Pubblicato da: chinonrisica | 9 gennaio 2013

Siano per sempre dannati gli uomini che violano questa dolcissima, intima, fragile origine dell’umanità.

Milena Gabanelli, dal Corriere della Sera di martedì 8 gennaio.
Una terribile storia dei nostri giorni

Alla fine verrà una legge e avrà il tuo nome, ma per ora nessuno nel tuo Paese sa quale sia. In India, dove si stupra ogni 40 minuti, non si può rivelare il nome di una donna o di una bambina stuprata: non avrebbe altro destino che il suicidio o la prostituzione.

Ma quando la vittima è stata uccisa, di quale privacy stiamo parlando?

Nirbhaya (il nome finto che le ha dato la stampa indiana fin dal primo giorno) era una studentessa di 23 anni, e il suo caso, il governo indiano, non è riuscito a rubricarlo in un’anonima statistica. Perché anche gli stupri non sono tutti uguali, alcuni casualmente diventano più mediatici ed esprimono la forma più acuta di un orrore che scuote la coscienza di intere nazioni.

Questa è la cronologia dei fatti successi in un Paese dall’invidiabile crescita economica. Il 16 dicembre scorso, alle 8 di sera, Nirbhaya, insieme a un suo amico sale su un autobus dai vetri oscurati; il proprietario non è in regola con la licenza e l’autista è un abusivo. Sull’autobus ci sono 6 ragazzi ubriachi; uno dice: «Dove vai? Le ragazze di sera stanno in casa!». Iniziano a molestarla. L’amico tenta di difenderla, ma loro lo picchiano con una spranga di ferro, poi si accaniscono su di lei, la violentano e la torturano per due ore, mentre l’autobus continua il suo giro, a porte chiuse. Alle 10.30 li buttano nudi sulla strada. Lui ferito, lei sanguinante, rimangono stesi a terra, nel freddo di una notte invernale. Per un’ora transitano veicoli e biciclette; i guidatori rallentano, guardano, poi tirano dritto. A mezzanotte arrivano 3 macchine della polizia. I poliziotti scendono e per mezz’ora discutono di questioni burocratiche («Ce ne dobbiamo occupare noi? I vigili? La sicurezza stradale?»). Nessuno di loro si avvicina, nessuno li ascolta. Quando il ragazzo, ferito alla testa e contuso in tutto il corpo, prende l’amica in braccio e la infila a forza dentro una macchina della polizia, un uomo in divisa gli porge un telo per coprirla. Nelle vicinanze c’è un rinomato ospedale privato, ma i poliziotti preferisco portarla in un più lontano e malmesso ospedale governativo. Un chirurgo si prende cura di lei: «Nella mia carriera di medico non ho mai visto nulla di più devastante, nulla di più brutale su un corpo umano». Il basso ventre è spappolato, in pochi giorni viene operata due volte: le rimangono 2 cm di intestino sano, il resto è stato asportato, ma l’infezione comincia a corrodere anche gli altri organi.

Mentre Nirbhaya sopporta dolori atroci, sul suo letto d’ospedale, gli inquirenti la interrogano e lei ricostruisce i fatti. Il suo amico riconosce i colpevoli, così le «bestie» vengono identificate: una è minorenne. Mentre la notizia rimbalza su tutti i giornali e le tv del pianeta e per le strade di Delhi esplode la rabbia, le condizioni di Nirbhaya peggiorano. Lei però non perde la lucidità, non si chiude nel silenzio che in India copre questi drammi, perché una cultura distorta li considera vergognosi per la vittima e umilianti per la sua famiglia. Lei chiede giustizia. Il suo grido corre nelle piazze di Delhi, toglie il velo ad un’omertà culturale che dura nei secoli, e la parola «stupro» diventa una emergenza nazionale sul tavolo del primo ministro. Probabilmente la ragazza non se la caverà, meglio prendere in mano la situazione e recuperare terreno agli occhi della popolazione: la caricano su una aeroambulanza in direzione di uno dei più prestigiosi ospedali di Singapore. Cesserà di vivere 3 giorni dopo, la notte del 29 dicembre.

A Delhi scatta il coprifuoco, e in poche ore viene decisa la «strategia funebre». Un aereo governativo riporta la salma in patria la notte del 30 dicembre, alle 3.30. La città è coperta da una nebbia fitta, due auto senza il corteo di scorta si avviano verso l’aeroporto militare per ricevere la salma: sono quelle del primo ministro e del presidente del Congresso, Sonia Gandhi. Si trattengono 30 minuti per esprimere le condoglianze a un povero padre, e a una madre che non tocca cibo da 10 giorni. Non si è mai allontanata dal capezzale di quella giovane figlia dalla mente libera, che voleva diventare fisioterapista e risollevare le sorti di una famiglia povera. C’è anche una parola di consolazione per il fratello di 18 anni, che vedeva in lei un modello da seguire.

Nel frattempo la città viene militarizzata: 1.000 poliziotti e i corpi speciali dell’esercito blindano il quartiere dove vive la famiglia e tutti gli snodi cruciali della capitale. Alle 4 l’ambulanza, protetta dalla nebbia, trasporta la bara fino all’abitazione della vittima, dove ai parenti sono concessi 30 minuti di raccoglimento. La stessa ambulanza alle 5.30 si dirigerà al crematorio pubblico, dove i becchini si fanno luce con le torce per preparare la pira. Fuori un cordone di polizia chiude l’accesso. Solo i più stretti familiari possono assistere alla cremazione. La madre sviene. Alle 7 del mattino la cerimonia è finita.

Nirbhaya non c’è più. «Problemi di ordine pubblico» dirà il primo ministro.

Un Paese democratico (perché l’India è una democrazia), che organizza funerali di Stato, nasconde e impedisce al suo popolo di partecipare alla cerimonia funebre della vittima del più raccapricciante e disgustoso dei reati! Cosa aveva da temere? Aveva paura di tutta quella gente che probabilmente ha avuto un caso in famiglia o fra i conoscenti una vittima ignorata dalla «giustizia»? La città ha reagito cancellando in poche ore tutte le feste di Capodanno. La notte del 31 dicembre, immensi cortei hanno attraversato i quartieri: i giovani, gli studenti, i padri, le madri della seconda nazione più popolata del mondo hanno dato inizio a quella che forse sarà la rivoluzione del secolo, costringendo il governo a fare i conti con l’anima più nera della sua cultura e dei suoi uomini.

Come può un Paese definirsi democratico ed essere al centro di una crescita economica, se non punisce severamente lo stupro o addirittura lo nasconde?

E così, con la stessa rapidità con cui ha fatto sparire il corpo della vittima, ora il governo sta preparando una legge che ne porterà il nome (che però si continua a non rivelare). Da una parte si invoca la pena di morte per i colpevoli, (più probabile, ed auspicabile, l’ergastolo), dall’altra si sta definendo un programma che rivela l’orrore in cui vivono le donne indiane. «I poliziotti dovranno essere addestrati ad avere con le donne un approccio sessuale più rispettoso»; se ne deduce che finora erano autorizzati a molestarle, se non a violentarle. Ogni corpo di polizia deve prevedere personale femminile; il trasporto pubblico deve garantire una sorveglianza di sicurezza; deve essere attivato un numero verde a cui le vittime possono rivolgersi per far scattare un immediato intervento; i centri di intervento devono prevedere personale femminile specializzato; negli ospedali deve essere garantita l’assistenza di medici donne (perché finora le vittime di stupro venivano liquidate come «chi è colpa del suo mal pianga se stessa»); infine nei tribunali saranno giudici donne ad occuparsi di questi reati.

È passata una settimana ed ogni giorno, su tutti i quotidiani del Paese, il governo ostenta la sua preoccupazione sfornando proposte tranquillizzanti, inclusa la castrazione chimica. Speriamo non sia solo propaganda e che, con il passare del tempo, le cose non tornino al loro incivile tran-tran, dove ad essere sacre sono solo le mucche, dove si spera nel figlio maschio, o per essere sicuri, si ricorre alla selezione embrionale. Parliamo di una nazione che, come tutte quelle asiatiche, oggi conta più uomini che donne.

Allora quali leggi potranno mai modificare l’implicito riconoscimento della superiorità del maschio? Quale sarà, su scala mondiale, la ricaduta di una cultura così radicata e profonda?

Nirbhaya, diventata suo malgrado un simbolo, ha certamente aperto una strada senza ritorno. Da oggi in India non sarà più possibile ignorare queste violenze, ignobili ed umilianti per l’intero genere umano. Il cambiamento però passerà solo attraverso una consapevolezza superiore, che non è quella della parità dei diritti, bensì quella della diversità nel suo significato più «sacro»: è la donna a garantire la fine o la continuazione della specie. Anche il più feroce degli stupratori è stato messo al mondo da una madre. Ogni bambina, ogni ragazza, ogni donna, è una potenziale madre. È un corpo che ha in sé quello che nessun uomo può avere: «La culla della tua infanzia».

Siano per sempre dannati gli uomini che violano questa dolcissima, intima, fragile origine dell’umanità.

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