Pubblicato da: chinonrisica | 25 novembre 2016

Un 25 novembre ipocrita

 Pur con amarezza, non celebrerò in alcun modo la giornata della violenza contro le donne.
E non lo farò da  madre di una giovane professionista alle prese con le difficoltà di inserimento in una società in piena e prolungata crisi economica. Non lo farò da insegnante,abituata a confrontarmi con le mie tante studentesse, ormai donne.
Non lo farò da persona impegnata politicamente da sempre. Non mi presterò all’ennesima ipocrisia, che identifica la tutela delle donne  con lo sdegno contro le uccisioni, i ferimenti e le umiliazioni delle tante vittime di falsi ed ingannevoli amori.
Sotto i nostri occhi, che non vogliono vedere, si moltiplicano i casi di donne che non sono pienamente cittadine, non conoscono la nostra lingua, non possono  aspirare ad una pur piccola indipendenza economica, vivono delle scelte e delle decisioni di uomini che su di loro hanno un potere totale. Questi ultimi non le uccidono,( ma a volte si, come ovunque), tuttavia negano loro lo status di parità e di dignità che la nostra Costituzione invece garantisce..
Sono indignata dal silenzio su questi temi fondamentali, contrabbandati come rispetto culturale e bollati come manifestazione di strisciante razzismo.
Islam Italia di Gad Lerner, nella puntata di domenica scorsa,  ha mostrato con inconfutabile  evidenza, in tarda serata ( perchè?), il ruolo sottomesso e marginale delle donne nell’Islam italiano.
Molto ci sarebbe da dire sul trattamento universale riservato alle donne: spose bambine,destinate ad una triste rivisitazione del matrimonio riparatore nella Turchia di oggi,mogli di poligami riproduttori instancabili ( a quando una seria politica di controllo delle nascite nei Paesi da cui i giovani fuggono per povertà e disperazione?), schiave di lusso di sauditi miliardari, che suppliscono con oro e gioielli ad una mancanza totale di autonoma visibilità e dignità per le loro compagne.
Mi si dirà che altrettanta libertà manca alle icone occidentali del successo, vittime della sopraffazione maschile con altrettanta crudeltà: chirurgia plastica estrema, sessualità ostentata, sindrome della “donna del capo”, come dimostrano le ultime scelte in ambito statunitense.
Ma credo che non esista paragone tra la sofferenza di  donne vilipese ( come Rosy Bindi o  le vittime del novello presidente Trump) e quella di donne costrette a non votare, non parlare la lingua del Paese in cui vivono, non guidare nè andare in bicicletta, non mostrare il proprio volto e tanto meno il proprio corpo , non poter sposare un uomo di fede religiosa diversa. Donne spesso, invece, obbligate ad accettare scelte matrimoniali imposte dal padre e a diventare proprietà del marito.
Questo mi indigna sapendo che è pratica frequente nel mondo. Mi diventa insopportabile, però, se vissuto e tollerato come scelta culturale nel mio Paese, con la Costituzione vigente, per la quale donne  e uomini orgogliosi hanno combattuto.
Si dirà che sono scelte culturali e libere.
Come quelle delle nostre nonne? Libere di non lavorare, di lasciare la politica (  una “cosa sporca”!) agli uomini, che non permettevano loro di votare nè di essere votate);  libere di non uscire la sera, di sposare il loro rapitore evitandogli la condanna per violenza carnale. Erano libere, le nostre nonne che hanno conquistato per noi l’emancipazione, di dedicarsi alle cure domestiche, soffocando ogni vocazione professionale, di subire la potestà maritale, di seguire il marito ovunque quest’ultimo avesse voluto stabilire la residenza familiare.
Con questi precedenti e senza ipocrisia che valore possiamo riconoscere alla pseudo – libertà delle donne che sempre più spesso arrivano, con i ricongiungimenti, più che con gli sbarchi, nel nostro Paese? Interessa a qualcuno il fatto che non possano dedicarsi allo studio della lingua perchè il marito non  permette loro di uscire e frequentare corsi aperti alla collettività?  Che non possano rispondere ad un’intervista, partecipare alle decisioni sul futuro dei figli, lavorare fuori casa, vestire come preferiscono,frequentare chi desiderano, essere protagoniste delle loro scelte religiose, civili, economiche e familiari?
 Con quale coscienza condanniamo la violenza degli uomini che uccidono il corpo restando indifferenti a quelli che soffocano l’anima, l’autonomia, la libertà, la creatività, in nome di un qualunque credo religioso, in una società che garantisce in privato libertà di culto, ma si ispira, nella vita sociale, a laicità di pensiero e di azione? A questo proposito,sulla presunta libertà e sulla simbologia offerta ( e il predecente creato)  dalla consigliera velata, eletta per il PD presso il Comune di Milano, Lorella Zanardo( Il Fatto quotidiano, 15 giugno 2016) scrive “Credo fermamente … che le conquiste ottenute con fatica ed enormi sacrifici vadano rispettate e onorate e che se si desidera occupare un posto nella gestione politica pubblica delle nostre città, lo si debba fare rispettando le lotte e le conquiste di noi donne italiane, onorandone anche i simboli più evidenti; come lo è il presentarsi, uomini e donne, a volto e a capo scoperto.”
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