Pubblicato da: chinonrisica | 30 dicembre 2014

la condanna dell’amore

Chiudo il 2014 con il trentesimo post dell’anno. Il meno fecondo da quando Chinonrisica esiste.

Anni di fatica inutile, che pesano tanto su spalle non più in grado di reggere, fingendo che serva a qualcosa.

Forse le vite di tutti sono impastate dall’ipocrisia del fare e forse poi, alla fine, resta poco o nulla dell’indaffararsi di ognuno. Vite che generano vite e che sono destinate ad essere ingombro, fastidio, peso. Quanto sarebbe meglio decidere di bastare a se stessi o di sparire, non appena chi nasce da noi è in grado di gestire l’essenziale.

A che cosa serve portare la croce di una quotidianità inutile, ipocrita e per qualcuno persino irritante? Non c’è salvezza senza amore, comprensione, affetto e complicità. E sono virtù rare e preziose: scambiate facilmente, in gioventù, con la soddisfazione di un istinto sessuale vigoroso, ma ben lontane dall’esserne sinonimi.

L’amore non è una facile scopata, affetto e complicità non sono l’attrazione sessuale, comprensione non è la reciprocità del desiderio. Lo capisci quando è tardi per scegliere chi vuoi davvero accanto, per vivere – non sopravvivere – nei giorni freddi della maturità.

Se essere soli è inevitabile, sarebbe bene scoprire un sano egoismo riparatore. Soli per se stessi e con se stessi. Bastando alle proprie risorse e alle proprie forze, fino a che si può.

La condanna dell’amore ti porta invece a cercare toppe e rimedi a lacerazioni sempre più ampie.

Rammendi che si applicano a tessuti sempre più fragili, indeboliti forse dai lavaggi eccessivi, dalle cure continue, dal calore del ferro da stiro con cui – ingenua e stolta donnina – volevo coltivarne e mantenerne la bellezza.

Il trentesimo articolo del 2014. Mai ho atteso un nuovo anno con tanta intensità, terminando  quelli trascorsi con tanta disillusione.

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Responses

  1. Ciao Giovanna, quello che stai vivendo l’ho vissuto anch’io… La vita è un divenire… Si riesce a sopravvivere ed a vivere nuove stagioni serene nonostante tutto. Tout passe, tout casse… dicono i francesi. Qualche volta fatti viva sul mio blog… magari con un giudizio su qualche novella..

  2. Cara Giovanna,

    Il post contiene alcune verità indiscutibili. Vero che “non c’è salvezza senza amore, comprensione, affetto e complicità”. Vero che sono virtù estremamente rare e preziose, molto più di quanto si sospetti in gioventù. Ma l’umanissimo scoraggiamento che Lei esprime (e con cui solidarizzo in toto) porta a conclusioni eccessivamente pessimistiche. Non è vero che ciò per cui ci si adopera con passione è vano, non è vero che essere soli è inevitabile, né che si possa bastare a se stessi (non sarebbe umano). Per fortuna, non è nemmeno vero che vi sia un momento in cui è tardi per scegliere una persona con cui condividere la vita. L’amore è una condanna? Credo di sì. Lo è nel senso che non si può passare per questo mondo senza conoscerlo, e lo è perché è qualcosa su cui si crede di avere il controllo, ma per definizione, non lo si ha. Quando si tratta di sentimenti noi crediamo di agire, ma è la natura ad agire tramite noi. Non possiamo scegliere chi, per ragioni misteriose, ci attrae. Naturalmente si può (e si deve) cercare di limitare i danni di un sentimento male indirizzato, ma si può farlo solo fino ad un certo punto, e biasimarsi per quanto si è provato, e per le scelte conseguenti, è come biasimarsi perché si hanno i capelli di un colore anziché di un altro.
    Tuttavia, la “condanna” dell’amore resta la motivazione più convincente che io riesca ad immaginare per giustificare la fatica di stare al mondo. E’ la cosa che più ci fa sentire vivi. E’ sempre valido, sempre nobile, sempre inevitabile ed irretrattabile, purché sia rivolto verso una persona che riteniamo degna del sentimento (anche se non ci ricambia). E, se ho individuato correttamente la natura di questa “condanna”, è altrettanto inevitabile che ci si possa trovare ad amare chi non corrisponde. Il che fa certamente soffrire in modo smisurato. Ma ciò non toglie nulla alla dignità del sentimento, e alla validità dell’esperienza di vita che ci regala/impone, che ci migliora comunque perché attinge alle nostre profondità (che spesso non sospettavamo nemmeno di avere), e perché dà un senso al nostro esistere. Del resto, se si potesse amare solo chi corrisponde ad un ideal-tipo che ci dà sicurezza e ci conviene, per definizione non si tratterebbe di amore. Anche chi ha molto sofferto per la “condanna”, comune all’intera specie umana, ha la percezione, in alcuni momenti di particolare lucidità, che le cose non potevano andare che nel modo in cui sono andate; e che, tornando indietro, rifarebbe il medesimo percorso. Perché in realtà non c’è mai stata scelta. E, in fondo, lo sappiamo.
    Mi auguro che il tempo possa cancellare lo sconforto che questo post (potente e coraggioso) esprime.


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