Pubblicato da: chinonrisica | 6 aprile 2014

L’acqua di Trento: no ad una nuova s.p.a.

Riprenderà a breve, in Consiglio comunale, il dibattito sull’acqua, o meglio sulla rete idrica cittadina.

La questione, controversa e spinosa, è stata oggetto di un dibattito pubblico dove molti e interessanti sono stati i contributi di esperti e tecnici.
Il Sindaco di Trento sembrerebbe orientato alla creazione di una società in house per la gestione locale dell’acqua e qui, a mio parere, iniziano le dolenti note.
La società in house ( in casa, tradotto alla lettera e con un significato molto calzante) è una società per azioni. Una società che gestisce un servizio pubblico, ma che è regolata dal diritto privato. In sostanza dal Codice Civile.
Un ibrido giuridico che, se in Europa può funzionare senza troppe difficoltà, in Italia si scontra con normative piuttosto rigide e contrastanti: una s.p.a. nasce per realizzare profitti, un ente territoriale deve offrire servizi di qualità con l’efficienza, l’efficacia e l’economicità previste dalla Costituzione.
E i profitti della società sono, inevitabilmente, dati dalle tariffe pagate degli utenti. Che sopportano appunto tariffe più elevate perchè il Comune ( ma anche la Regione o la Provincia) realizzino dividendi da utilizzare nei propri bilanci.
Le società in house, nate per velocizzare, “imprenditorializzare” una macchina pubblica farraginosa, sono diventate un modo per eludere i vincoli, positivi, che la Pubblica Amministrazione deve utilizzare nel suo agire: selezionare il personale per concorso, consentire il controllo puntuale degli organi rappresentativi dei cittadini, applicare principi di sobrietà nella spesa.
E se è vero che per le s.p.a. in house è previsto il controllo analogo ( analogo cioè a quello applicato sugli organismi interni dell’Ente) è anche vero che questo controllo non è previsto per i singoli rappresentanti, ma è affidato a comitati di nomina politica e spesso slegati dalla verifica puntuale dei singoli rappresentanti degli azionisti: i consiglieri comunali, nel nostro caso.
Si è detto che la nuova s.p.a. dovrebbe essere strutturata in modo da non realizzare utili e da operare solo con soggetti pubblici. Lodevole: ma questo è quanto oggi viene stipulato dai contraenti. Che per definizione ( si tratta di Sindaci eletti pro tempore) potranno cambiare. E se i futuri soci decidessero che è meglio poter vendere le azioni anche a soggetti privati e  questo venisse addirittura consentito da una delle tante modifiche normative europee? Se le regole statutarie venissero modificate e si potessero così attutire le prerogative di controllo , già indirette, concesse ai rappresentanti dei cittadini?
Come impedire poi alla nuova s.p.a., col tempo,  di  aprire a soggetti, sia pur pubblici, diversi e lontani dal nostro territorio, in un’ottica di convenienti economie di scala che però farebbero retrocedere le quote azionarie sottoscritte dai Comuni e le conseguenti potestà decisionali?
Ci sarebbe materiale per intasare le aule dei tribunali, nel tentativo di rivendicare uno status pubblico contraddetto dai principi privatistici che regolano la s.p.a.
Il legislatore ha lasciato alle pronunce dei giudici la risoluzione delle molte controversie nate dalla regolamentazione privatistica di soggetti che gestiscono servizi pubblici con denaro dei contribuenti.
E le prassi di una politica, che non ha certo mostrato il meglio di sè, hanno fatto il resto: nominando Consigli di Amministrazione politicizzati e, spesso, lottizzati; trasformando le assunzioni in serbatoi di consenso; moltiplicando le funzioni per moltiplicare, appunto, i primi e le seconde.
Se davvero si vuole realizzare un ente che gestisca l’acqua dei cittadini di Trento e Rovereto, si ricorra ad una municipalizzata di nuova concezione, gestita da personale distaccato dagli enti pubblici di appartenenza o assunto con regolare concorso pubblico, controllato dagli organismi elettivi dei due Comuni, con la direzione affidata ai Sindaci degli enti soci, coadiuvati dai tecnici e dai dirigenti comunali.
Nessuna nomina politica, nessuna indennità, controllo puntuale e rigoroso, nessun costo aggiuntivo da scaricare sulle tariffe. Se è vero che sbagliando si impara,la fallimentare privatizzazione di ITEA, costata milioni di euro e di cui la politica ha forti responsabilità. dovrebbe averci insegnato qualcosa.
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