Pubblicato da: chinonrisica | 8 maggio 2013

In house….

I meno giovani come me ricorderanno la crisi economica degli inizi degli anni ’90. Qualche economista si spinge a dire che fu peggiore di quella attuale, perchè in ambito europeo coinvolgeva solo il nostro Paese.
Un Paese che aveva allora molte partecipazioni in aziende importanti, un po’ come tanti millesimi in un condominio prestigioso.
Per recuperare risorse,e per evitare di sobbarcarsi oneri di ammodernamento delle strutture,i Governi dell’epoca cambiarono natura alle aziende statali, facendole diventare società di diritto privato.
L’operazione doveva essere accompagnata da leggi a favore della libera concorrenza, che, piaccia o meno, applicassero completamente le regole di mercato ai settori privatizzati( trasporti, fognature, rete idrica).
Si diffusero le società commerciali per lo svolgimento di funzioni amministrative e per la erogazione di servizi pubblici. Oppressi da un apparato burocratico immane, i cittadini furono in buona parte convinti che il fenomeno avrebbe portato all’efficienza di gestione e alla concorrenza, tipici del mercato. Tutti sappiamo che non è stato così.
Mi rivolgo ancora ai meno giovani: chi può onestamente pronunciarsi a favore dell’attuale gestione di Ferrovie dello Stato SpA ( capogruppo di una serie di società di trasporti) rispetto al vecchio Ente Ferrovie , con treni che non occorreva sempre prenotare e che erano molto più diffusi e frequenti?
Il mito del privato efficiente ha trasformato il monopolio pubblico in un oligopolio privato. Senza una vera normativa a tutela della concorrenza e, soprattutto, a tutela dell’utente.
Dalle privatizzazioni degli anni 90 lo Stato incassò 200mila miliardi di lire, ma il debito pubblico continuò ad aumentare ugualmente. La Corte dei Conti, in un documento pubblicato il 10 febbraio 2010 ha elaborato la propria analisi sull’efficacia dei provvedimenti di liberalizzazione adottati. Il giudizio, squisitamente tecnico, evidenzia un andamento positivo delle aziende privatizzate, dovuto non tanto alla maggiore efficienza quanto all’aumento delle tariffe di energia, autostrade, banche, etc. ben al di sopra dei livelli di altri paesi europei. E alla riduzione del personale. La Corte, sottolineando la mancanza di investimenti volti a potenziare i servizi, esprime un giudizio netto sulla privatizzazione che:
« evidenzia una serie di importanti criticità, che vanno dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito »
Oggi , nel pieno di una nuova crisi economica,assistiamo ad una tendenza simile a quella degli anni 90, con il moltiplicarsi delle società totalmente pubbliche, in gergo tecnico definite “in house” ,create per gestire servizi pubblici.
Lo Stato, ma anche Regioni, Province e Comuni, liberi di autorganizzare i servizi, possono decidere di affidarli ad un proprio dipartimento, ufficio o struttura, ma anche ad un soggetto societario “esterno”, sul quale esercitare poi un controllo analogo a quello che potrebbero esercitare al proprio interno.
La società costituita attraverso la decisione dell’ente pubblico vive poi di regole private, pur esistendo grazie alla volontà pubblica, al denaro pubblico e per realizzare pubbliche finalità.
Nel nostro sistema giuridico, irto di bizantinismo, questa situazione crea notevoli dubbi interpretativi. Chi controlla e come, l’attività della società commerciale“in house”? Dire che lo farà l’ente pubblico non è sufficiente, essendo lo stesso formato da organismi tecnici e politici, elettivi o nominati, legislativi ed esecutivi…..
Insomma una pluralità di persone, portatrici del medesimo interesse supremo, quello del cittadino. Mentre la società commerciale “in house” tutela un bene diverso: quello dell’azionista.
L’azionista è l’ ente pubblico, che riceve un guadagno, pagato dal cittadino: il comune, nel nostro caso, ricava come azionista e inserisce il denaro ottenuto nel bilancio, a favore della comunità. Quindi si pagherà una tariffa più alta per l’acqua o per la raccolta dei rifiuti , ma con ciò che riceve dalla società commerciale il Comune “intermediario -azionista” finanzierà altri servizi, a favore della città.
Ciò poteva andare bene in un recente passato, quando non tutti ponevano attenzione ad aumenti tariffari, anche lievi, per i servizi pubblici. Ma oggi ,in balia di una pressione tributaria da film dell’orrore, accettiamo con minore creanza di finanziare, attraverso le le tariffe, un bilancio pubblico ( statale o comunale che sia) difficile da far quadrare.
Soprattutto quando poi le società “in house” non intendono sottoporsi a controllo puntuale ad opera dei rappresentanti di un popolo sempre più dimenticato.
Le privatizzazioni “all’italiana” non sono state un successo, avendo unito gli svantaggi del privato a quelli del pubblico.
I tempi sono maturi perchè, spinti dalla necessità, si arrivi, per i servizi fondamentali, ad una gestione di nuovo pubblica, trasparente, efficiente e quanto più possibile economica. In omaggio ai principi costituzionali che, nella loro linearità, hanno il profumo di ciò che è semplice e buono.

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Responses

  1. ciò che scrivi mi fa venire il mal di pancia, tanto è vero…come mai in Italia ci si dimentica sempre delle regole, convinti sempre che bastino le idee? x forza poi ci trattano da imbecilli!

    • E’ tutto vero. E ci fanno credere di lavorare per noi! Sinistra e destra, non c’è differenza.

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