Pubblicato da: chinonrisica | 12 dicembre 2011

Le caste insistono e resistono

Da Il TRENTINO di oggi una saggia riflessione di Francesco Jori.

Le caste insistono e resistono
Mala tempora currunt, atque peiora premunt, si diceva nell’antica Roma quando le cose giravano storte. In quella moderna, cambia solo il passaggio dal latino all’italiano. Ci sono voluti una ventina d’anni per azzerare gli effetti del risanamento dei conti a opera del governo Amato, nel 1992. Ne basteranno neanche la metà per cancellare i rimedi che sta per varare il governo Monti, se in questo scalcinato Paese non cambierà la cultura civica: quella politica in primis, ma a seguire pure quella sociale. I segnali, purtroppo, sono decisamente scoraggianti. A parole tutti sono concordi nel dire che la manovra va attuata, e in fretta. Nei fatti, sono 1.400 gli emendamenti presentati in Parlamento, quasi metà a opera della Lega; altri 200 sono firmati Pd, peraltro con l’ipocrisia che non sono del gruppo, ma di singoli membri. Resiste il vecchio vezzo di tutelare gli interessi elettorali anziché quelli dell’Italia: frutto, d’altra parte, di una società frazionata in gruppuscoli di categoria anziché riunita in nazione. Di fronte alle misure del governo, tutti protestano: perfino i proprietari di barche di lusso, quasi metà dei quali peraltro dichiarano un massimo di 20mila euro l’anno. E contro i singoli provvedimenti si annunciano grandinate di ricorsi a tutti i livelli, dalla Corte Costituzionale in giù.
Siamo il Paese del “vai avanti tu”, tutti sono d’accordo nel tagliare ma non in casa propria. Grande o piccola che sia, ogni lobby si tutela in proprio: alle consultazioni del presidente Napolitano si sono presentati 34 diversi gruppi parlamentari, a quelle del presidente Monti sono arrivate 35 sigle sindacali diverse. Cos’è questa, rappresentanza degli interessi legittimi e di un fisiologico pluralismo, o del proprio particolare e dell’autoinvestitura di sedicenti leader? L’inquinamento civico è entrato in falda, non si salva neanche la periferia, anzi. Mentre a Roma, sia pure in modo faticoso e pieno di cautele, va avanti l’abolizione del vitalizio dei parlamentari, in Veneto si sono già pentiti di aver ridotto i consiglieri regionali da 60 a 50, e c’è chi tenta di aggiungerne una manciata. In Friuli-Venezia Giulia hanno tagliato i seggi, ma non le retribuzioni; di più, hanno accantonato una quota di 3 milioni per compensare a fine mandato gli uscenti del 2013. E in Trentino-Alto Adige quella di rinunciare ai generosi rimborsi rimane tuttora una richiesta inevasa.
Questa bieca resistenza di ceti politici e caste sociali a tutela di inaccettabili e immotivati privilegi appare tanto più esecranda ai molti italiani qualunque che non hanno santi protettori, e che oggi sono chiamati a pagare per un dissesto provocato da chi ha gestito in modo scellerato i conti pubblici: è come se i condòmini fossero costretti a sborsare di tasca loro per i guasti causati dal loro amministratore. Tanto più che non v’è certezza non solo del domani, ma neppure dell’oggi: chi vigilerà ad esempio perché il rincaro del prezzo della benzina non venga raddoppiato o triplicato nel costo dei beni di consumo? E quando si arriverà alla vera equità sostanziale, quella di far pagare i conti a chi l’ha fatta franca finora, in un Paese in cui solo mezzo milione di persone dichiarano più di 90mila euro l’anno? Per risanare davvero l’Italia serve una classe dirigente, non solo politica, capace di comportamenti ben diversi da quelli che ci hanno condotto sull’orlo del dissesto, e che smetta di rivelarsi forte con i deboli e imbelle con i prepotenti. Altrimenti, per l’ennesima volta avremo pagato a vuoto.

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