Pubblicato da: chinonrisica | 26 novembre 2011

Il lavoro in deficit

Le immagini dei lavoratori di Termini Imerese preoccupati per il loro futuro mi ha ferita. E la loro disperazione, la loro rabbia ha tenuto banco almeno per qualche ora in tv e sui giornali. Magrissima soddifazione; ma con la visibilità ottenuta potranno, forse, trovare un altro lavoro.
Chi pensa, invece,al negozio che chiude e al commesso o ai pochi commessi che restano disoccupati?
Non ci sono disoccupazioni di serie A e disoccupazioni di serie B, solo alcune più visibili ed impattanti di altre.
Ma il lavoro manca perchè la domanda e i redditi sono fermi, anzi decrescono. Una crisi senza precedenti sta minando il nostro domani e il Natale che tra un mese sarà già finito appare come una farsa , una commedia per spettatori felici, interpretata da commedianti preoccupati.
In questa fase la politica si sta dimostrando debole e quasi priva di risposte.
Da il Corriere della Sera del 9 settembre 2011, mentre ancora governava Berlusconi, un articolo che analizza le contraddizioni di destra e sinistra sul tema della spesa pubblica. Quella esplosa grazie al sistema di corrutela craxiana e coltivata dall’incuria irridente e sgangherata di stampo berlusconiano.

Curare il deficit con maggiori spese L’ errore che unisce destra e sinistra

L’ ennesimo paradosso italiano è che sono sempre di più quelli che vorrebbero far fronte alla crisi del bilancio dello Stato con più Stato. L’ esempio viene dall’ alto, dal governo, che ha abusato della leva fiscale. Ma l’ effetto sta risuscitando la sinistra peggiore, quella che pensa che basti far pagare più tasse per poter continuare a spendere come prima. Tornano a circolare a sinistra idee e pregiudizi che avevano ormai da tempo perso corso legale, del tipo pagherete caro pagherete tutto, un clima rivendicativo da anni Settanta che comincia a far capolino anche in piazza. Si diffonde un risentimento contro l’ Europa e gli altri europei, soprattutto tedeschi e francesi: individuati, spesso su istigazione di chi ci governa, come coloro che stanno costringendo gli italiani a stringere la cinghia. Si rafforza in ciascuno di noi la credenza che la nostra categoria potrebbe evitare di stringere la cinghia se solo un’ altra la stringesse, e che se urliamo abbastanza minacciando di vendicarci col nostro voto, c’ è speranza che la scappottiamo. È anzi in atto una vera e propria rincorsa a trasformare il male comune nel gaudio del più vociferante. Ci deve essere per forza qualcuno che si è rubato i nostri soldi se siamo messi così male, dice la vulgata popolare, dunque paghi lui. A scelta la colpa può essere fatta ricadere sulla casta, sugli evasori, sui padroni, sui ricchi, sugli speculatori, sui banchieri. Non sentirete un italiano ammettere, in questi giorni, che forse abbiamo vissuto tutti al di sopra delle nostre possibilità, che i soldi se ne sono andati anche in radiografie e medicine gratis, in pensioni e sussidi, in incentivi alle imprese, in posti di lavoro nel settore pubblico anche lì dove ce n’ erano già troppi, in forme poco universali e molto corporative di assistenza. Nessuno che ammetta che lo Stato spenderebbe troppo anche se riuscisse a incassare di più, e che in ogni caso oltre un certo limite la pecora non è più tosabile. Gli amici che tornano dalle vacanze in Grecia dicono che in questo siamo davvero come la Grecia, che anche lì tutti pensano che sia colpa della Merkel e dei mercati, e che anche lì si fanno scioperi e manifestazioni frequenti contro nemici immaginari. Intendiamoci: è vero che l’ Italia è piena di ingiustizie e di cose che non funzionano; e un’ emergenza è il momento giusto per affrontarle. Ma persino se fossero tutte risolte resterebbe il problema della crisi fiscale dello Stato, e cioè della sua crescente incapacità a finanziare con le tasse la vastità dei compiti che un po’ alla volta si è messo sulle spalle. La stessa Germania, che con gli occhi di oggi ci sembra un Bengodi, la cinghia l’ ha già stretta eccome negli anni di Schröder. Perché è un problema che si conosce da anni, ma in Italia l’ abbiamo rinviato sempre, nel frattempo attingendo a piene mani – guarda un po’ – proprio al vituperato mercato, da cui ci siamo fatti prestare i soldi per pagare stipendi, pensioni e sussidi. Se i nostri creditori ora ci chiedono un interesse maggiore perché abbiamo troppi debiti, la colpa è loro o nostra? Per tutti gli Stati, non solo per il nostro, diventa sempre più difficile inseguire la ricchezza e tassarla, tant’ è vero che Paesi come Germania e Gran Bretagna stanno provando a cercarla in Svizzera, stringendo accordi che farebbero bene anche a noi. Ma il fenomeno della secessione dei ricchi – dal sistema fiscale come dalla scuola e dalla sanità pubbliche – è destinato ad accrescersi, non ad affievolirsi. È davvero la patrimoniale il modo migliore di frenarlo? O lo accelera? Di questi ricchi così odiati e così additati nelle piazze, abbiamo scoperto all’ improvviso che ce ne vorrebbero molti di più, per poterli spennare alla bisogna, invece delle poche centinaia che risultano al fisco. La lezione che dovremmo trarne è sì, che ci vorrebbe meno evasione; ma anche che un Paese con molti ricchi sarebbe più ricco, e l’ egualitarismo non è poi così conveniente neanche ai fini dell’ equità. La destra, a partire da quella leghista, in questi anni ha fatto una pessima pedagogia anti-mercatista e populista: la sinistra, che se n’ era appena emancipata, è stata colta in contropiede; ma ora che sente profumo di vittoria, si sta affrettando a recuperare il terreno perduto. C’ erano tutti e tre i leader di un possibile governo di sinistra, Bersani, Vendola e Di Pietro, in piazza con la Cgil a dire no alla manovra: viene da chiedersi che cosa faranno quando toccasse a loro farne una. La verità è che non stiamo apprendendo la lezione della crisi del debito pubblico. Sembra difficile che l’ Italia ne uscirà avendone curato le cause. È più probabile che continuerà a praticare lo statalismo, e a dare la colpa al capitalismo

Antonio Polito

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