Pubblicato da: chinonrisica | 31 gennaio 2012

Astensionismo e Comunità

L’astensionismo è il colpo mortale

l’Adige – Pierangelo Giovanetti –  29 gennaio 2012

 


Venerdì scorso sono state consegnate in Consiglio provinciale le oltre 9.000 firme raccolte dalla Lega per l’abolizione delle Comunità di valle.

Firme arrivate in appena quattro settimane a dimostrazione di qual è il sentire comune fra la gente sull’ente intermedio creato tra Comuni e Provincia, a quasi sei anni dalla sua istituzione.

 

Le Comunità non sono partite, o sono partite male. Non è chiaro cosa fanno, a cosa servono, che competenze hanno, con quale personale. Hanno trovato l’opposizione dei Comuni che temono di perdere le già poche competenze di cui dispongono. Non si capisce se faranno risparmiare risorse, in tempi di forte riduzione dei bilanci pubblici. O se invece saranno un ulteriore carrozzone fatto di poltrone, assemblee pletoriche, uffici, personale che si aggiunge a quello esistente. Insomma costi aggiuntivi a carico del contribuente, che tanto fanno imbestialire il resto d’Italia costretto a tirare la cinghia.

Scarsa risulta pure la legittimazione politica: alle elezioni del 2010 si è recato alle urne un misero 40% di votanti, segno evidente del disinteresse (o forse della disapprovazione) che la riforma ha registrato nell’opinione pubblica trentina.

 

Di fronte al referendum che chiamerà ancora una volta i trentini a pronunciarsi su queste Comunità di valle, chi ha voluto la riforma – la maggioranza attuale in giunta provinciale – ha scelto di rispondere con l’astensionismo. Soprattutto il Pd, primo partito del Trentino alle ultime provinciali, quindi (in teoria) motore primo della politica provinciale, timoroso di prendere una sonora legnata da parte del suo elettorato e di perdere il referendum, punta a far stare a casa gli elettori per far mancare il quorum e lasciare tutto come prima.

L’espediente, mettere la testa sottoterra come gli struzzi facendo finta che il problema non esiste e che tutto vada bene, madama la marchesa, può forse servire a far fallire il referendum e a non raggiungere il 50% dei votanti (con lo stesso criterio, le comunità andrebbero dichiarate fallite, visto che i votanti sono stati il 40%), ma non salverà le Comunità di valle.

Se oggi i trentini non credono in questo ente e nella sua utilità, non è ignorando la preoccupazione dell’opinione pubblica che si risolve il problema, ma spiegando con i fatti a cosa servono, quali problemi risolvono, quali risorse risparmiano, quale personale dispongono che non sia frutto di nuove assunzioni.

È affrontando il referendum guardando negli occhi chi la pensa diversamente, che si potrà convincere eventualmente i trentini che vale la pena tenere le Comunità di valle. Non nascondendosi per non parlarne, e così far dimenticare agli elettori che fra alcune settimane ci sarà un referendum in cui saranno chiamati a dire la loro.

 

Il referendum, al di là di chi lo propone e della strumentalità politica che lo può animare, è un’occasione particolare, forse unica, per andare fra i trentini, nelle valli, nei paesi, in città (perché le Comunità di valle sono pagate anche dai residenti della città di Trento, che hanno pieno e totale diritto ad esprimersi al riguardo), e spiegare cosa sono tali enti, quali poteri prenderanno dai Comuni e quali dalla Provincia, quale utilità pratica porteranno nella vita quotidiana dei cittadini, quali problemi risolveranno, in che tempi.

Questa è la battaglia politica vincente sulle Comunità di valle, non approvare una legge in consiglio provinciale dopo una gestazione di 25 anni, aspettarne sei (e forse chissà quanti ancora) per sustanziarla di poteri, registrare il voto scarso di quattro trentini su dieci nell’elezione dei suoi organi, e poi far di tutto perché gli elettori non vadano alle urne a dire cosa ne pensano.

 

Se Pd e Upt sceglieranno definitivamente la via dell’astensionismo, assesteranno loro la mazzata finale alle Comunità di valle, perché le priveranno di forza politica data dal consenso dei cittadini elettori. Potranno sopravvivere al referendum le Comunità, ma saranno ancora più deboli di prima, e probabilmente saranno destinate ad un lento declino che le porterà a fare la fine dei comprensori, dopo aver sprecato tempo e risorse senza aver risolto i problemi dei Comuni trentini dati dalle loro dimensioni, e dai loro scarsi poteri, che vengono ulteriormente assottigliati dall’ente intermedio.

Se Pd, Upt e Patt credono veramente nelle Comunità di valle (e possono avere anche delle ragioni da far valere, e delle argomentazioni da spendere), allora devono affrontare il referendum a viso aperto, scendendo nelle piazze e fra la gente, spiegando perché hanno fatto la riforma e cosa vogliono ottenere, non sottraendosi al dibattito e al confronto con chi è contrario, o puntando a parlarne il meno possibile per aggirare il problema.

 

Forse, proprio dal referendum, può partire quel colpo d’ala che finora è mancato alla riforma. Non si dica che sono temi difficili, lontani dalla gente, fatti per pochi, gli addetti ai lavori. I grandi partiti popolari nel dopoguerra portarono dopo vent’anni di dittatura e nessuna esperienza precedente, gli italiani alla democrazia, alla repubblica, alla partecipazione al voto. E riuscirono a farlo in un tempo limitato, girando fra la gente, nei paesi, nelle case, convincendo un popolo certamente non di acculturati, della forza e della validità delle nuove istituzioni. Il nostro Trentino fu la regione d’Italia che con più convinzione votò al referendum a favore della repubblica.

 

Ma non si trattò di una riforma a tavolino, come quella delle Comunità di valle, cercando di evitare il confronto popolare. Fu proprio la forza travolgente del voto a dare solidità alla repubblica e alla democrazia italiana. Bisognerebbe forse rimparare a fare politica, non sottraendosi al confronto popolare, ma combattendo con la forza delle proprie argomentazioni e la convinzione della validità del proprio progetto. Altrimenti sorge un dubbio: che sia la stessa dirigenza di Pd e UpT che, in fondo, alle Comunità di valle non ci crede poi granché?

 

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Responses

  1. probabilmente è stato solo un’espediente elettorale, nessuno si è preoccupato di effettuare uno studio serio prima, ne’ di verificarne il funzionamento dopo

  2. In Trentino esiste un deficit grave di democrazia. Le Comunità di Valle ci sono state imposte da un potere che, ormai, risponde solo a se stesso. L’autonomia più grande di chi ci governa è quella dalle regole democratiche. Un organismo nato morto, pletorico e costoso deve essere accettato da tutti i Trentini. I quali hanno avuto bisogno per (almeno) tentare di liberarsene, di un referendum realizzato dalla Lega Nord. E gli altri zitti, per non irritare il Caro Leader. Non ho parole!!

    • mi sa che Dellai vorrebbe replicare x se stesso il ruolo di Durnwalder, senza averne il carisma (e neanche il senso di giustizia, pur con le sue pecche)

      • Dellai è il Berlusconi “de noartri”. Ma non racconta barzellette, nè si circonda di donnine. Inoltre vuole far credere di essere di sinistra!!


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