Pubblicato da: chinonrisica | 21 gennaio 2013

Chi paga?

Nei giorni scorsi ho pubblicato un post in cui sottolineavo le vuote parole e le promesse imbalsamate della campagna elettorale. Oggi, dalle pagine del Corriere della Sera, Sergio Rizzo si chiede : CHI PAGA?
Cartelloni, feste, riunioni in sale importanti, spostamenti, volantinaggi, pubblicità sui media. CHI PAGA?
Tempo sottratto al lavoro parlamentare e di governo ( molti candidati sono ancora deputati, senatori o ministri). CHI PAGA?
Promesse, impegni, occupazione “militare” di radio e TV. CHI PAGA?
Una campagna elettorale inutile e farsesca, in cui chi ha distrutto il Paese( attualmente e in un passato, anche remoto) si candida a ricostruirlo.
Una campagna elettorale in cui c’è ancora chi parla di “turarsi il naso” o di “voto utile”, senza vergogna, davanti alle macerie lasciate ai cittadini in perenne apnea.
CHI PAGA?

Ora diteci chi paga le spese dei candidati

In una campagna elettorale nella quale poco o nessuno spazio hanno i contenuti, rispetto alle chiacchiere su tattiche e alleanze, c’è un altro latitante speciale: le spese dei partiti. Anche se dopo quanto è accaduto, dalla storia dei rimborsi elettorali della Margherita agli spericolati investimenti dell’ex tesoriere della Lega Nord, fino agli scandali che hanno travolto i gruppi del consiglio regionale del Lazio, sarebbe stato lecito attendersi un cambio di passo.

Per esempio, la pubblicazione sui siti Internet dei budget dei vari partiti per le spese della campagna elettorale, con la contestuale indicazione delle fonti di finanziamento: pubbliche e soprattutto private. Informazioni che oggi è possibile conoscere, e non con la dovuta assoluta trasparenza, soltanto a consuntivo attraverso i bilanci e le dichiarazioni giurate.
I contribuenti privati, per esempio. Esiste, è vero, l’obbligo di comunicarli alla Camera, dove diventano di dominio pubblico: però con una procedura complessa, che prevede la presentazione agli uffici, e di persona, di una domanda scritta. Ma non c’è regola che impone la diffusione online dei finanziamenti liberali in tempo reale. Cosa che, crediamo, sarebbe doverosa.

Al di là degli obblighi di certificazione dei bilanci dei partiti, e dei controlli recentemente introdotti a furor di popolo dopo le sconcertanti vicende dei fondi della Margherita e della Lega Nord, questo consentirebbe ai cittadini di apprendere immediatamente (e prima del voto) quali interessi si materializzano dietro un candidato. Come negli Stati Uniti. Se prima delle elezioni del 2012 avreste voluto sapere quanti contributi avesse ricevuto il senatore del Massachusetts nonché futuro segretario di Stato americano John Kerry, per il fondo destinato alla sua campagna elettorale, sarebbe stato semplicissimo. Esiste un sito Internet con l’elenco dei lobbisti che hanno sostenuto lui e gli altri candidati, con le relative cifre. Nei due anni precedenti la campagna 2012 Kerry ha avuto 128.300 dollari da 56 persone: si va dai 9.600 dollari di Vincent Roberti ai 200 (circa 140 euro) di Edward P. Faberman. Chi è Roberti? Ancora più semplice. Basta cliccare sul suo nome per venire a conoscenza che rappresenta due società di lobbying, la Navigators global LLC e la Vincenti associated. I cui clienti sono At&t, Citigroup, Oracle America, General motors…

Tutto (abbastanza) alla luce del sole. E in Italia, dove non esiste nulla di tutto questo, di luce sulle fonti di finanziamento ne avremmo davvero bisogno. Soprattutto in una campagna elettorale nella quale alcuni contendenti non hanno avuto accesso in precedenza ai fondi statali. Mentre altri hanno letteralmente mandato in orbita anno dopo anno le proprie spese elettorali grazie proprio a «rimborsi» elettorali pubblici scandalosamente generosi. In occasione delle precedenti elezioni politiche del 2008 il Popolo della libertà ha investito la somma astronomica di 68 milioni 475.132 euro. Cifra ben 13,6 volte superiore rispetto a quella spesa nel 1996, dice il rapporto della Corte dei conti, da Forza Italia e Alleanza nazionale messe insieme. I contributi pubblici, al tempo stesso, sono passati da 18,6 a 206,5 milioni. Le spese elettorali del Partito democratico si sono attestate invece nel 2008 a 18 milioni 418.043 euro, contro i 7 milioni 839.653 euro investiti dodici anni prima da Ds, Margherita e Ulivo. Per contributi pubblici saliti da 17 a 180,2 milioni.

Numeri che fanno ben capire l’impazzimento verificatosi a partire da metà degli anni Novanta. E che non si è certamente esaurito con le elezioni politiche del 2008. Basta dare un’occhiata alle risorse messe in campo dai partiti per le elezioni regionali del 2010: più di 62 milioni. Il Partito democratico ha investito 14,2 milioni, una somma non troppo distante da quella spesa per le Politiche di due anni prima. Il Pdl ha sborsato addirittura 20,9 milioni. Per non parlare di alcune liste locali. Quella che ha sostenuto nel Lazio la candidatura di Renata Polverini ha speso la bellezza di cinque milioni e mezzo di euro. Cifra comunque pari alla metà dei contributi (circa 11 milioni di euro) assicurati a Letizia Brichetto Moratti dal suo consorte Gian Marco Moratti, industriale petrolifero, nella sfida elettorale perduta nel 2011 con Giuliano Pisapia per il Comune di Milano.

Sergio Rizzo
Corriere della Sera 21 gennaio 2013

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