Pubblicato da: chinonrisica | 2 gennaio 2012

Aristocrazia e vera democrazia: la lezione dell’antica Grecia

Quando ancora il Comune di Trento intendeva costituire il Consiglio tributario ( prima che il decreto Salva Italia lo eliminasse), avevo preparato una proposta di emendamento alla deliberazione che ne prevedeva la nascita: i componenti avrebbero dovuto essere sorteggiati tra i cittadini aventi alcuni requisiti ( quelli per la nomina a componente popolare di Corte d’Assise).L’emendamento non è mai stato discusso, perchè la delibera è decaduta, ma oggi, sul Corriere della Sera, Michele Ainis, costituzionalista assai valido e innovativo, propone qualcosa di analogo per far rivivere la nostra democrazia in deperimento organico.
Sono stata fiera della mia ( purtroppo non discussa) intuizione, forte di un avallo così autorevole! Buona lettura.

Per una politica meno distante occorre
una Camera dei cittadini

Il lascito del 2011? Un serbatoio di malumori e di rancori nel rapporto fra i cittadini e la politica. Una furia iconoclastica, che ha fatto precipitare al 5% la fiducia nei partiti. Faremmo male a liquidar- la inarcando un sopracci- glio, faremmo peggio a cavalcarla senza pronosti- carne gli esiti, senza in- terrogarci sulle soluzioni.

Perché c’è un timbro antiparlamentare, in quest’onda di sdegno collettivo; e infatti il Parlamento è la più impopolare fra le nostre istituzioni. Perché la storia si ripete: accadde già durante gli anni Venti e Trenta del Novecento, quando un’altra crisi economica mordeva alla gola i popoli europei. E perché allora l’Italia, come la Germania, se ne riparò cercando l’uomo forte. E trovandolo, ahimè.

No, non è un califfo che ci potrà salvare. Non è nemmeno un presidenzialismo in salsa sudamericana, anche se il rafforzamento dell’esecutivo s’iscrive nell’agenda delle priorità. Serve anzitutto innervare gli istituti della rappresentanza, edificandoli su nuove fondamenta. Per adeguarli al nostro tempo rapido e cangiante, ma tuttora regolato da procedure di stampo ottocentesco. E in secondo luogo per incanalare un’istanza di partecipazione che gonfia le piazze a Occidente come a Oriente, e che in Italia si va sfogando attraverso i referendum. Basterà per questo correggere il bicameralismo paritario, diminuire i deputati, perfezionare la legge elettorale? Nel migliore dei casi, otterremmo rappresentanti più autorevoli; ma i cittadini resteranno senza voce, senza decidere né incidere sugli affari di governo.

È questo sentimento d’impotenza che ha separato gli italiani dallo Stato italiano. Perché lassù abita un’élite, inamovibile, insindacabile, immarcescibile. Dunque per risanare la frattura tra società politica e società civile è necessario incivilire la prima, politicizzare la seconda. In altre parole, è necessario che la politica non sia più un mestiere, e che i cittadini non ne siano meri spettatori. Come? Non certo armandoli con un voto di preferenza in più, quando poi il preferito è sempre un uomo cooptato dai partiti. Armandoci piuttosto di coraggio, di fantasia costituzionale. In primo luogo segando il ramo su cui stanno inchiodati i professionisti del potere: due mandati e via col vento. Era la regola in vigore nella democrazia ateniese (cariche a rotazione, governanti provvisori), e dopotutto dalla Grecia antica abbiamo ancora molto da imparare.

In secondo luogo, c’è un istituto di democrazia diretta che può rivitalizzare la democrazia rappresentativa. Si chiama recall, funziona in Canada come negli Stati Uniti, consiste nella revoca anticipata dell’eletto immeritevole. Se fosse codificato anche alle nostre latitudini, potremmo usarlo contro quel signore che ha consumato il 93% d’assenze in Parlamento, o contro quell’altro che vi è approdato in una lista antiberlusconiana, per poi diventare una fedele sentinella dell’ex presidente del Consiglio. Potremmo coniugare responsabilità e potere, giacché questo divorzio è alla radice di tutti i nostri mali.

In terzo luogo, serve una sede di rappresentanza degli esclusi – i giovani, le donne, i disoccupati, ma in fondo siamo tutti esclusi da questo Parlamento. Ne ha parlato Carlo Calenda sul Foglio del 29 dicembre, proponendo che il Senato diventi una «Camera dei cittadini» formata per sorteggio, in modo da riflettere il profilo socio-demografico del Paese. Un’idea bislacca? Mica tanto. La demarchia – la democrazia del sorteggio – va prendendo piede in tutto il mondo, quantomeno nelle esperienze di governo municipale. Anche in Italia: per esempio a Capannori, nella provincia di Lucca. Mentre a novembre in Svizzera un ventottenne ha conquistato il Parlamento grazie ai favori della sorte (aveva preso lo stesso numero di voti di un’altra candidata). E vale pur sempre la lezione di Aristotele: lui diceva che l’elezione è tipica delle aristocrazie, il sorteggio delle democrazie.

Pensiamoci a fondo, prima di gettare queste idee nel cestino dei rifiuti. Non è forse un’aristocrazia quella da cui siamo governati? Una Camera di cittadini sorteggiati, con funzioni di stimolo e controllo sulla Camera elettiva, aiuterebbe le nostre istituzioni a trasformarsi nello specchio della società italiana. Limiti e vincoli più rigidi nei confronti degli eletti azzopperebbero il potere delle segreterie politiche, restituendo la rappresentanza al suo più autentico valore. Se l’utopia è il motore della storia, adesso ne abbiamo più che mai bisogno per continuare la nostra storia collettiva.

Michele Ainis
2 gennaio 2012 Corriere della Sera

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Responses

  1. beh, questa del sorteggio è proprio un’idea inedita e stravagante…ma in fondo forse più giusta che ritrovarci governati da incompetenti voluti dai partiti

    • Stravagante, ma fondata, se pensiamo a quanto avviene oggi.
      I nostri “rappresentanti” sono scelti da chi non si è mai assoggettato alle regole previste dalla Costituzione: i partiti politici dovrebbero essere associazioni riconosciute dallo Stato che dovrebbe controllare la democraticità del loro Statuto…..cosa mai realizzata! I segretari di queste associazioni prive di ogni controllo interno di democraticità scelgono chi siederà in Parlamento.
      E nessuno ha mai iniziato un percorso di modifica della legge elettorale in vigore, pur tra tanti proclami di indignazone!!
      A tutti i partiti fa comodo che tutto rimanga com’è, pur facendo credere che tutto dovrebbe cambiare ( mi ricorda un po’il Gattopardo, non ti pare?).
      A questo punto, piuttosto che un manipolo di fedelissimi sotto ricatto delle segreterie, spesso nemmeno troppo competenti, meglio un sorteggio. Le cariche pubbliche devono essere una responsabilità collettiva, non una comoda sistemazione per qualche nullafacente in cerca di soldi!

  2. sono perfettamente d’accordo, e se ne vedono anche in A. Adige, di questi giovani senza nessuna esperienza ne’ interesse, se non quello di farsi una pensione chiacchierando alle spalle nostre…


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