Pubblicato da: chinonrisica | 19 aprile 2011

“Mi accechi un occhio”

L’Adige di venerdì ha pubblicato un intervento di replica di un giornalista/ attore dotato di vis comica e piuttosto noto a livello locale.
Senza toni leggeri , ma seriamente, anzi ironicamente, Lucio Gardin replica ad una lettera che deve averlo criticato per alcuni comportamenti ritenuti poco in linea con il suo personaggio e con l’idea che, probabilmente, si ha di lui.
Mi è piaciuta la sua reazione e la propongo al blog. Da L’Adige del 15 aprile

È l’invidia la malattia dei trentini LUCIO GARDIN

Gentile signor Bosetti, avrei potuto rispondere alla sua ironica lettera (in cui mi vorrebbe «toncare» perché ero in tribuna vip alla finale di Coppa Campioni vinta dall’Itas) dicendole che mi esibisco indistintamente alla Festa dell’Unità e alla Festa della Lega Nord, e mangio volentieri al tavolo della dirigenza di qualche azienda per la quale ho fatto uno spettacolo, così come sui tavoloni di una festa campestre degli alpini, senza fare distinzioni di rango. Non ritengo quindi di dovermi giustificare per essere stato invitato a vedere una finale di pallavolo in un posto che non ho scelto io e dove c’erano delle ottime bottiglie di Ferrari offerte dallo sponsor della squadra; anche perché molte volte sono stato anch’io seduto in tribuna a vedere l’Itas. E devo dirle, sia fossi in piccionaia o a bordo campo, la mia attenzione era rivolta alla partita e non a com’erano vestiti o cosa facevano quelli attorno a me. Tuttavia, vorrei porre l’attenzione su un altro punto della sua simpatica lettera, un punto che mostra un rilevante aspetto filosofico sul modo di concepire la vita di noi trentini. E se ci fosse qualche studente in fase di laurea che intendesse toccare il tema, gli consiglio di leggere la sua lettera. C’è tutto. Anziché godere dello spettacolo (in questo caso una partita di pallavolo, ma possiamo estendere il concetto alla vita in generale), noi ci perdiamo a guardare cosa fanno gli altri, per giudicarli e instillare quanto più possibile in loro dei sensi di colpa. La colpa di possedere una bella casa, una bella macchina, una barca, delle scarpe appariscenti, o qualsiasi altra cosa (guarda caso sono sempre i beni materiali che ci infastidiscono). Certo, a patto che questi non diventino esibizionismo o sciocca ostentazione è insano che producano dei sensi di colpa, ma purtroppo è così. Il senso di colpa è un ottimo metodo per manipolare le persone. È buffo constatare quante persone sprechino energie colossali nel giudicare il comportamento degli altri, anziché utilizzarle per perseguire un proprio scopo. È come se attribuissimo più importanza al fatto che gli altri volino basso rispetto ad elevarci noi stessi. C’era una vecchia storiella che narrava di un Genio che concedeva a un trentino di esaudire un desiderio, qualsiasi fosse, tenendo però a precisare che il suo vicino di casa avrebbe avuto esattamente il doppio. Dopo un po’ il trentino espresse il suo desiderio: «Mi accechi un occhio». Penso a quanto sarebbe più vivibile il mondo se tutti si dedicassero alla realizzazione dei propri sogni anziché a sbirciare ostentatamente nelle finestre del vicino per sapere come se la passa rispetto a noi. Mi consenta di citare il discorso che fece Nelson Mandela insediandosi come presidente del Sudafrica all’età di settantacinque anni: «La nostra paura più profonda è quella di essere inadeguati. È la nostra luce non il nostro buio che ci spaventa. Ci domandiamo: chi sono io per essere brillante, magnifico, pieno di talento? In realtà, chi sei tu per non esserlo? Il tuo giocare a sminuirti non serve né a te né al mondo. Non c’è nulla di illuminato nel rimpicciolirsi in modo che gli altri non si sentano insicuri intorno a noi. Noi siamo fatti per risplendere come fanno i bambini. E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, noi inconsciamente diamo alle altre persone il permesso di fare la stessa cosa. Quando ci liberiamo dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri». Non ricordo chi disse questa frase, forse io, «La prossima volta che hai timore di fare una cosa, poniti questa domanda: quanto manca alla mia morte? Con questa prospettiva, poi compi la tua scelta. E lascia a quelli che non muoiono mai i timori, il senso di colpa, e la paura di vivere che si maschera dietro i giudizi sugli altri». Va beh, fatta questa riflessione, di cui mi scuso per la lunghezza, le assicuro signor Riccardo che terrò buono il suo suggerimento di auto toncarmi alle prossime Feste Vigiliane. Però mi permetta di aggiungere che non posso tenere buona come accusa l’avere assistito a una partita di pallavolo seduto a bordo campo. Da qua a giugno le prometto che mi metterò d’impegno per combinare qualcosa di più biasimevole.

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