Pubblicato da: chinonrisica | 7 febbraio 2012

Deleghe in bianco

Due articoli interessanti nel post odierno. Articoli che ci ricordano come la crisi di credibilità dei partiti e del capitalismo ricada inevitabilmente sui più deboli. Abbiamo affidato il nostro futuro a chi non era e non è in grado di gestirlo. Il contratto sociale ,così caro ad Hobbes, ci ha forse traditi? E’ colpa anche nostra? E se lo è, in quale misura? Ho letto con attenzione i due editoriali e ciò che ne esce è un quadro sconfortante. Non ci resta che rimboccarci le maniche ancora una volta. Come dopo le guerre, come dopo le rivoluzioni. Stando attenti alle sirene populiste che addossano solo ad altri la responsabilità dei nostri problemi. Siamo vittime, tutti noi, della nostra ignoranza, della cecità, del mancato controllo e, a volte, della debolezza che ci ha indotto a scegliere la via più facile del silenzio e della delega in bianco. Ora non è più possibile.
Buona ( lunga) lettura!

IL FUTURO DEI PARTITI
UNA MATURITÀ DA RITROVARE

Per giudizio di tutti gli osservatori e secondo tutti i sondaggi la credibilità dei partiti politici italiani è oggi vicina allo zero. Eppure, forse illudendosi che a un tratto ogni cosa possa tornare miracolosamente come prima, nessuno di essi si chiede veramente perché mai tutto ciò è accaduto. Perché mai, quando il Paese si è trovato con l’acqua alla gola, quando è stata necessaria un’azione politica urgente e incisiva, si è dovuto ricorrere non a loro ma ad altri. E i partiti sono stati messi da parte.

È proprio tale mancanza di analisi autocritica, a me pare, la causa prima dell’incertezza, dei continui tentennamenti, con cui i partiti suddetti stanno affrontando quell’unico tema, ma davvero cruciale, ormai rimasto nel loro dominio: e cioè la riforma della legge elettorale e della parte della Costituzione concernente l’organizzazione dei poteri pubblici. I partiti fanno fatica a capire la necessità di procedere a una tale riforma, e come farlo, perché sembrano non avere ancora chiaro che cos’è che li ha portati al punto in cui sono, che cos’è che non è andato per il verso giusto nell’esperienza politica che li ha visti protagonisti. Cioè nell’esperienza della democrazia italiana. Eppure è solo facendo chiarezza su questo passato che essi possono sperare di avere un futuro.

Ora, se è vero che nel nostro Paese proprio la presenza di una democrazia dei partiti ha avuto l’effetto di promuovere un alto grado di pluralismo, è anche vero che la medesima assoluta centralità dei partiti è stata all’origine di un’intermediazione politica pervasiva e generalizzata. La quale si è tramutata, durante la Prima Repubblica, in una formidabile spinta alla corporativizzazione della società italiana, nonché alla creazione di crescenti deficit di bilancio trasformatisi con il tempo in un crescente debito pubblico. Una molteplicità di gruppi professionali, di sindacati, di gruppi d’interesse (e talora di vero e proprio malaffare), innanzi tutto condizionando in mille modi la scelta dei candidati e la loro elezione, e poi stabilendo rapporti privilegiati con l’alta burocrazia e i gabinetti ministeriali, si sono impadroniti di fatto di una parte significativa del processo legislativo piegandolo ai propri voleri. La sostanziale impotenza dell’esecutivo espressamente voluta dalla Costituzione, unitamente alla frequente scarsa capacità dei ministri di controllare l’operato dell’amministrazione, hanno fatto il resto. È accaduto così che in Italia l’esperienza democratica con al centro i partiti si sia trasformata in vera e propria partitocrazia, al tempo stesso sempre più alimentando un processo patologico di frantumazione lobbistico-corporativa.

Che cosa hanno fatto i partiti per porre rimedio a tutto questo? Praticamente nulla. Si può anzi dire che per moltissimo tempo (in sostanza fino ad oggi), tranne la pugnace quanto inascoltata pattuglia dei Radicali, essi abbiano addirittura negato i fatti e voltato la testa dall’altra parte. Ora però non è più possibile. Ora, se desiderano riacquistare un ruolo effettivo nella vita italiana, stanno davanti a loro due compiti ineludibili: quello di recuperare la dimensione nazional-statale (di cui ho già detto in un mio precedente articolo: Corriere , 31 gennaio scorso) e quello di ripensare a fondo, spregiudicatamente, la propria intera esperienza nella democrazia italiana. Soprattutto di ripensare in che modo sistemi elettorali inadeguati e una Costituzione inattuale hanno influito su quell’esperienza contribuendo ad avviarla al fallimento odierno.

Ernesto Galli Della Loggia- Corriere della Sera

Come uscire dalla crisi del capitalismo?
di Ulrich Beck, da Repubblica, 6 febbraio 2012

Nel gennaio 2009, all’inaugurazione di un nuovo, sontuoso edificio della London School of Economics, la regina Elisabetta II si è rivolta all’intellighenzia del mondo economico, riunita per l’occasione, con una domanda tanto innocente quanto insidiosa – la stessa che il mondo intero si pone senza ricevere risposta: come mai nessuno di voi ci ha avvisati del rischio di tracollo dei mercati finanziari?

Di fatto, se è vero che le grandi banche e i loro manager non sono stati all’altezza, hanno fallito anche i teorici del rischio in campo economico. Nella tragicommedia rappresentata dal vivo su tutte le scene mondiali, in una successione di scompigli e trasformazioni che sembra non aver fine, i liberisti duri e puri hanno compiuto un percorso di conversione, dalla fede nel mercato alla fede nello Stato – e ritorno! Stanno chiedendo, anzi elemosinando la grazia di interventi statali: una prassi che pure hanno sempre condannato, finché è durata l’effervescenza dei profitti. Quando negli anni 1930, al tempo della prima crisi economica mondiale, Keynes tentò di decifrare i segreti dell’economia, il suo pensiero si soffermò sulla distinzione tra rischio e non conoscenza.

«Parlando di “conoscenza incerta” non mi limito a distinguere tra le cose che sappiamo con sicurezza e quelle solo probabili. Ad esempio, il gioco della roulette non è soggetto all’incertezza intesa in tal senso (…). Il significato che attribuisco a quest’espressione è lo stesso di quando diciamo di essere incerti su quali saranno, tra vent’anni, i rischi di una guerra europea, il prezzo del rame o il tasso di sconto (…). Per questioni del genere non esiste una base scientifica sulla quale fondare un qualsivoglia calcolo delle probabilità. Semplicemente, non ne sappiamo nulla». A conclusione di quanto sopra, Keynes riteneva mistificatorie le teorie economiche dominanti, che a suo parere avrebbero rischiato di provocare una catastrofe se applicate concretamente alla realtà mondiale.

Esattamente quello che è successo. L’inadeguatezza di ampi settori della scienza economica sta essenzialmente nel loro modo di rapportarsi a ciò che non sanno. La scienza economica del laissez-faire vive, pensa e conduce le proprie ricerche in una sfera ideale di rischi calcolabili, e semplicemente non vuol prendere atto che la sua marcia trionfale ha generato un mondo di incognite imprevedibili, con un potenziale di eventi catastrofici impossibili da arginare.

Quando il rischio è percepito come onnipresente, le reazioni possibili sono tre: l’ignoranza, l’apatia o la trasformazione. La prima è caratteristica della moderna economia del laissez-faire; la seconda si estrinseca nel nichilismo post-moderno; la terza costituisce il tema della mia teoria sulla «società mondiale del rischio» (Weltrisikogesellschaft). In relazione al rapporto con la conoscenza e la non conoscenza nel mondo moderno, ho individuato due fasi: quella semplice (la prima), e una seconda fase riflessa. Nella prima fase si presuppone un futuro simile al presente, per cui si ritiene di poter gestire l’incertezza autogenerata grazie al perfezionamento dei modelli matematici di rischio, migliorando così sempre più i livelli di sicurezza dell’economia e della società.

La seconda fase, che paradossalmente è un effetto collaterale dei precedenti successi, deve confrontarsi con una serie di incognite incalcolabili, le quali annullano le basi stesse di un approccio razionale al rischio – attraverso il calcolo delle probabilità, gli insegnamenti desunti dall’esperienza di passati incidenti, l’applicazione dei modelli del presente a scenari futuri, i principi assicurativi). Da qui nasce il «capitalismo mondiale del rischio», che è votato al fallimento. Lo dimostra, tra l’altro, un semplice parametro economico: esso opera al di là di ogni possibile copertura assicurativa (privata). In questo senso le grandi banche presentano un’analogia con le centrali nucleari: i loro profitti sono privati, mentre i costi delle catastrofi potenziali o reali – di portata inimmaginabile – si scaricano sulle spalle dei contribuenti.

L’insipienza autoprodotta (manufactured non-knowing) dalla marcia trionfale globale della prima modernizzazione presenta quattro caratteristiche:

1) In un mondo globalmente interconnesso i suoi effetti, non solo economici ma anche sociali e politici, non sono ormai più arginabili. Perciò non si può più vedere nell’incombente tracollo dei mercati finanziari e dell’economia mondiale solo un deplorevole frutto del caso, o magari un guasto che in futuro si possa evitare, o almeno aggiustare con opportune riparazioni tecniche o perfezionamenti matematici – e non invece un fenomeno immanente al sistema del capitalismo mondiale del rischio.

2) In linea di principio, le conseguenze sono incalcolabili. Si cerca di migliorare il grado di razionalità delle decisioni in campo economico, rifiutando però di vedere che il diavolo non si nasconde nelle decisioni in quanto tali, bensì nelle loro conseguenze, potenzialmente catastrofiche.

3) Queste conseguenze non sono indennizzabili. Il sogno di sicurezza della prima modernizzazione non escludeva i danni (anche di vasta portata); ma proprio il verificarsi di incidenti rendeva possibile un processo di apprendimento su come affrontare le manufactured uncertainties – le incognite autoprodotte. Mentre oggi viviamo in un capitalismo mondiale del rischio sul quale incombono catastrofi tali da far apparire assurda qualunque ipotesi di risarcimento (assicurativo); e che dunque vanno prevenute con ogni mezzo, poiché metterebbero a repentaglio la sopravvivenza (economica) di tutti. Quando ci ritroveremo con un cambiamento climatico irreversibile, una catastrofe economica o la disintegrazione dell’euro, sarà ormai troppo tardi. A fronte di questo nuovo livello qualitativo di una minaccia che ci riguarda tutti, senza più limiti in senso sia economico che sociale e politico, la razionalità degli insegnamenti tratti dell’esperienza perde la sua validità; e a sostituirla subentra il principio di precauzione e prevenzione.

4) A dominare è oggi la non conoscenza, che si presenta in diverse sfumature: dall’«ancora non si sa» (quindi una condizione superabile grazie a un impegno scientifico più massiccio e qualitativamente migliore) all’ignoranza volutamente coltivata, passando per l’insipienza consapevole, fino all’«impossibilità di sapere». Al confronto anche l’ironia socratica – «so di non sapere nulla» – appare inoffensiva. Siamo costretti a muoverci e ad affermarci in un mondo ove non abbiamo idea di tutto ciò che ignoriamo; ed è proprio da qui che nascono pericoli dei quali non sappiamo neppure con certezza se esistano o meno! A questo punto svanisce anche il confine tra pubblico isterismo e responsabilità politica.

Prima della crisi finanziaria, gli esperti economici e politici asserivano di avere su tutto conoscenze precise e di tenere in mano la situazione. Ma all’improvviso, una volta esplosa la crisi finanziaria, non sapevano più nulla (senza però confessarlo in pubblico, e neppure a se stessi). E’ stata proprio la crisi dei mercati finanziari globali a porre drammaticamente davanti agli occhi dell’opinione pubblica la dinamica sociale e politica dell’insipienza.

L’interazione tra non conoscenza, fiducia e rischio ha un ruolo centrale nella dinamica politica: l’incapacità di sapere, pubblicamente esperita e riflessa, mette a repentaglio la «sicurezza ontologica», o in altri termini, la fiducia nelle istituzioni di base della società moderna, così come nella scienza, nell’economia e nella politica, che dovrebbero essere garanti di razionalità e sicurezza. Di conseguenza, il giudizio su queste istituzioni è drasticamente mutato: non più fiduciarie, ma entità sospette. Se prima erano viste come responsabili della gestione del rischio, oramai sono sospettate di esserne la fonte.

Chi vedesse in questo un pessimismo millenarista neospengleriano non avrebbe compreso il punto che per me è cruciale: la distinzione tra la nozione di rischio e la catastrofe dev’essere ben chiara. Rischio non vuol dire catastrofe, ma proiezione del suo scenario nel presente, con l’obiettivo di evitarla. Il futuro di là da venire rimane fuori dalla nostra portata. Oggi non è più possibile costruire uno scenario del futuro desumendolo dal presente.

Dobbiamo «metterlo in scena», renderlo visibile prima che si materializzi. Il dramma della minaccia di un tracollo dell’economia mondiale si svolge quotidianamente davanti ai teleschermi nei tinelli di tutto il pianeta. Ma questa drammaturgia mediatica dei rischi catastrofici ha scatenato una mobilitazione, storicamente senza precedenti, dell’opinione pubblica mondiale, di movimenti sociali e di attori politici nazionali e internazionali.

Tutti si guardano intorno alla ricerca di un contropotere. Ma neppure affiggendo annunci del tipo «Chi l’ha visto?» avremo qualche probabilità di trovare il soggetto rivoluzionario. Ovviamente ci si sente meglio quando si ricorre a tutti i mezzi disponibili per fare appello alla ragione. Si potrebbe anche fondare da qualche parte un ennesimo centro di discussione («commissione etica») per la soluzione dei problemi mondiali. O tornare a ravvivare la speranza nel discernimento dei partiti politici.

Ma se alla fine tutto questo si rivelasse insufficiente per incitare a un’azione politica di contrasto, ci rimane una risorsa: la coscienza delle ripercussioni politiche della società mondiale del rischio. Ma oramai è la stessa incalcolabile portata dei rischi globali ad assumersi in proprio il ruolo finora svolto dai loro critici. La questione della crisi del capitalismo è onnipresente. Perciò si pone in maniera più pressante, e magari con qualche chance in più, il problema di indicare nuove vie, all’interno e persino in alternativa al capitalismo.

Non si avverte forse la necessità di una riforma ecologica e sociale della (o nella) seconda modernizzazione, ponendo al centro i valori e i problemi della giustizia e della sostenibilità? Oggi questo pubblico brainstorming è impersonato dal movimento Occupy Wall Street. Il diktat degli onnipresenti rischi finanziari ha impartito ai comuni cittadini qualcosa come un corso accelerato sulle contraddizioni del capitalismo globale; e l’impossibilità di sapere di esperti e politici è ormai condivisa dal pubblico, con crescente impazienza, davanti alla necessità di un deciso cambio di rotta, a livello sia nazionale che internazionale, nell’interazione tra economia, società e politica.

L’onnipresenza di incognite incontrollabili richiama una prevenzione di stato. E’ vero che il ritorno a un’economia statale di piano non è proponibile. Ma neppure si può ignorare che oggi, davanti al rischio di una nuova crisi economica mondiale di vasta portata, la «sovranità del mercato» rappresenta una minaccia esistenziale senza precedenti. In altri termini, quest’esperienza storica insegna che il progetto neoliberista – di riduzione dello Stato ai minimi termini – è fallito; e in controtendenza ad esso si fa sempre più forte il richiamo alla responsabilità statale, a fronte di un’economia mondiale che produce vortici di incertezza incontrollabili, mettendo a rischio la vita di tutti.

Da tutto questo, al di là dei messaggi negativi, emerge una buona notizia. L’egoismo, l’autonomia, l’autopoiesi, l’isolamento del sé rappresentano i concetti chiave attraverso i quali la società moderna descrive se stessa. Ora, la logica del rischio globale va intesa secondo il principio esattamente opposto, quello dell’apprendimento involontario. In un mondo di contrasti inconciliabili, in cui ciascuno gira intorno a se stesso, il rischio mondiale pone in primo piano l’imperativo, non voluto né intenzionale, della comunicazione.

Il rischio finanziario pubblicamente recepito costringe alla comunicazione soggetti che altrimenti non vorrebbero avere nulla a che fare gli uni con gli altri; e impone costi ed impegni a chi fa di tutto per evitarli – e non di rado ha dalla propria parte le leggi in vigore. In altri termini: la fusione globalizzata della non conoscenza e del rischio di sopravvivenza impone di accantonare la pretesa di autosufficienza di culture, lingue, esperti, religioni e sistemi politici, e cambia l’agenda nazionale e internazionale; ne rovescia le priorità, aprendo l’orizzonte al sogno di scelte alternative – come ad esempio la tassa sulle transazioni finanziarie, che ancora poco tempo fa passava per inapplicabile e ridicola.

Ma a questo punto, la hegeliana astuzia della ragione non è la sola ad avere una chance. Potrebbe averla anche uno scenario alla Carl Schmitt – l’emergenza assurta a normalità – favorendo la ripresa del nazionalismo e la xenofobia, chiaramente osservabili, e non solo nell’Eurozona. La possibilità che queste due dinamiche contrastanti – Hegel e Schmitt – possano unirsi tra loro trova conferma nel modo in cui Angela Merkel collega europeismo e nazionalismo, in base al modello di un euronazionalismo tedesco, da lei eretto a parametro del risanamento dell’Europa dalla «malattia greca».

Ma a parlare questo stesso linguaggio è anche la duplicità dei rapporti tra due potenze mondiali, gli Stati Uniti e la Cina. Gli Usa si sono lasciati ipotecare dalla Cina, che in quanto Paese finanziatore è profondamente coinvolta, con i suoi vitali interessi nazionali, nel superamento della crisi del debito di Washington. Così questi due Paesi sono al tempo stesso incatenati l’uno all’altro per la propria sopravvivenza economica, e rivali in lotta tra loro per la conquista del potere mondiale.

(6 febbraio 2012)

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Responses

  1. sorge spontanea una domanda….”i nostri politici leggono questi editoriali?” o fingono che non esistano?

    • Molti dei nostri politici non sanno neppure leggere…..


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