Pubblicato da: chinonrisica | 19 settembre 2011

Le ragazze normali….

Credo che un grande quotidiano debba provarci. Che sia importante cercare di offrire un’alternativa credibile all’immagine disperante data dalle ragazze in fila davanti alla camera da letto del boss.
Le “patonze da far girare” sono talmente squallide nei loro visetti ammiccanti, nei sederini torniti e nelle immagini patinate, che era forse d’obbligo un segnale diverso.
Le ragazze italiane non sono così, dice Barbara Stefenelli sul Corriere di ieri.
Lo so, perchè ho una figlia venticinquenne con molte amiche e tante colleghe. Tutte assai diverse dalle olgettine o dalle escort di regime.
Però non condivido lo spirito dell’articolo ( bello, peraltro, che vi propongo a seguire) nè la serie di interviste pubblicate sempre ieri dal Corriere.
La realtà variegata dell’universo femminile impone una riflessione su quello che è successo. Giovani fanciulle in vendita non nei bordelli orientali o in un paese affamato, ma nei palazzi delle istituzioni, per apparire sulla TV pubblica, per saltare la gavetta politica.
Assuefatti al linguaggio da trivio che si legge nelle intercettazioni telefoniche,cerchiamo di capire dove abbiamo sbagliato, perchè il potere debba per forza concentrasi nelle mani dei porci di orwelliana memoria e perchè le donne, giovani e belle, debbano assecondarne gli sfizi indecenti.
E’ vero, la realtà non è solo questa. Ma è anche questa ed è ora che il mondo patinato dei giornali e della TV definisca il marciume con il nome che merita. Sono Porci e Puttane, non Faccendieri ed Escort.
Mostrare il lato brutale della realtà forse ci sarà d’aiuto.

Chi sono le ragazze italiane? Chi sono le ventenni e trentenni che in questo momento studiano, lavorano, progettano e costruiscono così il futuro del loro – il nostro – Paese?

Le tv, i giornali, i dibattiti di questi giorni sembrano proporci un’immagine unica. Ragazze carine, anzi spesso molto belle, che si somigliano tra loro e che usano il corpo con consapevolezza estrema: scambiano quello che hanno – e che possono offrire sul mercato libero delle risorse – per raggiungere un avanzamento economico e sociale. Ha fatto molto discutere l’ultimo saggio di Catherine Hakim, sociologa della London School of Economics, intitolato Il potere del capitale erotico . L’autrice sostiene che sarebbe assurdo negare alle giovani donne il diritto, quasi il dovere strategico, di sfruttare al massimo il proprio capitale estetico. Soprattutto se le giovani donne in questione sono sprovviste di altri mezzi: finanziari, intellettuali, di status sociale.

Recensendo il libro, lo scrittore Will Self ha citato una battuta tratta dalla serie tv ormai globale «The Simpsons». Lisa dice alla sua insegnante: «Essere belle non è importante»; la signorina Hoover risponde: «Stupidaggini, questo è quello che i genitori brutti dicono alle proprie figlie». Le ragazze delle intercettazioni sembrano aver imparato bene la lezione: il «capitale erotico» deve fruttare il massimo in quei pochi anni di pienezza che la natura – ora esasperata dalla chirurgia – concede loro. Sinora si è (quasi) sempre discusso solo di questo: se cioè le ragazze di Berlusconi, dall’Olgettina a Bari, siano figlie del femminismo o piuttosto una distorsione inquietante dell’emancipazione. Ma a questo punto la domanda più importante è davvero un’altra e chiede di superare quell’immagine unica, e ancora più quel pensiero unico, in cui continuamente ci imbattiamo.

Queste giovani donne, che ossessivamente scrutiamo e commentiamo, rappresentano la maggioranza delle ragazze italiane? O comunque, pur in minoranza, costituiscono un’avanguardia dietro la quale «le altre» vorrebbero mettersi in coda? La «sexeconomics» all’italiana è davvero un’espressione di modernità? La risposta è no. La modernità di tante giovani italiane sta altrove. Sta nelle università dove le studentesse ottengono risultati sempre migliori; sta nei curricula che vengono presentati per un’assunzione dove si sommano esperienze all’estero, volontariato, aggiornamento costante delle proprie abilità; sta nella creatività delle mamme blogger che sanno costruire dal basso nuove comunità, solidali, capaci di compensare in parte i vuoti del welfare; sta nell’ottimismo delle mamme single, che siano di ritorno o di andata; sta nell’energia delle ventenni pronte a partire per una città straniera forti solo di sé; sta in chi si impegna per i diritti delle persone, nelle associazioni, che sono un modo nuovo di fare politica; sta nelle giovani immigrate, le più aperte all’integrazione. Sta nelle storie «normali» di tantissime donne che ogni giorno provano a «tenere insieme» professione, famiglia, se stesse.

L’avanzamento personale e la mobilità sociale vengono cercate, certo, ma in un altro modo. In un Paese che ha una delle medie più basse di lavoro femminile retribuito (un risicato 48% rispetto a una media Ocse del 59) e dove nello stesso tempo il numero di bambini per donna è uno dei più bassi d’Europa (il 24% delle donne italiane nate a metà degli anni Sessanta non ha fatto figli rispetto al 10% delle francesi). È di questo che vogliamo parlare e scrivere. Di questo gap di modernità che l’Italia non ha risolto e non risolve ancora, nonostante gli appelli della Banca d’Italia a non sprecare il 50% dei propri talenti – perché le donne rappresentano più della metà della nostra popolazione. Questo non perché le donne siano migliori, ma perché le società dove le donne e gli uomini lavorano accanto – in uno scambio davvero liberato da «un pensiero unico» sulla femminilità – funzionano meglio e garantiscono un futuro a chi verrà. E c’è un’ultima cosa: nelle centomila intercettazioni le ragazze parlano e parlano e non è difficile cogliere un filo di malinconia, di abbruttimento, di disagio nell’inseguire il premio contrattato. Le vite delle nostre ragazze «normali» sono assai più avventurose.

Barbara Stefenelli
Il Corriere della Sera 18 settembre 2011

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