Pubblicato da: chinonrisica | 15 aprile 2012

La vera uguaglianza a scuola

Il mio piccolo blog soffre per l’impegno referendario. Tra gazebo, consigli comunali per il bilancio, consigli di classe per il terzo bimestre, ho dedicato a Chinonrisica solo qualche pensiero. Ma ho immediatamente colto l’occasione di inserire un post dedicato a questo splendido articolo di Massimo Fini. La scuola, quella vera, dovrebbe ispirarsi a principi di uguaglianza. Invece sempre più spesso la si considera semplice parcheggio, culla di illusioni impossibili, bacino elettorale predatorio: da un lato infatti lascia credere alla formazione conseguibile con poca fatica, dall’altra coltiva ignoranza funzionale al potere.
Coloro che sono di passaggio sul blog leggano, per favore,con attenzione: sono parole sagge e profonde.

La vera uguaglianza non è il 4 “garantito” del liceo Berchet
di Massimo Fini – 13/04/2012

Innocente Pessina, preside del liceo classico Berchet, storico istituto milanese, ha proposto di non dare voti inferiori al 4. «Perché i 2 e i 3 sono troppo umilianti e creano frustrazione nei ragazzi. Io credo nell’educare senza punire». Ho fatto il Berchet, in anni ormai lontani, e in greco non ho preso mai più di 3, molto spesso uno e una volta anche un apparentemente sadico uno meno. Non mi sono mai sentito umiliato o frustrato per questi voti. Sapevo benissimo che li meritavo. Non studiavo. L’errore era avvenuto proprio in fase di educazione scolastica, nel giudizio di terza media che recitava: «Ragazzo che potrebbe fare, ma distratto da un’incoercibile passione per i giochi». Non bisognerebbe mai dire queste cose ai ragazzini. Io mi cullavo nel giudizio parzialmente positivo (“ragazzo che potrebbe fare”) e col cavolo che mi mettevo alla prova, a studiare, col rischio di dimostrare, a me e agli altri, che non ero un mezzo genio un po’ indolente ma semplicemente uno zuccone. La sveglia suonò a 17 anni, quando morì mio padre e intuii, più che capire, che non potevo continuare a fare il cazzaro. All’università mi laureai a pieni voti. La scuola non deve solo insegnare italiano, latino, greco, matematica, scienze, inglese e tutto il resto ma deve preparare alla vita, che non è una via lastricata ma una serie di prove, con successi e, più spesso, insuccessi, che dipendo- no in larga misura da noi. Certo, esiste anche il Caso. “Penso ai giova- ni Mozart uccisi” scriveva Saint Exeupery riferendosi ai talenti finiti sotto una carrozza e che non hanno potuto esprimersi. Ma in linea di massima noi siamo ciò che abbiamo voluto essere. E il meccanismo dei premi e delle punizioni è essenziale per farci capire per tempo chi siamo. Non ho avuto mai simpatia per i giovani aspiranti artisti che odiano il mondo perché si sentono incompresi. Sono alluvionato da dattiloscritti o pdf di ragazzi che scrivono romanzi sulla loro vita e sono frustrati perché nessuno li pubblica. Io li prendo a frustate cercando di far capir loro che non è sufficiente aggirarsi attorno al proprio ombelico per credersi Proust, che c’è bisogno di una mediazione artistica, di uno sforzo. È, un modo, nel mio piccolo, per educarli. Alcuni hanno anche qualche talento. Ma il talento, da solo, non basta. Mi ha detto una volta Rudy Nurejef che ne aveva da vendere: «Il talento conta per il dieci per cento, il resto è costanza, fatica, lavoro».
La proposta del preside del Berchet è un’espressione dello «ZeitGeist», dello «spirito del tempo», che ha sancito il diritto a diritti impossibili: alla felicità, alla salute, all’uguaglianza. Esiste, in rari momenti della vita di un uomo, un rapido lampo, un attimo fuggente e sempre rimpianto che chiamiamo felicità, non il suo diritto. Esiste quando c’è, la salute, non un suo diritto. E lo stesso vale per le capacità o il talento.
Per tornare in ambito scolastico in Germania i voti molto severi nei licei servono a scoraggiare i ragazzi dall’intraprendere o dal continuare studi per i quali non si dimostrano portati e a indirizzarli a istituti tecnici di alto livello (le “Realschule” di un tempo) i quali sforneranno idraulici, falegnami, panettieri, estetisti, artigiani che mentre frequentano queste scuole non si sentono affatto frustrati né umiliati perché i loro studi, a differenza che in Italia, hanno pari dignità sociale con quelli dei licei. Ed è questa la vera uguaglianza. Non il 4 garantito che ricorda molto da vicino il 30 garantito dello sciagurato Sessantotto.

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Responses

  1. ho frequentato anch’io il liceo e ho dovuto purtroppo soccombere a causa della mia scarsa maturità del momento (nonostante sia uscita ugualmente con il mio “pezzo di carta”), motivo x cui non ho in seguito proseguito con gli studi + idonei alle mie potenzialità. Che dire? secondo me contano poco i numeri (a qualcuno basta un 5 x versare nella disperazione + nera), quanto la preparazione (e approccio) pedagogica degli insegnanti nei confronti degli alunni, che li aiuti a capire chi si trovano di fronte e come sfruttare al meglio le sue capacità (e x conseguenza il proprio lavoro, quindi ognuno ci guadagna). Certo, se uno non conosce se stesso, come può capire gli altri?

    • La scuola è profondamente cambiata. Il voto negativo è valutato oggi come un’incapacità del docente. Mi è capitato di partecipare a consigli di classe in cui i docenti si flagellavano per la scarsa preparazione degli studenti, attribuendosi ogni colpa.
      Io non credo sia così. Vedo colleghi in gamba, preparati e serissimi, che affrontano il lavoro con entusiasmo, ma che hanno a che fare con giovani sciatti e disinteressati. Come reagire allora,se non stigmatizzando come si può questo atteggiamento scorretto, non tanto verso l’insegnante quanto verso la vita? Accettare il disimpegno senza evidenziarlo con tutta la forza possibile ( al fine di correggerlo) è un inganno. E i numeri hanno, in questo, il loro peso.
      Nessun accanimento, perciò. Ma un salutare bagno di umiltà. Che non guasta e non uccide.

      • eh, gli asini sono sempre esistiti, solo che ora si travestono in vari modi, legittimati + di ieri nella loro poca volontà di apprendere e di assumersi le loro responsabilità, probabilmente emuli dei loro genitori, che infatti li difendono..xò io penso che anche i professori a volte sono un po’ troppo fragili, se arrivano a martirizzarsi x non riuscire a cavar sangue da una rapa

  2. Credimi, intere sedute di Consiglio di Classe per vedere NOI che cosa potevamo fare…..Davanti all’incuria palese e al mancato studio più evidente. Il nostro è un lavoro delicato, che richiede amore e dedizione. Non masochismo!!


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