Pubblicato da: chinonrisica | 18 febbraio 2012

Scuola Trentina: botta e risposta tra Marta e Agata

Sul blog un “botta e risposta” davvero interessante. Mi sembra, leggendo le parole di Marta Dalmaso, di essere tornata alla scuola delle tre “i” di memoria berlusconiana.
Lo dico da persona convinta della bontà e della validità intrinseca dello strumento informatico, sostenitrice della sua diffusione ad ogni età.
Ma la scuola è altro. E’ quella di Eliana Agata Marchese, collega che ringrazio per le parole dense di passione per il nostro lavoro, così misconosciuto e maltrattato dalla politica e da alcuni male informati.
Chi legge si faccia un’idea. Quale scuola vogliamo: quella di Marta o quella di Agata?

Da L’Adige

La svolta”2 a 0″ della scuola

In questi giorni si fa un gran parlare di uso alternativo ai libri di testo grazie all’introduzione di nuovi strumenti digitali. C’è l’impressione, però, che il tutto si riduca ad un fatto tecnico e all’alleggerimento del carico di libri nello zaino dei ragazzi. Forse dobbiamo entrare più nel merito e la scuola trentina non è certo estranea a questo dibattito, posto che da tempo il tema è all’ordine del giorno sia nella riflessione che nella formazione e nelle varie concrete iniziative che sono state intraprese.

Notebook, tablet, smartphone sono solo alcuni dei tanti nomi che sono entrati a far parte della realtà di tutti noi, e dei giovani in particolare. La rete, internet, il web2.0 sono il collante di tutto questo nuovo ecosistema tecnologico. Con internet è cambiato il modo di rappresentare, diffondere e collegare le informazioni. Tutti noi, ed in particolare gli studenti, nativi digitali, imparano ad usare e consumano tecnologia Ebbene, la scuola di oggi è immersa in questo contesto culturale e tecnologico e non può assolutamente pensarsi come un sistema isolato.
Anzi, proprio alla scuola spetta il ruolo di guida alla consapevolezza nell’uso degli strumenti e nella fruizione delle informazioni provenienti dalla rete e, partendo da questo presupposto, le innovazioni nella scuola vanno collegate e rese funzionali alla crescita complessiva del tessuto sociale di cui la scuola è parte. L’adozione di nuove pratiche didattiche da parte degli insegnanti deve dunque mirare a favorire l’acquisizione di competenze e la creazione di un bagaglio il più possibile personalizzato per ciascuno studente.

Il ruolo del «maestro», infatti, deve essere proprio quello di «facilitatore dell’apprendimento», una sorta di mentore che guida l’alunno per permettergli di costruirsi l’attrezzatura necessaria per esprimere al meglio le proprie potenzialità. Questo significa che la conoscenza non viene più «trasmessa» ma va per così dire «conquistata» e «assemblata» dallo studente che diviene protagonista del proprio apprendimento, anche in base alle proprie attitudini.
Per adempiere efficacemente a questa missione, è molto importante che la scuola si doti di strumenti innovativi, quali possono essere i tablet, gli smartphone, le LIM, ma è ancor più importante che si innovino le pratiche, le azioni e le strategie.
L’adozione di progetti di innovazione tecnologica della didattica, l’ingente investimento in LIM, a partire dall’anno scolastico 2005-2006, la realizzazione di una rete in fibra ottica per tutto il territorio trentino, sono solo alcuni esempi di una volontà che vede ancora una volta nel Trentino un laboratorio innovativo per la crescita.

Dalla necessità di una consapevolezza più diffusa di questi temi e dalla volontà di condividere le conoscenze sono nati vari progetti didattici che hanno coinvolto il mondo della scuola e quello della ricerca, come nel caso dei progetti Slim4Dida e Wii4Dida, che miravano a costruire buone prassi nell’uso degli strumenti tecnologici a supporto della didattica e dell’apprendimento. Da quelle esperienze, rese possibili grazie alla disponibilità dell’Assessorato all’Istruzione e dei Dipartimenti di Innovazione ed Istruzione, è nato presso l’Università di Trento il LiTsA, Laboratorio di innovazione Tecnologica a supporto dell’Apprendimento coordinato dal prof. Marco Ronchetti, dove sapere condiviso e sperimentazione nella scuola si coniugano con l’utilizzo di Software Libero e Open Source come base strategica. Sulla scia delle precedenti esperienze, il progetto Olimposs, voluto dal Dipartimento Istruzione e dal Dipartimento Innovazione, e coordinato dal LiTsA, si propone di sperimentare l’innovazione di pratiche didattiche assieme alle novità tecnologiche. Tra le realizzazioni vi è il sistema aperto WiildOs che si propone di usare qualsiasi hardware (LIM, tablet, PC, proiettori interattivi, etc) per realizzare oggetti didattici digitali. Si tratta di un vero ambiente d’apprendimento realizzato grazie al lavoro cooperativo di molti insegnanti, ricercatori, tecnici e appassionati.

Il LiTsA supporta varie scuole in molte sperimentazioni, coordinandole nel progetto Olimposs, che promuove una rete sostanziale tra le scuole per innovare la didattica attraverso le tecnologie: in questo contesto ulteriori future sperimentazioni per l’adozione di strumenti personali sono in fase di concertazione con varie realtà scolastiche tra le quali il Marie Curie di Pergine e l’IC di Baselga di Piné. Tra le iniziative in atto è da ricordare quella presso la scuola media Winkler di Trento che per un mese utilizzerà in una classe dei tablet per gli studenti. Il progetto consiste nella ricostruzione del vissuto geo-storico-sociale della prima guerra mondiale. «MenteDuePuntoZero», ideato in collaborazione con la dirigente dell’IC Giudicarie Esteriori, prevede la sperimentazione triennale in due classi dell’istituto di un tablet per ogni studente. Ha come scopo un profondo ripensamento del ruolo della scuola nel contesto territoriale e delle metodologie didattiche per favorire la crescita dei cittadini del futuro.
Nel panorama dell’innovazione al servizio della didattica possono essere ricordate a titolo esemplificativo altre importanti iniziative. Il progetto ITT-Telecom presso l’Istituto Tecnico Industriale Buonarroti di Trento, basato su una sperimentazione dei tablet nella didattica quotidiana, sta ottenendo rilevanti successi, e il progetto Idunn, attivato presso il Liceo Rosmini di Rovereto, sperimenta un nuovo approccio pedagogico-didattico basato sull’uso di iPad Apple e di programmi didattici appositi.

E ancora il progetto per una didattica basata sul web presso l’Istituto Ivo de Carneri di Civezzano ha dotato di notebook gli studenti dei percorsi turistici, sostituendo progressivamente il libro di testo standard con progetti personali costruiti dai ragazzi assieme ai propri insegnanti. Altre sperimentazioni vedono coinvolti l’Università Popolare Trentina – Tecnico Vendite Moda (portatili in comodato d’uso), l’I.C. Zambana (pc portatili nella didattica quotidiana, e utilizzo dell’AVAC «Trentini digitali» nello studio pomeridiano), l’Istituto Degasperi di Borgo (allestimento di un laboratorio informatico mobile), l’I.C. Valle dei Laghi (tutti i piccoli studenti di una classe usano netbook PC Linux Ubuntu con software open source).
A questo fermento non sono estranee iniziative industriali: vari progetti di ricerca e innovazione sono allo studio e verranno quanto prima presentati nelle opportune sedi, coinvolgendo il tessuto della ricerca e didattico del territorio. Insomma, il Trentino come laboratorio digitale è sempre più una realtà.
Certo è che l’introduzione dei nuovi strumenti tecnologici richiede un forte e convinto coinvolgimento di tutte le componenti scolastiche ed istituzionali interessate, comprese le famiglie, ma garantisce una importante ricaduta su tutto il tessuto sociale trentino. La scuola ha infatti la possibilità e il dovere di fare tutta la sua parte per colmare le disuguaglianze generazionali nel campo tecnologico, consapevole del fatto che non è (solo) un problema di mezzi o di strumenti, ma è anche e soprattutto un problema di conoscenze e di condivisione del sapere.

Marta Dalmaso
Assessore provinciale all’istruzione e allo sport

Da L’Adige

La scuola svenduta per un click

L’entusiasmo dell’assessore Dalmaso per l’avvento del computer nella scuola ricorda le magnifiche sorti e progressive di Leopardi. Ovviamente il poeta, forse qualcuno lo ricorderà, parlava con ironia. Posto che non mi è chiaro lo spunto dell’articolo (la scuola trentina investe da anni in tecnologia: perché si è sentito il bisogno di vantarsene ora?), vorrei, da insegnante precario di un liceo di periferia, opporre alcune considerazioni. Proprio oggi, insieme ai colleghi di lettere, ho partecipato a una riunione in cui, per l’ennesima volta, si è parlato di prestare alcune ore di lavoro gratuitamente. Sì sì, proprio così: lavorare gratis. Non si tratta di una vessazione della nostra dirigente, che in questo non ha nessuna responsabilità (anzi). Il problema è che le scuole non hanno più soldi. Nonostante da qualche anno ci siano state imposte le 70 ore, ovvero siano aumentati i carichi di lavoro a fronte di uno stipendio minore, le risorse sono sempre meno e qualcosa (ad esempio i corsi di recupero pomeridiani) si deve tagliare; perché lavoro gratis ne forniamo, ma fino ad un certo punto. I fondi per i computer, però, ci sono sempre. Uno potrebbe chiedersi che ci facciamo con una lavagna multimediale in ogni classe se poi non ci sono i soldi per gli insegnanti.

La scuola trentina oggi è peggiore di qualche anno fa, e questo grazie alla riforma che porta il nome dell’assessore Dalmaso: il taglio di numerose ore in quasi tutte le discipline ha portato ad una drastica riduzione dei posti di lavoro, con conseguente aumento della precarietà. È chiaro che a nessuno importa se noi docenti dobbiamo percorrere, per anni, 100 chilometri al giorno per andare a scuola. L’assessore però ha mai pensato a dove va a finire la continuità didattica? Sempre oggi, durante la riunione, guardavo i colleghi di lettere: il nostro dipartimento è composto in maggioranza da precari. Colleghi entusiasti e bravi, ma che l’anno prossimo potrebbero essere altrove. Qualcuno si chiede mai che effetto faccia su un gruppo di ragazzi cambiare di colpo (come è successo a una delle mie classi di quest’anno) tutti i docenti? Che senso ha avere un computer in ogni aula se la continuità del dialogo educativo non è tenuta in nessun conto? E a proposito di computer: nella mia scuola abbiamo i registri elettronici, personali e di classe. Io sono figlia della scuola gesso-lavagna, quindi ammetto che una certa ritrosia l’ho avuta dall’inizio. È un fatto, però, che la compilazione dei registri cartacei richiede più o meno 2 minuti. La compilazione di quelli elettronici ne porta via circa 10. Qualcuno si è chiesto se, in nome delle meraviglie della tecnologia, sia logico portar via ai nostri studenti 8 minuti ogni ora di lezione, per cinque ore al giorno? A qualcuno importa che i nostri studenti perdano in media (quando va bene, quando il pc non si inceppa, quando il sistema risponde) 40 minuti di lezione al giorno, mentre i professori sono impegnati a cliccare sulle caselle giuste? Io forse un giorno capirò le meraviglie dell’invasione del computer a scuola.

Ma c’è un punto su cui non sarò mai d’accordo: il fatto che a scuola si debba dare all’utenza quel che l’utenza consuma fuori. Questa è una logica da discount: se lo studente è abituato a – scrive l’assessore Dalmaso – «consumare tecnologia», la scuola deve insegnargli che non tutto si consuma; c’è, prima, quel che si apprende, si possiede intimamente, non si scalfisce (altro che consumare!), ci rende grandi; la scuola deve insegnare allo studente che la tecnologia non è un fine, ma un mezzo, uno come tanti, forse nemmeno il migliore. Se lo studente è abituato a – cito sempre l’articolo dell’assessore – «rappresentare, diffondere e collegare le informazioni», la scuola deve insegnargli che le informazioni sono proprio quel che non conta. Perché quel che conta è il ragionamento, lo spirito critico. Perché si può non ricordare l’informazione relativa all’anno di nascita di Leopardi, ma bisogna far proprio quel che lui pensava del progresso senza critica. Io non posso e non devo dare all’utenza quel che l’utenza si aspetta, perché la scuola non è questo. Non dobbiamo compiacere l’utenza, ma dobbiamo educare dei ragazzi. E l’educazione, si sa, è impegnativa.
Per i miei studenti, per le mie figlie, vorrei una scuola faticosa; una scuola di gessi, lavagne e persone. Computer sì, ma nell’ora di informatica. La stessa scuola dove ho imparato ad amare Dante, Eschilo e Cicerone. Proprio quella che abbiamo venduto, dimenticato in cambio di un clic.

Eliana Agata Marchese
Docente di italiano e latino al liceo «Russell» di Cles

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Responses

  1. l’elogio del sapere contro quello del consumismo (purtroppo molto frequente in politica)…

    • Se poi consideri che l’Assessore è docente in una scuola cattolica di discipline analoghe a quelle della prof. Marchese, ti rendi conto del potere della politica:stracci per lustrini!

      • dico che se avessi un figlio in una sua classe cercherei di cambiarlo di sezione (o di scuola), data l’ignoranza che dimostra

  2. Ma ora niente più scuola….è assessore.Ed ha trattato molto male il suo vecchio mondo. Fatto di persone sempre più demotivate, anche a causa di una legge provinciale sulla scuola che ci fa somigliare tutti a soldatini a molla. Una vergogna!

  3. Vorrei solo puntualizzare alcuni punti e rispondere alla prof.ssa Marchese.
    Sono anche io un precario della scuola e lavoro anche Io al Liceo Russel di Cles.
    Anche io da precario vivo le stesse contraddizioni della collega, ma ho una prospettiva diversa che vorrei condividere con tutti. Vorrei, innanzitutto, allargare la discussione e non trasformarla in una guerra tra guelfi e ghibellini, tra amanti del gesso e amanti del computer.

    Capisco e condivido molte preoccupazioni che nella lettera paiono chiare. Da precario vivo anche io il senso di smarrimento ad ogni cambio di scuola, senza riguardo della continuità didattica. D’altra parte il Trentino è l’unica provincia dove esistono le cattedre annuali che danno diritto a rimanere per tre anni sulla stessa senza dover saltare da un posto all’altro. Poco? Tra il poco e il nulla tutti sappiamo cosa scegliere.
    Condivido la preoccupazione di spese fuori controllo per inutili ammenicoli, ma perché non ci lamentiamo dei 4 milioni di euro all’anno che la scuola spende per le licenze dei software? Andare nella direzione del software libero avrebbe anche questo senso: un risparmio ora più che mai necessario. Quindi se la scuola non installasse Windows e Office, risparmieremmo. Ma se un risparmio possibile esiste, come e cosa possiamo farne?
    Perché non chiedere alla politica di fare in modo che il costo dei software sia imputato nel fondo qualità delle scuole? Se l’informatica ed i software sono strumenti per innovare e migliorare la didattica e la scuola, perché non pensare di includerli nel fondo di qualità delle scuole? Questo potrebbe aumentare le risorse delle scuole, sempre che ne facciano un uso indirizzato a migliorare l’offerta formativa e non indirizzato all’acquisto di software a pagamento equivalenti a
    software aperti e gratuiti. Ma questo dei costi è solo un problema tra i tanti.

    Che la collega abbia imparato Dante, Eschilo e Cicerone unicamente col gesso è un dato di fatto, una esperienza personale, ma vorrei raccontare alla collega un’esperienza diversa. Ho conosciuto un ragazzo che legge tantissimo, a cui i genitori hanno regalato un Kindle (e-book reader). Il figlio tecnologico ha scaricato autonomamente Dante da Amazon e ora ne sta approfondendo molte parti, da solo e senza bisogno dell’insegnante.
    Ma credo anche che bisognerebbe andare oltre alle esperienze personali e chiedersi quanti sono stati estromessi dal provare amore per Dante ed Eschilo proprio per lo stesso motivo per cui la mia collega se ne è innamorata: il modello didattico basato unicamente sul gesso. Vorrei far notare che ci sono bravissimi docenti di latino e greco che usano efficacemente le nuove tecnologie con gli studenti. A titolo di esempio cito il blog del prof. Michele Ruele docente del Liceo Classico Prati di Trento http://sezionex.blogspot.com/?z. Si vorrebbero negare a loro e ai loro studenti gli strumenti didattici?
    Quindi a me pare che il problema sia da un’altra parte. La “fatica” la fanno ugualmente gli studenti…. Considero il gesso necessario, anzi, imprescindibile dalla didattica, ma qui ora la domanda da porsi è se davvero oggi può essere l’unico strumento didattico. Vogliamo davvero insegnare a ragionare? Ragionamento e critica si possono, anzi si devono, applicare a modelli e strumenti diversi. Chi può asserire, con convinzione, che togliere strumenti aumenti la capacità critica di una persona? io credo che dovremmo lavorare per l’integrazione tra strumenti diversi, sulla loro ibridazione didattica, per la promozione della capacità di critica e del ragionamento complesso, al fine di poter comprendere e analizzare il mare di informazioni che sta intorno a noi. Sì intorno, perché pensare di prendre informazioni solo dai libri è anacronostico. Le notizie aggiornate sono in rete. Il mondo della ricerca viaggia sulla rete. Noi tutti sappiamo che c’è stato un esperimento che ha misurato un dato anomalo sulla velocità dei neutrini. Questo perché i ricercatori lo hanno scritto in un articolo su un sistema di pubblicazione di “pre-stampa” su internet. Non esiste ancora un libro su cui sia citata questa informazione. Questo è un dato di realtà come il gesso con cui la collega ha imparato Dante. Ma secondo voi Cicerone non userebbe gli strumenti della rete per rendere più forte la sua “ars oratoria”? Non userebbe la pervasività della rete per condividere le affermazioni e convincere? Non userebbe le potenzialità degli strumenti informatici per consentire ad altri di comprendere, capire ed interpretare la sua epoca? C’è stata un’epoca in cui i classici non erano classici, semplicemente erano rivoluzionari. Davvero pensiamo che se Plinio avesse avuto a disposizione un blog non avrebbe raccontato l’eruzione del Vesuvio diventando testimone della sua epoca, come i giovani delle piazze della primavera araba e i loro blog?

    Ma dietro a questo c’è altro. Dobbiamo stabilire se e come la scuola debba cambiare. Se pensiamo che la scuola così com’è funzioni, allora auguriamoci un futuro roseo come il recente passato. Altrimenti consci della situazione, da qualche parte bisogna pur partire.
    Comunque spetta anche a noi docenti educare le generazioni future. Siamo noi che dobbiamo far capire i limiti e le potenzialità degli strumenti tecnologici. Non farlo potrebbe essere pericoloso e potrebbe sembrare agli occhi dei ragazzi come se gli insegnanti abdicassero al ruolo di educatori per paura o incompetenza.
    E tutto questo deve essere inquadrato nel contesto di oggi. Una società che volenti o nolenti è radicalmente diversa da quella in cui noi abbiamo studiato. Una società in cui la scuola non ha più il medesimo valore sociale e in cui il mondo entra rapidamente nelle vite di tutti e quindi della scuola.C’era un tempo in cui la fabbrica sotto casa, l’ente pubblico o la propria iniziativa personale diventavano i luoghi in cui finita la scuola si entrava nel mondo del lavoro. Una protezione permessa dal modello delle piccole-medie imprese inserite in un contesto di sostanziale protezionismo.
    Oggi ci siamo svegliati dal sogno con il rischio che diventi un incubo per i nostri figli. I cinesi, i brasiliani, gli indiani e molti altri stanno correndo con strumenti e conoscenze sempre più all’avanguardia. Voler rimanere ancorati al solo gesso, a mio parere, significa arroccarsi su un eremo. Ma questo eremo non può più proteggerci. O pensiamo che in futuro le nostre, benché misere, pensioni saranno garantite dal nulla? Se il 30% dei giovani è disoccupato e di questi molti non studiano, è anche precisa responsabilità del sistema scuola invertire la tendenza.
    Se questi giovani in futuro non avranno competenze e conoscenze, sudate e faticosamente raggiunte, come possiamo pensare di garantire, egoisticamente, il nostro futuro di pensionati?

    Se a questi giovani non garantiamo le armi concettuali, che derivano dall’esperienza, come faranno a comprendere un mondo tanto più duro e difficile del nostro?
    Se a mio figlio non darò responsabilmente esperienze, strumenti, conoscenze e autonomia, come posso pensare di farlo crescere oggi?
    Non combattiamo ideologicamente tra gesso e computer, servono entrambi!

  4. Caro collega, la tua articolata riflessione è condivisibile e davvero non potrebbe non essere che così, visto che utilizziamo uno strumento informatico per scambiarci idee.
    La collega Marchese criticava, secondo la mia interpretazione, una visione trionfalistica della scuola trentina basata, nell’idea dell’assessore, sull’uso massiccio del computer per coprire ben altri problemi.
    Il computer è uno strumento vivo, che io utilizzo quando posso nelle mie lezioni per avvicinare i ragazzi ai siti istituzionali ( insegno diritto) e far apprezzare loro le infinite possibilità di cittadinanza responsabile che vengono dalla conoscenza e dalla possibilità di comunicare in tempo reale con chiunque . O quasi.
    Il gesso non me lo avrebbe consentito.
    Ma gesso e computer possono assai poco nella scuola irregimentata, provincializzata ( in senso deteriore) priva di vera libertà e autonomia.
    Non possiamo valutare liberamente, non possiamo bocciare in presenza di insufficienze…anzi le dobbiamo chiamare “carenze”, altrimenti la confusione tra debiti ( che altrove fanno perdere l’anno scolastico se non saldati) e debiti “trentini”, potrebbe creare dubbi sulla validità dei titoli di studio.
    I docenti sono pupazzi nelle mani del “governatore” ansioso di lasciare una traccia nella storia e, soprattutto, di privilegiare le scuole professionali provinciali a scapito delle scuole che io considero ancora, orgogliosamente,”statali”.
    Graduatorie libere e assunzioni molto più facili per chi è funzionale al sistema. Le cattedre in Trentino ci sono ancora, ma a prezzo di molta, molta libertà.
    Caro collega, credo che la scuola, con il gesso o con il computer,debba insegnare il libero pensiero. La semplice custodia a cui ormai siamo quasi obbligati non mi sembra appagante e mi porta a credere che alla scuola si voglia dare poco spazio per riflettere per poter meglio governare masse poco critiche e attente.
    Computer per ottundere, non per diffondere conoscenza.
    Da consigliere comunale ho preparato e portato avanti un progetto che intende avvicinare al computer( e al software libero) i cittadini over 60. Persone che avevano conosciuto solo il gesso, a scuola. Con ABC..omputer( progetto del comune di Trento) molti adulti hanno provato l’ebrezza della navigazione in rete.Credimi, io comprendo quanto importante sia la possibilità di conoscere utilizzando nuove e sofisticate tecnologie.
    Ma senza anima, senza riflessione, con docenti schiacciati dal ruolo meramente impiegatizio cui si è voluto ricondurli con poca fiducia nelle loro capacità,gesso e computer non bastano.


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