Pubblicato da: chinonrisica | 22 luglio 2011

Amour fou

Post d’estate, con piccola concessione alla cronaca. Mi è piaciuto il pezzo di Covacich sulla lacerata situazione del marito presunto assassino di Melania Rea.
Lo ripropongo al blog perchè esula dal contesto e diventa pensiero valido per molti, alle prese con la vita e con i suoi contrasti.

MAURO COVACICH dal Corriere della Sera del 21 luglio 2011

«Mi devo fare trent’anni — dice a se stesso Salvatore Parolisi non appena risale in macchina — però me li faccio volentieri» . Il carcere come liberazione è un’immagine che parla da sola, nel suo paradosso dice quanto siano soffocanti le fauci dell’amore mentre stringono alla gola. Eccole aumentare la pressione, ancora e ancora, postare ultimatum su Facebook, mandare sms. Baci che si trasformano presto in una presa mortale. Quant’è bello innamorarsi. E quant’è brutto. L’oggetto del desiderio è lì, irresistibile come Diana che si fa il bagno nel ruscello: per ognuno di noi, uomini e donne, come per l’Atteone del mito, è impossibile sottrarsi, anche se quell’attrazione finirà per dilaniarci. L’intera storia della nostra cultura— lo mostra Denis De Rougemont in un vecchio libro intitolato L’amore e l’occidente — si nutre della contrapposizione tra passione e amore coniugale. I grandi amori della letteratura — Romeo e Giulietta, Tristano e Isotta, Werther e Lotte — raccontano una tensione erotica la cui autenticità sta proprio nell’essere sempre vessata, minacciata, compromessa, di fatto dolorosamente irrisolta. Questo modello vincente ha avuto poi la sua vulgata nei feuilleton e infine nelle soap opera, tanto che viene da chiedersi se è la finzione letteraria a rifarsi sui fatti della vita o se non è piuttosto la vita degli individui, anche nelle scelte più personali, ad essere nascostamente pilotata dall’assimilazione di un immaginario consolidatosi da secoli sulle tinte fosche dell’amore galeotto. Ancora Eros e Thanatos insomma, amore e morte, forse l’unica coppia davvero inseparabile sulla terra del tramonto. Nella fatale triangolazione lui-lei-l’altra (ma anche lei-lui-l’altro) viene sempre il momento in cui l’amante rivendica il primato, e poi l’esclusiva. È il privilegio dell’amour fou, la sua gridata autenticità rispetto al contratto borghese firmato nel matrimonio. L’amante quanto più è sincera tanto meno accetta compromessi, la sua forza attrattiva finisce per avere un effetto dilacerante su chi le corrisponde con altrettanto entusiasmo. Il dilemma da lei imposto richiede una scelta drastica, un salto. Ed è proprio dell’innamorato cedere a quest’intimazione: il seduttore seriale gestisce con agio i sentimenti e quindi le relazioni con le partner occasionali, l’innamorato cade invece in una vertigine paralizzante. Nella quinta parte della Recherche — non a caso dedicata alla gelosia, il più «esclusivista» dei sentimenti — Marcel Proust ci mostra come la passione amorosa sia più vera dell’amicizia proprio grazie alla stupidità/bestialità del suo vincolo. L’amicizia — e, per certi aspetti, l’amore coniugale— è un libero accordo tra due intelligenze. Al contrario, in amore non c’è libertà né intelligenza. In amore si «perde la testa». In fondo, a osservarlo con un minimo di coraggio introspettivo, nell’innamoramento c’è sempre una componente autolesionista e nichilista (per non dire suicidiaria: «Trent’anni me li faccio volentieri»). Pensiamo al capolavoro di François Truffaut La donna della porta accanto: quale epitaffio sceglie la narratrice per la tomba della protagonista che si è appena sparata dopo aver giustiziato l’amante? «Né con te né senza di te» .

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