Pubblicato da: chinonrisica | 30 novembre 2011

Lingua madre

Mi piace l’espressione “Lingua Madre”. E’un riconoscimento al valore delle radici materne, spesso trascurate, oscurate, dimenticate a favore di ciò che, invece, è paterno.
Cognome, lessico giuridico, albero genealogico tutto richiama ad un padre che spesso è stato assente o incurante dei propri figli.
La lingua invece no. E’ sempre stata chiamata madre lingua, anche in tempi in cui non si parlava di parità di genere.
La madre lingua come la madre terra. Ciò da cui proveniamo e a cui ritiorniamo, come quello che ci identifica come appartenenti ad un gruppo, è madre.
Purtroppo, in tempi di globalizzazione selvaggia, manca la volontà di tutelare la specificità della lingua e il suo intrinseco, prezioso, valore.
Mentre ci affanniamo ( e giustamente) a difendere la tipicità dei prodotti alimentari, dimentichiamo le meraviglie nascoste in una lingua bella, ricca di sfumature e potenzialità come il nostro italiano.
Viaggiare e comunicare è bellissimo, ma senza adeguata consapevolezza delle proprie origini linguistiche ci si limiterà ad un approccio superficiale, nei rapporti e nelle conoscenze.

Questa infarinatura di conoscenza linguistica che la scuola offre ( e i risultati sono purtroppo visibili!) non aiuta a comprendere il significato profondo della parola,non consente di legarla a tradizioni o a etimologie affascinanti, la rende un mezzo, noioso, da ridurre a semplice intermediazione per gli scambi.
La lingua come fosse denaro.
E così perdiamo il gusto della frase, la commozione per le parole di un poeta, la ricchezza della comunicazione d’amore, d’amicizia, di tutela, di protesta.
La povertà economica si aggiunge alla povertà di pensiero e di parola. Si può immaginare un deserto più arido e vasto?

Dal Corriere della Sera del 28 novembre 2011

Se sette italiani su dieci non capiscono la lingua

De Mauro: cresce l’analfabetismo di ritorno

«Voi sapete che, quando un popolo ha perduto patria e libertà e va disperso pel mondo, la lingua gli tiene luogo di patria e di tutto…». Così Luigi Settembrini ricordava quanto conti la lingua nell’identità e nella coesione di un popolo. Purtroppo, se oggi si dovesse giudicare dal livello di padronanza dell’italiano il grado di attaccamento alla nazione, saremmo davvero messi molto male. La salute della nostra lingua, infatti, sembra piuttosto allarmante, almeno a giudicare dai dati che Tullio De Mauro ha illustrato ieri a Firenze, durante un convegno del Consiglio regionale toscano intitolato «Leggere e sapere: la scuola degli Italiani».

Tra i numeri evocati da De Mauro e fondati su ricerche internazionali, ce ne sono alcuni particolarmente impressionanti: per esempio, quel 71 per cento della popolazione italiana che si trova al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà. Al che corrisponde un misero 20 per cento che possiede le competenze minime «per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana». Basterebbero queste due percentuali per far scattare l’emergenza sociale. Perché di vera emergenza sociale si tratta, visto che il dominio della propria (sottolineato propria) lingua è un presupposto indispensabile per lo sviluppo culturale ed economico dell’individuo e della collettività.

Fu lo stesso Tullio De Mauro quasi cinquant’anni fa, in un libro diventato un classico, Storia linguistica dell’Italia unita, a segnalare il contributo non solo della scuola ma anche della televisione nell’apprendimento di una lingua media che superasse la frammentazione dialettale. Si assisteva in quegli anni al declino del dialetto e contemporaneamente al trionfo di quell’italiano popolare unitario che avrebbe portato, secondo le previsioni dei linguisti, a un innalzamento delle conoscenze linguistiche in parallelo con il progresso economico, culturale e civile. Nel 1973, Pier Paolo Pasolini aprì una discussione: il tramonto del dialetto equivaleva per lui all’abbandono dell’età dell’innocenza e all’entrata nella civiltà dei consumi e nell’età della corruzione. Gli fu risposto che la conquista dell’italiano da parte delle classi subalterne, come si diceva allora, era piuttosto la premessa e la promessa della loro promozione sociale.

Oggi, a quarant’anni da quelle accesissime polemiche tra apocalittici e integrati, tra nostalgici delle parlate locali e fautori delle magnifiche sorti e progressive, sembrano tutti sconfitti di fronte al pauroso ristagno economico, culturale e linguistico. L’allarme lanciato da De Mauro chiama in causa anche il nuovo governo, che finora, ha detto lo studioso, «sembra aver dimenticato l’istruzione». Istruzione e scuola sono i due concetti chiave. Se nel dopoguerra, fino agli anni Novanta, il livello di scolarità è cresciuto fino a una media di dodici anni di frequenza scolastica per ogni cittadino (nel ’51 eravamo a tre anni a testa), oggi si registra, con il record di abbandoni scolastici, un incremento pauroso del cosiddetto analfabetismo di ritorno, favorito anche dalla dipendenza televisiva e tecnologica. Non deve dunque stupire che il 33 per cento degli italiani, pur sapendo leggere, riesca a decifrare soltanto testi elementari, e che persista un 5 per cento incapace di decodificare qualsivoglia lettera e cifra. Del resto, pare che la conoscenza delle strutture grammaticali e sintattiche sia pressoché assente persino presso i nostri studenti universitari, che per quanto riguarda le competenze linguistiche si collocano ai gradini più bassi delle classifiche europee (come avviene per le nozioni matematiche).

Non bisognerebbe mai dimenticare che la conoscenza della lingua madre è il fondamento per lo studio delle altre discipline scolastiche e delle altre lingue (inglese compreso), così come è alla base della capacità di orientarsi nella società e di farsi valere nel mondo del lavoro. Sembrano constatazione banali, ma non lo sono affatto in un contesto in cui l’insegnamento dell’italiano nelle scuole soccombe all’anglofilia diffusa e la lettura, sul piano sociale, è nettamente sacrificata rispetto all’approccio visivo, comportando vere mutazioni psichico-cognitive. Se ciò risulta vero, non è eccessivo affermare che l’emergenza culturale, nel nostro Paese, dovrebbe preoccupare almeno quanto quella economica.

Paolo Di Stefano
28 novembre 2011 (modifica il 29 novembre 2011)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: