inserito immediatamente tra le realtà virtuose a livello nazionale.Una legge che non tutta la maggioranza di centrosinistra al governo della Provincia aveva accettato di buon grado. E il metodo per fare bella figura senza perdere consenso elettorale è stato presto trovato : non approvare il regolamento di attuazione.
Peccato che questa “inadempienza” si traduca nella necessità di approntare un servizio di gestione del campo nomadi. Un servizio che, in forza di una legge abrogata, costerà ai cittadini di Trento 134200 euro all’anno.
Duecentocinquanta milioni delle nostre lire per gli anni 2015, 2016, 2017, 2018 e 2019. Più di un miliardo, quindi.
La realizzazione delle micro-aree, sgradita a qualche forza politica presente in maggioranza, è stata evitata rendendo inapplicabile una legge scomoda.
Con il doppio vantaggio di garantire reddito ad una realtà di privato sociale e di evitare una forma di residenzialità impopolare.
Pagheranno i cittadini con le loro imposte e pagheranno i residenti del campo, a cui non piace vivere in una realtà tanto ghettizzante.
Se proprio non si vogliono realizzare queste nuove tipologie di residenzialità, che garantirebbero dignità abitativa a chi vive nel campo nomadi, responsabilizzando i nuclei familiari allargati, almeno si lasci che gli stessi Sinti e Rom gestiscano il loro campo.
Nella sempre osannata Finlandia ciò avviene da tempo e operatori di etnia Sinta e Rom, opportunamente formati, si occupano della mediazione culturale nei campi e negli appartamenti.
Per quanto riguarda Trento, invece, affidiamo da più di quindici anni un servizio di accompagnamento che non piace agli accompagnati e non giova granchè agli stessi operatori, costretti ad un lavoro duro e non certo lautamente retribuito.
L’accompagnamento presuppone il raggiungimento di una meta. Che è l’affrancamento dal bisogno di un mediatore, il conseguimento di una maturità sociale e civile cui si arriva anche attraverso il vivere dignitoso e responsabile.
Le micro-aree sarebbero state un investimento per Trento e un’occasione di crescita e responsabilizzazione per gli occupanti, chiamati ad essere cittadini al 100% .
L’Europa ha chiesto agli stati membri di legiferare attivamente in questo senso. Il Trentino lo ha fatto solo a metà, tralasciando di dare concretezza alle proprie scelte. Temendo l’impopolarità. Ma ora, alla vigilia del voto per il Parlamento europeo deve essere chiaro che questa inadempienza peserà sul bilancio della città per molti anni. E che per dare attuazione alle leggi scomode occorrerebbe la stessa solerzia utilizzata per garantirsi pensioni dorate e buonuscite milionarie. O bisognerebbe imparare a dire, con chiarezza, che lo status quo conviene troppo a molti.

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