Pubblicato da: chinonrisica | 14 settembre 2011

Un ritorno al passato

Può un’insegnante di diritto, con compresenza in storia, sottrarsi a questo articolo così bello, di respiro ampio e lungimirante?
Lo sottoporrò anche ai miei ragazzi, perchè comprendano quanto attuale sia ciò che tentiamo di trasmettere loro e quanto il passato possa avere da insegnare a tutti noi.

“Ritorno alle antiche potenze”,
GIANNI RIOTTA da La Stampa del 14 settembre 2011

Quando la Cina riaprì i confini economici che Mao Tse Tung aveva bloccato per due generazioni Jack Welch, amministratore delegato della poderosa General Electric, mandò i suoi manager a Pechino con un monito: «Ragazzi, tornate e fatevi onore, siete il fiore del capitalismo, non avrete problemi con quei burocrati comunisti». Quando i manager, laureati alle top business school americane, portarono a Welch il risultato dei negoziati, l’uomo che la rivista Time ha nominato «migliore businessman del XX secolo» cambiò idea: «I cinesi avevano azzeccato tutto, royalties, strategie, controllo degli spin off, marketing internazionale: sbagliavo io, perché il comunismo è durato poco, qualche millennio di cultura diplomatica ed economica, da Confucio in avanti, pesa di più».

Il mondo oggi ci sembra cambiare ogni giorno, ma invece ci rendiamo conto, finita la Guerra fredda, di quanto il peso della storia conti e ci influenzi. Come Welch, sbagliamo perché non sappiamo leggere insieme le carte del passato e del futuro. Per secoli, fino alla Rivoluzione industriale dell’Ottocento, il prodotto interno lordo della Cina e la sua capacità di innovazione tecnologica, dalla bussola alla polvere da sparo, ridicolizzavano l’Europa. Quando i nostri politici vanno a chiedere una mano a Pechino per risolvere in qualche modo la crisi finanziaria italiana, qualcuno parla di «futuro». I cinesi, che ricordano di Marco Polo cronista della ricchezza dell’impero asiatico, sentono di tornare alla normalità. Ieri il ministro delle Finanze brasiliano Guido Mantega ha annunciato che il 22 settembre i Paesi «emergenti» dei Brics, Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, proveranno a capire in che modo contribuire alla ripresa economica americana, che il Piano lavoro del presidente Obama non sembra per ora innescare, e come fermare la crisi del debito in Europa, così intrattabile.

Se cercate fra gli scaffali di casa troverete forse ancora quel vecchio saggio del Nuovo Politecnico di Einaudi, «Una zona esplosiva, il Nordeste del Brasile», con la narrazione della povertà estrema dei contadini, la carestia, l’ignoranza. Oggi «Valor economico», il quotidiano economico brasiliano, si preoccupa perché «sarà difficile convincere gli investitori Brics a intervenire nelle economie europee a rischio». Magari un professore a Rio sta scrivendo il saggio «Una zona esplosiva, il Sud Est dell’ Europa».

Qualcuno parla di «mondo alla rovescia», forse è un mondo che torna alla normalità, nel 1945 gli Stati Uniti producevano da soli più della metà del Pil del pianeta Terra, non era certo sostenibile, né era sostenibile che l’Europa occidentale continuasse con un tenore di vita opulento, e ritmi di lavoro e innovazione non all’altezza della sfida di India e Cina. Se le navi militari americane tornano, invitate dal governo, nei porti vietnamiti dove combatterono fino al 1975, chi conosce la storia solo da «Apocalypse Now», capolavoro kolossal di Coppola, si stupisce, ma ricordatevi che Hanoi ha combattuto per due millenni contro Pechino, per pochi anni contro Washington. La Cina lancia il programma «Due Oceani», il Pacifico e l’Indiano, vara una flotta militare d’alto mare e lo studioso Kaplan già indica nell’Oceano Indiano all’imbocco del Golfo Persico l’area dove la competizione Usa-Cina da fredda potrebbe diventare calda. Unite nella sigla cara ai giornalisti dei Brics, India e Cina sono invece rivali acerrime per le risorse di Burma. Thant Hyintu, diplomatico delle Nazioni Unite, individua nel nuovo oleodotto da 1600 chilometri che raggiungerà lo Yunnan, in una ferrovia (non ditelo ai nostri No Tav così perduti nel loro sogno medievale) che da Rangoon passerà da Pechino e da lì a Parigi entro il 2016, la grande infrastruttura con cui cinesi e indiani cercheranno di prevalere nell’area. Noi restiamoben lontani.

Cinque anni fa la Francia e la Germania puntarono i piedi contro il processo che avrebbe portato, in tempi medi, la Turchia dentro l’Unione Europea. Oggi molti turchi non ritengono più utile al Paese quell’adesione, e l’Europa rimpiange un tasso di crescita impetuoso e una forza militare che servirebbe alle esangui forze armate europee.

La generazione occidentale dei baby boomers, i nati tra il 1946 e il 1964, è cresciuta con due certezze, che il dollaro avrebbe garantito l’economia mondiale come l’oro fino alla scelta del presidente Nixon nel 1971, e che l’Europa sarebbe stata ogni anno più integrata e ricca. Oggi i due cardini della nostra vita sono saltati, il dollaro insegue la benevolenza del mondo, soprattutto della Cina, e l’Europa stringe la cinta e rallenta l’unione.

Chi se la caverà in questo mondo nuovissimo che vede tornare potenze e costumi antichi? Chi saprà perdere con energia le vecchie identità e certezze, vivendo nel futuro, non nelle pigrizie del passato. Noi italiani, il Paese di Marco Polo, dovremmo essere ben capaci, ricchi di storia ma da sempre poveri di risorse, di fare da protagonisti in questa èra. La nostra manifattura è originale e viva, le famiglie risparmiano, il mondo non ci fa paura. Invece una classe politica inetta, e una classe dirigente egoista, ci lasciano perdere l’occasioned’oro del XXI secolo. E il rango che perdiamo non tornerà presto.
riotta.g@gmail.com
twitter @riotta

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