Pubblicato da: chinonrisica | 10 gennaio 2012

Il sano realismo di chi critica

Anche il Sole 24 ore( noto quotidiano barricadero, scorretto e incline alla diffamazione dei virtuosi) fornisce la sua versione dei fatti circa lo stato di salute dell’autonomia trentina.
Uno Stato nello Stato, che altrove si chiama secessione leghista e qui si definisce tutela dell’autonomia!Non possiamo più tacere davanti all’enormità dello spreco, del clientelismo e del tentativo di sminuire chi ha idee diverse.
Naturalmente, per il satrapino locale, tutti sono contro il piccolo eden che lui ha creato. Ma sono sempre di più coloro che non intendono prostrarsi al principe. E chiamare invidia il sano realismo dei dissidenti è operazione che appartiene ad un berlusconismo altrove già passato di moda.

Commenti e Inchieste
Il Trentino aiuta a proliferare le lottizzazioni e le poltrone
Il Sole 24 ORE – Mariano Maugeri, 10 gennaio 2012

Dalla culla alla bara. In nome del principe vescovo. Illuminato, democratico, progressista e sicuramente munifico, se è vero, come è vero, che per 531mila abitanti dispone di entrate per competenza di 4,5 miliardi.
Una concentrazione di potere (e di denari) che non ha pari tra i governatori italiani. Landeshauptmann – capo di Stato – come i tedeschi chiamano i governatori, forse si attaglia meglio al presidente di questa Provincia autonoma.
I numeri, prima di tutto: 42mila dipendenti pubblici, tra statali e provinciali, e 23 società partecipate, delle quali 14 controllate direttamente. La proliferazione di incarichi, prebende e lottizzazioni è l’inevitabile precipitato di una presenza totalizzante. La Provincia pensa a tutto. E ai trentini, qualunque iniziativa economica abbiano in mente, scatta sempre il riflesso pavloviano di prelevare dal bancomat provinciale.
Dal 2008, quando la crisi ha cominciato a colpire duro, la società provinciale Trentino Sviluppo ha moltiplicato la pratica del lease-back per aiutare le aziende in difficoltà. Il meccanismo è semplice: la Provincia compra gli immobili dell’impresa che poi restituisce il dovuto con un mutuo di 15 o 18 anni a tassi di favore (euribor +0,50%). Detto in altri termini, un sistema per iniettare liquidità nelle imprese mentre le banche chiudono i rubinetti del credito. Il pubblico chiede come ovvia contropartita la salvaguardia dei posti di lavoro. Negli ultimi anni Trentino Sviluppo ha scucito 500 milioni per salvare aziende sull’orlo del crack. Funziona, almeno per ora. Ma la crisi non solo non passa ma addirittura si inasprisce. Forse è per questo che gli imprenditori fanno la coda per ottenere un aiuto dalla Provincia. Alessandro Olivi, l’assessore all’Industria, ha cercato di essere perentorio: «Cari imprenditori, Trentino Sviluppo non è una banca».
Da queste parti è difficile chiudere la porta in faccia a qualcuno. L’élite trentina è cosi ristretta che pubblico e privato sono vasi comunicanti, almeno nei ruoli di vertice. Politica del maso chiuso. O, come lo apostrofò il sociologo Ilvo Diamanti, un sistema produttivo bonsai che convive con un apparato pubblico ipertrofico.
Gli assessori democrat della Giunta Dellai, per bocca del capogruppo Luca Zeni, provano a incalzare il Landeshauptmann: «L’autonomia è sicuramente un valore aggiunto. A patto che non si trasformi in autarchia». Dellai, ormai al terzo mandato, va diritto per la sua strada. E con l’accordo di Milano del 2009, sottoscritto con gli ex ministri Giulio Tremonti e Roberto Calderoli, ha assicurato alla Provincia autonoma la piena potestà anche sull’università e gli ammortizzatori sociali, scatenando una serie di polemiche con i vertici dell’ateneo sulle nuove regole che saranno codificate da una commissione – detta “dei dodici” – nella quale gli accademici sono in netta minoranza. Il patto stabilisce la “partecipazione della Provincia nelle scelte e negli indirizzi di ricerca dell’Università”, un passaggio che ha spinto alla dimissioni il prorettore Giovanni Pascuzzi. Dice l’ex numero due dell’ateneo: «Ho qualche dubbio che sia un bene rimettere le scelte strategiche dell’Università alle decisioni di variabili maggioranze politiche».
All’opposizione sono i leghisti a menare fendenti. Dice il consigliere provinciale Franca Penasa, ex sindaco di Rabbi, in Val di Sole: «C’è una vasta gamma di operazioni torbide. Una su tutte: le società partecipate affidano gli appalti senza gara a società dietro le quali si nascondono fiduciarie straniere con soci occulti. Per non parlare degli sprechi: Bolzano ha speso 15 milioni per cablare il territorio provinciale, qui siamo oltre i 200».
La moltiplicazione degli incarichi politici negli organigrammi delle società provinciali ha fatto scuola anche sul territorio. Con una legge del giugno 2006 sono state istituite ben 15 comunità di valle. Quella della Val di Non ha un’assemblea di 96 componenti, 57 dei quali eletti a suffragio universale. Mentre la Lombardia riduceva drasticamente le sue comunità montane e la Liguria le aboliva del tutto, la Provincia autonoma di Trento ha articolato la sua struttura politico-amministrativa in ben sei livelli (Regione, Provincia, Comune, Circoscrizioni, 99 Asuc, amministrazioni separate usi civici, oltre naturalmente alle comunità di valle). Difende a spada tratta la Giunta l’assessore alle Politiche sociali Ugo Rossi: «Anche gli scettici dovrebbero ammettere che le nostre sono politiche di stampo nordeuropeo. Nella ricerca stiamo concentrando risorse rilevanti. Faccio solo qualche nome: Trento Rise, il polo della Meccatronica, la fondazione Bruno Kessler». I denari, evidentemente, oliano anche ingranaggi macchinosi. Lo studio più recente in ordine di tempo sostiene che a Trento ci sia l’ambiente più favorevole in Italia per creare una nuova azienda. Il Trentino giganteggia su tre materie: lavoro, contesto sociale e finanza. La morale è semplice: pure le economie bonsai fioriscono. A patto che siano innaffiate da denaro pubblico.

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