Pubblicato da: chinonrisica | 5 giugno 2011

Voglia di figli e senso della vita

Nel 2006 un altro referendum infervorava gli animi: quello per chiedere l’abrogazione della legge sulla fecondazione artificiale. All’epoca votai no, pur con qualche perplessità su alcuni contenuti della legge.
Sul tema si pronunciarono molti opinionisti, di ogni parte politica. Un articolo di Susanna Tamaro( autrice che normalmente non amo), mi piacque molto e oggi lo ritrovo, alla vigilia di un delicato voto in Consiglio.
Lo pubblico sul blog, perchè possa diventare spunto di riflessione, di critica o di condivisione.

Quella voglia di figli che ignora
il senso della vita

Una società impostata sulla comunione e non sul possesso avrebbe lottato per ridurre i tempi delle adozioni

Non è mia abitudine intervenire nei dibattiti pubblici e tanto meno nelle dispute politiche, perché non mi riconosco nei panni dell’opinionista. Avrei avuto la tentazione di astenermi anche adesso, ma tutto quello che ho letto in queste settimane, soprattutto la lunga testimonianza di Oriana Fallaci su queste pagine, mi ha fatto molto riflettere e così mi è venuto il desiderio di condividere qualche pensiero. Premetto che, sulla questione della legge, concordo pienamente con Giuliano Amato che sosteneva la necessità di modificarla in campo parlamentare, evitando di sottoporla a referendum. Vista la complessità della materia era naturale pensare che questa famigerata legge 40 costituisse solo il primo passo, ancora perfettibile, per tentare di mettere ordine in un settore definito da tutti come Far West. Non ritengo infatti che questioni così profonde e delicate, che toccano l’essenza più misteriosa dell’uomo, siano adatte alla forte infiammabilità propagandistica di una parte politica o dell’altra, di una campagna referendaria. Quando non si pensa per pensieri già pensati, si è facili prede dell’inquietudine e del dubbio.
Il referendum, per la sua stessa essenza, bandisce ogni dubbio, e invita a un manicheismo che nulla ha a che fare con i quesiti che questa legge cerca di ordinare. Reputo poi puro terrorismo demagogico lo spauracchio della inevitabile crociata antiabortista che ne seguirà. Pur essendo assolutamente contraria, per motivi di fede, alla pratica dell’aborto, ritengo che una società civile debba garantire alla donna la possibilità di farlo nel migliore dei modi. Passare da infusi di prezzemolo e da tavoli di mammane a un ospedale è un irrinunciabile segno di civiltà. Lo spettro di un prossimo referendum che vedo già occhieggiare è invece quello sull’eutanasia, che naturalmente verrà proposta sotto una nuova maschera scientista umanitaria: «Volete morire tra atroci sofferenze, malattie umilianti senza sapere quando, oppure spegnervi serenamente nel vostro letto, con i vostri cari accanto, nel momento in cui non sarete più in grado di affrontare con dignità la vita?». Chi non resisterebbe davanti a un invito così allettante? Per una lunga consuetudine con il mondo animale e vegetale, so che l’unica cosa che sta ferocemente a cuore alla natura è la riproduzione. Proprio per questo mi ha stupito il fatto che nessuno si sia chiesto perché ci sia tanta difficoltà ad avere bambini. E questa, a mio avviso, è una domanda fondamentale.
La sterilità generatrice è il dato di fatto del nostro tempo e non è che l’ultimo anello di una catena che ha origine molto più a monte. L’ansia, lo stress, la competizione, l’abbondanza di pesticidi e di prodotti tossici hanno snaturato i cicli biologici della nostra vita. La ricca, supertecnologica, superlibertaria società occidentale è arrivata al capolinea. È una società fatta di esseri disperati che vagano in un deserto popolato di oggetti e hanno in mente un solo concetto: il diritto alla felicità. Dove felicità significa, soprattutto, pieno assolvimento dei desideri, dei sogni, delle istanze di quella cosa piccola e spesso confusa che si chiama ego. E questa felicità è sempre qualcosa che deve ancora venire e che verrà, sempre e comunque, da qualcosa di esterno. Come aveva profetizzato, con straordinario anticipo, il pensatore russo Solov’ëv, la nostra è una società che si basa sulla atomizzazione. Vale a dire che ogni gruppo politico, ogni realtà culturale, ogni scelta di vita afferma la sua verità come totalizzante. Scomparsa l’idea che esista una verità comune a tutti gli uomini, non restano che le verità particolari, che si dilatano, si allargano, si allungano per tentare di trasformarsi in universali, perché il desiderio di assolutizzazione è innato nell’essere umano. Tanto ha necessità di assolutizzare le cose, altrettanto l’animo umano ha bisogno di trovare sempre un capro espiatorio, un nemico al di fuori di sé, qualcuno su cui scaricare la propria insicurezza, la propria paura della diversità, l’incertezza del proprio orizzonte.
Bisogna aver purificato la propria mente e il proprio cuore per sapere che il nemico è sempre dentro di noi e che il giudizio non è una forma di comprensione e di superiorità, ma di prigionia. In questi anni, mi è capitato di accogliere a casamia molte persone. Persone con grave sindrome di Down, persone che venivano da Paesi lontani, e da vite difficili, persone con gravi malattie, con gravissimi handicap fisici o psichici, bambini che stavano morendo. Mai per un istante mi è passato per la mente, e neppure nella loro, che sarebbe stato meglio se non fossero venute al mondo. E, parlando nei termini della tanto agognata felicità dei sani, devo dire che ho trovato molta più allegria, più energia, più voglia di vivere in queste persone piuttosto che in tanti miei conoscenti che si trascinano di cena in cena, ingolfati in conversazioni zeppe di anatemi e di pregiudizi, che magari inseguono un po’ di serenità con decenni di psicanalisi. Quello che questa società ha fatto dimenticare a tutti è che la ricchezza della vita umana si manifesta nelle relazioni—nella gratuità delle relazioni — e nella capacità di fare progetti, di superare ostacoli.
La nostra mente, col suo vortice continuo di parole, col suo saper costruire concetti sempre più complessi, ha cancellato la verità fondante della vita, la più semplice: ogni essere umano ha bisogno di essere accolto, amato e di amare. Un’altra delle cose che mi ha colpito, in tutta questa campagna, è stato l’accanimento circa il diritto della donna ad avere un figlio. Si tratta senza dubbio di un desiderio naturale e per nessuna ragione condannabile. Ma quando questo desiderio diventa un’ossessiva volontà di potenza, disposta a tutto pur di compiersi, allora si trasforma in qualcosa che è la negazione della vita stessa. Ed è anche il compimento naturale di una società che, con martellamento ossessivo, propone—come unica realtà accettabile e fondante—quella del possesso. Possiedo, dunque sono. Anche i figli entrano in questa logica. Si pensa che avere un figlio, magari anche solo per metà proprio, sia un diritto insindacabile, davanti al quale anche la nostra salute deve essere relegata in secondo piano. Non si accettano più i limiti dell’età e della sterilità. Ci si sottopone a qualsiasi esperimento pur di portare a termine il proprio sogno.
Una società impostata sulla comunione e non sul possesso, invece, anziché proporre un referendum sulla modifica della legge 40 avrebbe lottato per un accorciamento dei tempi dell’adozione, che dovrebbero essere equiparati a quelli di una gravidanza. In nove mesi una coppia dovrebbe poter adottare un bambino, senza l’umiliazione di anni di lungaggini, interrogatori, ridicoli controlli. Questo sì è un vero scandalo di cui nessuno parla. La nostra è una società che, dietro ai grandi discorsi sulla libertà e la realizzazione, sta trasformando l’essere umano in una cosa. Dal momento che siamo cose costruibili in laboratorio, sopprimibili quando sono avariate, cose da cui prendere i pezzi di ricambio — pensiamo all’abominevole mercimonio di organi che avviene a spese del più debole nei Paesi poveri— e non esseri comunque e sempre pieni di dignità, nei quali intravedere le sembianze del fratello, il totalitarismo più aberrante si è già realizzato. Ho accompagnato per otto anni la persona più cara che avevo nell’oscurità dell’Alzheimer e dunque mai mi sognerei di dire che bisogna fermare la ricerca. È giusto ed è più che nobile che l’uomo adoperi la sua intelligenza e il suo sapere per alleviare le sofferenze dei suoi simili. La ricerca è sacrosanta, ma sono anche convinta che si può e si deve compiere entro parametri inviolabili di eticità, senza manipolare gli embrioni, utilizzando, ad esempio, le staminali adulte e i cordoni ombelicali. Anche perché questa frenesia intorno alla manipolazione dell’embrione fa sospettare che ci possa essere sotto qualche lucrosa possibilità di brevetto.
Il martellamento colpevolizzante di questi giorni, che vorrebbe farci sentire tutti mostri desiderosi di vedere i nostri cari morire di Alzheimer, Parkinson o di malattie cardiovascolari, è moralmente ricattatorio oltre che falso. Perché nasconde, dietro l’onnipotenza della scienza, una delle realtà imprescindibili dell’uomo, quello della malattia e della morte come dati fondanti della nostra vita. La malattia, la morte, il dolore chiedono che ci si interroghi, chiedono di essere capiti e chiedono anche che si esercitino quelle attitudini, un tempo tipicamente umane, della compassione e della tenerezza, dell’ascolto e dell’accoglienza, della condivisione. Certo che riusciremo, con i progressi della ricerca, a sconfiggere l’Alzheimer, il Parkinson e a ridurre in modo straordinario la mortalità per cancro, ma è anche altrettanto certo che altre malattie, ancora sconosciute, prenderanno il loro posto, perché lo stato esistenziale dell’essere umano è quello della fragilità e della caducità.
L’ultima riflessione riguarda la tanto drammatizzata potenza manipolatrice della Chiesa. Premetto che non sono cresciuta all’ombra di un campanile, che vengo da una famiglia agnostica e anticlericale, ho avuto un bisnonno che ha fatto causa al Vaticano, naturalmente perdendola e trascinando la famiglia in un gorgo di rovina finanziaria. E pur avendo fede, mantengo dentro di me quella punta di anticlericalismo che rende sano ogni credente. Sono molto critica su alcune posizioni della Chiesa, in particolare quella troppo timida sulla bioetica. «Chissà, se davvero il gene della medusa inserito nella patata può salvare qualche persona dalla fame, perché no?». Come se le multinazionali delle ricerche fossero delle pie donne della San Vincenzo, come se modificare il Dna, mescolare animali e piante secondo i parametri della nostra modesta utilità non fosse un atto altamente sacrilego e preludio di un’apocalisse peraltro già in atto. Follia! Toccare il Dna è come toccare il nucleo dell’atomo, è preparare catastrofi di portata inimmaginabile per quei figli e quei nipoti che tanto caparbiamente abbiamo desiderato. Trovo che la Chiesa abbia una grande responsabilità nel non aver saputo parlare all’uomo contemporaneo, alla sua disperazione, nell’aver proposto, invece della ricchezza con la potenza eversiva del suo messaggio, il moralismo edificante dei buoni sentimenti.
Ma proprio perché conosco bene la Chiesa, non riesco a scorgere, con tutta la buona volontà, le armate minacciose e devastanti del Cardinal Ruini. Chissà, forse, nei sotterranei del Laterano è riuscito a clonare dei cattolici perfetti, ottusi e obbedienti come piace immaginare che siano, pronti come un esercito di termiti a marciare e distruggere tutte le libertà civili tanto faticosamente raggiunte nei secoli. Ma penso che anche qui si tratti di uno spauracchio demagogico. Le chiese sono vuote o semivuote, le teste che ci sono sono per lo più grigie. Molte parrocchie sono abbandonate, i conventi e i seminari più o meno deserti e i preti pochi, quasi tutti anziani o stranieri. Il popolo dei veri credenti è assolutamente minoritario. La comunità ecclesiastica sta attraversando una crisi, a mio avviso profonda e salutare, perché il cristianesimo, da religione socialmente imposta, sta diventando una maturata scelta personale, testimonianza di verità e di vita in una società che, sotto il manto dorato dell’edonismo, ci propone solo negatività, divisione e morte. Non mi è mai capitato di incontrare, nelle persone di fede, forme di autoritarismo e di coercizione. Mai fanatismi, esclusivismi, anatemi né scomuniche, che tanto piacciono ai titolisti dei giornali. Ho sempre trovato invece persone in ricerca, disponibili e aperte, capaci di comprendere la diversità e di accoglierla. Credo che, in questi tempi, la più grande trasgressione sia proprio essere cristiani.
La via della fede, infatti, è una straordinaria via di liberazione e di sapienza. In questo mondo appiattito sulla banalità mediatica e sulla negazione della persona, il cristianesimo è un cammino verso la totalità dell’essere, verso la sua vera libertà che consiste nel fare emergere la parte divina presente in ognuno di noi. Chi segue il cammino della fede non rincorre la felicità saltellando qui e là come un cacciatore di farfalle, ma vive la gioia interiore in ogni momento della sua vita, anche nei più drammatici, perché la dimensione del regno non è quella di un ipotetico al di là, per cui si raccolgono i punti collezionando buone azioni, ma la costruzione di ogni istante, di ogni rapporto nella luce profonda dell’amore. La sapienza ci dice che sono sempre due i modi di fare le cose: uno in armonia con le leggi del creato, e uno contro. Si può edificare una casa sulla roccia, o costruirla sulla sabbia. Esteriormente possono essere uguali, ma alle prime piogge la seconda crollerà, provocando distruzione e morte, mentre la prima resterà in piedi, proteggendo i suoi abitanti. Questo vale per tutte le cose. In qualsiasi rapporto, in qualsiasi attività che noi intraprendiamo abbiamo, alla fine, sempre e soltanto due strade davanti a noi. Si può vivere per il possesso o si può vivere per la comunione. Si può vivere per il potere o si può vivere per l’amore. Si può vivere con il nostro orizzonte ristretto, convinti che sia l’assoluto o si può accettare con umiltà di avere una visione limitata, e che, in questa visione, la vita appaia ora, come apparirà sempre, uno straordinario mistero che, proprio in quanto tale, richiede l’assoluto rispetto. È questo il bivio davanti a cui si trova il nostro mondo. Continuare nella follia faustiana del tutto è possibile e lecito, o fermarsi e invertire la rotta. Distruzione e salvezza sono entrambe nelle nostre mani. A noi sta la responsabilità della scelta.
Susanna Tamaro

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