Pubblicato da: chinonrisica | 25 gennaio 2012

C’è chi dice no

Da molte settimane è in atto un confronto tra Università e Provincia per la redazione di un nuovo Statuto dell’Ateneo,uno Statuto che darebbe spazio, nel CdA, a molti rappresentanti della Provincia autonoma.
Un ulteriore passo avanti della politica clientelare della PAT, che compra, paga e vuole decidere, attraverso fidi scudieri piazzati al posto giusto.
Molti docenti si oppongono e il rettore mal tollera questo stato di cose. Ancor meno lo tollera il locale plenipotenziario in missione per conto di Dio, Lorenzo Dellai.
Dissenso, cultura, democrazia….parole ignote a chi ama gestire tutto dall’alto, definisce attacco ogni critica mite e si arrocca nel potere, gestito in modo piccino, che molta codardia interna gli ha consentito.
Per fortuna c’è chi risponde a tono, senza paura e con la pacata serenità di chi vive con passione il suo ruolo. Guadagnato con lo studio, la pazienza e l’intelligenza.

A seguire l’articolo di Giovanni Pascuzzi, pubblicato sul Trentino di oggi.

Caro presidente Dellai, Le scrivo dopo aver letto il Suo editoriale pubblicato lunedì scorso sul Trentino. Lei si rivolge ai professori dell’Università di Trento (impegnati in una discussione su un passaggio importante qual è l’approvazione del nuovo statuto) per dire che molti di noi non avrebbero capito l’opportunità storica che ci viene offerta, opportunità che Lei, se ben comprendo, potrebbe discrezionalmente toglierci.
La mia prima reazione è stata di meraviglia. Per un motivo squisitamente tecnico. Lo statuto dell’Università deve rispettare la norma di attuazione della delega delle funzioni statali in materia di università (d. lgs. 142/2011). Ne consegue che è legittimo qualsiasi statuto non in contrasto con la norma di attuazione. Poiché nessuno sta proponendo modifiche alla bozza di statuto in contrasto con la norma di attuazione (da Lei tracciata) perché, Presidente, è intervenuto in maniera così pesante nel nostro dibattito interno? Avremo almeno il diritto di discutere liberamente, nell’ambito di un recinto normativo ben definito, senza essere condizionati da velate minacce?
Ma non voglio soffermarmi nel merito. Lo farà chi ricopre ruoli istituzionali. Le parlo da semplice professore quale sono, su un aspetto che mi ha colpito della Sua lettera: il tono.
Nessuno disconosce che la PAT con i suoi finanziamenti ha agevolato alcune ricerche di eccellenza. Ma esistono, per fortuna, nel nostro Ateneo tante altre eccellenze che pure si sono realizzate in maniera autonoma e indipendente da quei finanziamenti. Lei, però, sembra sottolineare che solo le prime hanno valore, non le seconde. Ancora: nessuno Le nega il diritto di prefigurare nuovi modelli di governance ironizzando su chi cita Federico II. Al futuro, però, guardava anche Federico II, e, se ancora oggi ne parliamo, vuol dire che qualche visione giusta l’ha avuta anche lui: chissà se tra qualche tempo qualcuno parlerà di noi. E inoltre: nessuno nega l’importanza che la Provincia autonoma ha avuto ed ha nella vita di questo Ateneo. Ma dire che chi vuole apportare dei cambiamenti ad una bozza di statuto lo fa unicamente per difendere posizioni corporative e autoreferenziali significa, alle mie orecchie, formulare un’ingiusta generalizzazione. Probabilmente Le interessa poco, ma vorrei avere la possibilità di raccontarLe la mia storia: proprio per ribellarmi ad un certo modo di intendere l’accademia e per non cedere alla vera corporazione, ho pagato prezzi personali altissimi. E proprio perché ho vissuto queste esperienze, posso dirLe che dalle Sue buone intenzioni (che nessuno nega) possono nascere comportamenti che alimentano quei fenomeni senza affatto distruggerli.
Presidente, il tono della Sua lettera manifesta indifferenza. Indifferenza per chi non è omogeneo al Suo modo di pensare.
Certo ci sono molti modi di esprimere l’indifferenza. Ad esempio farsi eleggere e poi disattendere ciò che la maggioranza elettorale chiede. C’è l’indifferenza di chi non ascolta perché crede di avere la verità in tasca. La Sua è l’indifferenza del linguaggio. La Sua minaccia di dirottare altrove i fondi della collettività (per inciso: quando dice questo, esprime l’opinione di tutta la Sua maggioranza?) ricorda l’atteggiamento di quei genitori che dopo aver adottato un bambino lo restituiscono all’orfanotrofio perché ha un carattere difficile.
A volte seguo i dibattiti sul ruolo dei cattolici in politica. Penso a personaggi come Degasperi, Moro, Bachelet. Mi chiedo se mai di fronte alle critiche (non al disegno, che essendo contenuto nella norma di attuazione non può essere messo in discussione, ma allo statuto che è un atto di autonomia) quei Padri avrebbero reagito ventilando ritorsioni. Forse, per migliorare le cose nel nostro Paese, basterebbe che i politici tornassero ad usare un linguaggio più consono: il linguaggio del rispetto delle opinioni degli altri.
Io credo che nulla si possa costruire se non ci si rispetta come persone. Personalmente, mi sforzo di ascoltare tutti. Ascoltare davvero, perché tutti hanno qualcosa da insegnarmi. Sento spesso parlare di leadership. Ma intanto può esistere un leader, in quanto esiste una squadra. Se non c’è squadra, non c’è nemmeno un leader. E’ una squadra valorizzata a fare grande un leader: è la squadra a fare la differenza.
Una persona come Lei ci viene giustamente invidiata nelle altre regioni: ha coraggio e visione. Ma non crede che per costruire davvero una nuova Università ci sia bisogno di coinvolgere le persone, di motivarle, di farle sentire motori e non esecutori di un progetto? Davvero tutti quelli che hanno capito stanno da una parte e tutti quelli che non hanno capito stanno dall’altra? Davvero non si può far notare che la bozza di statuto contiene disposizioni che si pongono in contrasto con ineludibili principi giuridici (con tutto il rispetto dovuto, ovviamente, per chi ci ha lavorato)? Perché non ascoltare le richieste della maggioranza delle persone che giorno per giorno fanno vivere questo Ateneo? Non mi sento la Sua controparte: credo di essere uno dei tanti che compongono un capitale umano che merita di essere valorizzato.
Probabilmente non riuscirò a fare breccia nel Suo modo di pensare. E allora chiudo con un suggerimento. Per anni Lei ha detto che il Trentino deve investire in ricerca e formazione. Ora minaccia di cambiare idea al sol profilarsi di critiche sulla bozza di nuovo statuto. Non c’è bisogno che Lei rinneghi la strategia che ha seguito per tanto tempo. Anche se non me ne intendo, credo non Le gioverebbe sul piano politico. È sufficiente aggiungere una semplice disposizione alla norma di attuazione: permettere a tutti professori dell’Università di Trento di trasferirsi, a richiesta, in un’altra Università statale a scelta. Così da essere certi che rimangano qui solo quelli che condividono senza riserve il progetto che sta maturando.
Ognuno può scegliere di andar via. Una norma del genere aiuterebbe a snellire i vincoli della legislazione nazionale. Forse renderebbe il Suo Trentino più libero da “quelli che non capiscono”. Forse, però, lo lascerebbe più piccolo e solo.
Un saluto cordiale.
Giovanni Pascuzzi professore dell’Università di Trento

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