Pubblicato da: chinonrisica | 30 agosto 2013

Agibilità condominiale

Non ci sono parole per commentare ciò che accade e che tende a rendere silenzioso il mio blog. Marco Travaglio,in un articolo tratto da IL FATTO di ieri, dice con chiarezza ciò che il diritto cerca di ingarbugliare.
Trasformandosi così da sublime difesa dei più deboli in cavillo odioso e deprecabile.

Agibilità condominiale (Marco Travaglio).

29/08/2013

Il 18 giugno è entrata in vigore la “Riforma della disciplina del condominio negli edifici”. Art. 71-bis: “Non possono svolgere l’incarico di amministratori di condominio i condannati per delitti contro la Pubblica amministrazione, l’Amministrazione della Giustizia, la fede pubblica, il patrimonio e ogni altro delitto non colposo punito con reclusione da 2 a 5 anni”. Nel caso in cui un amministratore in carica subisca una condanna per uno dei suddetti delitti, decàde subito dall’incarico. La legge è copiata dalla Severino del 2012 sull’incandidabilità e la decadenza dal Parlamento dei condannati a pene superiori ai 2 anni. Con una fondamentale differenza: B. non è amministratore di condomini, bensì senatore della Repubblica, editore di tv e giornali, molto ricco e potente. Il che spiega perché Napolitano non spende mezzo monito per l’agibilità condominiale di un solo amministratore condannato e decaduto; nessun giornale tuona contro la filosofia giustizialista e manettara retrostante la riforma dei condomìni; e nessun costituzionalista o giurista o Onida o Capotosti o Violante invoca il ricorso alla Consulta per l’incostituzionalità della retroattività. Già, perché l’amministratore di condominio viene cacciato su due piedi anche se condannato per un delitto commesso prima del varo della legge, pensata proprio per evitare che chi già ha rubato una volta maneggi ancora il denaro dei condòmini ricadendo in tentazione. Figurarsi la faccia dei condòmini se il pregiudicato dicesse: “È vero, ho svaligiato una dozzina di condomìni facendo la cresta sulle spese per il gasolio e facendo a mezzo col giardiniere, ma sono diventato buono”. Quelli comprensibilmente ribatterebbero: “Senta, caro, la legge mica è scritta per i posteri: noi abbiamo tutto il diritto di affidare casa nostra a un incensurato. Quindi fuori dalle palle”. Lo stesso vale per i chirurghi condannati per aver ammazzato un paziente scordando un bisturi nella sua pancia che pretendessero di tornare a operare perché l’omicidio colposo risale a prima della norma che vieta loro di tornare in sala operatoria. O per gl’insegnanti condannati perché stupravano le allieve che rivendicassero il diritto di continuare a insegnare con il decisivo argomento che stupravano prima della legge: diamogli un’altra chance.

Chi vuole divertirsi non ha che da leggere i sei pareri pro veritate firmati da otto insigni giuristi e depositati ieri da B. alla giunta del Senato per sostenere l’incostituzionalità della legge Severino che lui stesso, con tutto il suo partito, approvò otto mesi fa. L’istanza potrebbe intitolarsi: “Abbiamo scherzato” o “Siamo un branco di asini che votano leggi incostituzionali a loro insaputa”. Ma sarebbe una bugia, perché lo scopo della legge – basta leggere il dibattito nelle commissioni Giustizia – era chiarissimo: escludere dalle Camere e dalle liste i condannati (ovviamente per reati commessi prima, visto che quelli commessi dopo non poteva conoscerli nessuno). Il titolo dei pareri invece è “Berlusconi ha sempre ragione”. E il succo è che il Senato deve violare una legge appena approvata dallo stesso Senato. Del resto, fra le teste d’uovo reclutate dal Cainano, ce ne sono alcune che rispondono da anni a ogni suo schioccar di dita senza batter ciglio, pronte all’occorrenza a negare pure la propria identità ed esistenza in vita. Hanno avallato le leggi vergogna di B., poi dichiarate illegittime dalla Consulta. Ma appena ne vedono una legittima, tipo la Severino, la dichiarano subito illegittima. Tanto, come diceva Flaiano, l’Italia è la patria del diritto e del rovescio. O, come dice Fiandaca, “noi giuristi siamo in grado di sostenere sia l’una sia l’altra tesi”. Ora si spera che a nessuno venga in mente di fare una legge per vietare ai rapinatori di banche di lavorare in banca. Altrimenti qualche rapinatore potrebbe sventolare i sei pareri di B. e rivendicare il diritto a sedere dietro uno sportello o a far la guardia al caveau, avendo rapinato banche solo fino all’altroieri.

Da Il Fatto Quotidiano del 29/08/2013.

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