Pubblicato da: chinonrisica | 11 aprile 2011

I giovani apatici….

Cercavo da termpo questo bell’articolo di Francesco Alberoni sui giovani apatici da risvegliare all’impegno. Risale al 2005 ed io lo avevo ritagliato e fotocopiato per i miei studenti di un corso professionale.
Oggi credo sia giusto dedicarlo ai giovani precari, che dovranno essere combattenti per forza, se vorranno avere una speranza di futuro. Avanti, ragazzi….con grinta e coraggio.

In ogni giovane apatico si nasconde un combattente
Francesco Alberoni
A volte mi cadono le braccia. Ancora vent’anni fa era possibile elencare
moltissimi filosofi, storici, sociologi, psicologi che i giovani leggevano con avidità
considerandoli dei maestri. Faccio i primi nomi che mi vengono in mente: Levi-Strauss,
Lacan, Foucault, Barthes, Braudel, Habermas, Jonas, Berlin. Prendete ora qualsiasi
giovane e domandategli quali autori legge abitualmente considerandoli dei maestri.
Spesso non ne nominano nemmeno uno. Hanno magari letto le Barzellette di Totti e Il
codice da Vinci senza naturalmente aver capito che è un mostruoso imbroglio storico. Ma
non possono averlo capito perché non sanno più la storia. Girano il mondo e non
sanno localizzare su una carta geografica dove sono gli Stati. Navigano in Internet ma,
poiché su Internet ci sono solo frammenti, fanno un minestrone di frammenti che non
riescono a ordinare. Molti non leggono più i giornali. Hanno paura della matematica.
Tanti arrivano all’università senza saper non solo scrivere, ma nemmeno parlare. E non
imparano a farlo neanche lì, perché quasi dappertutto stanno scomparendo gli esami
orali, dove discuti con lo studente, gli chiedi di argomentare. Si dedicano alla
chiacchierologia ed evitano le materie scientifiche. Li vedi nei banchi apatici, svogliati,
sembrano privi di vita, di passioni. Evitano lo sforzo, evitano le sfide, non sono abituati
a combattere, cedono alle prime difficoltà. A volte mi cadono le braccia. E come a me a
tanti professori. Ed è giusto dirle queste cose, non si possono solo fare elogi ai giovani,
ripetere demagogicamente che sono la speranza del futuro. Lo sono se si svegliano. Lo
sono se qualcuno riesce a risvegliare in loro la voglia di sapere, di capire, di inventare, di
lavorare. Ed è facilissimo farlo. Sì, è facilissimo. Prendete un gruppo di giovani svogliati
che sembrano zombie e chiamateli a lavorare con voi su un progetto. Un progetto alto,
ambizioso, un progetto difficile in cui c’è da faticare duro. E mettetevi a farlo con loro,
in mezzo a loro, con energia, con entusiasmo, coinvolgendoli, dando loro incarichi e
responsabilità. Lasciateli sbagliare ma che capiscano lo sbaglio fatto. Siate esigenti,
molto esigenti perché devono sentire la durezza del compito e imparare a resistere, a
non guardare all’orario, alla fatica ma solo alla meta. Finche non imparano che devono
essere esigenti con se stessi. Stimolateli, rimproverateli, elogiateli, gridate, applaudite,
festeggiate finché non diventate un gruppo dedicato alla meta. Allora vedrete fiorire
delle meraviglie.
Perché non sono i giovani che sono apatici, morti, ignoranti, pigri, siamo noi
che non abbiamo capito che l’essere umano è, nel profondo, un combattente, che ha al
suo interno una spinta irrefrenabile a salire in alto. È questa che bisogna risvegliare. Ma
non la si risveglia con il «poverino, poverino» e con la pigrizia. E la si uccide con
l’indifferenza. La si risveglia solo additando una meta e dimostrando, con il tuo esempio,
che ci credi e che sei pronto a batterti insieme a loro per raggiungerla. Come hanno
sempre fatto i grandi educatori, i grandi scienziati, i grandi generali. Cesare dormiva su
un lettuccio da campo fra i suoi soldati e si lanciava nella battaglia con loro. E
vincevano sempre.
Corriere della Sera 07/03/2005

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