Pubblicato da: chinonrisica | 19 marzo 2011

Si vis pacem…..

Due opposte visioni di un problema. Da Il Fatto Quotidiano di oggi le ragioni della guerra e quelle della pace.

Pacifismo di principio, prendere o lasciare? Io lascio di Paolo Flores d’Arcais

Alla notizia della risoluzione dell’Onu, Bengasi assediata e in preda all’angoscia è esplosa di gioia. Sarebbe davvero assurdo che l’opinione pubblica democratica condannasse ora gli interventi aerei che alla popolazione martoriata suonano come disperata speranza.
Il pacifismo “di principio” è tassativo: mai un aereo, mai una bomba, meno che mai l’invio di un soldato. Il pacifismo “di principio” ha una sua nobiltà, ma chi lo sostiene avrebbe condannato i volontari delle brigate internazionali accorsi in Spagna a difendere la Repubblica contro “los quatros generales”. Il pacifismo “di principio” non condanna semplicemente ogni progetto (quasi sempre insensato, e altrettanto spesso ipocrita e doppio) di “esportare la democrazia”, si priva anche della possibilità di appoggiare la democrazia già esistente dove è minacciata o di sostenere una rivolta che provi ad instaurarla.
Il pacifismo “di principio” non si presta a discussioni, proprio per il suo carattere assoluto. Prendere o lasciare. Sono per il “lasciare”, perché non ho mai creduto e non credo che la pace possa essere il valore supremo, anche a costo della libertà. Non a caso il tacitiano “hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace” fu – prima del ‘68 – la bandiera di una grande manifestazione per la libertà del Vietnam organizzata in modo autonomo rispetto al Pci. Rivoluzionario o riformista che voglia essere, credo perciò che un democratico debba prendere posizione rispetto ad ipotesi di interventi armati senza apriorismi universali, analizzando valori e interessi in gioco, ed assumendosi le relative responsabilità.
Perciò: in Libia abbiamo una dittatura di mostruosa ferocia, contro cui si è sollevata gran parte della popolazione, nel clima di rivolte che da un paio di mesi stanno aprendo a prospettive di democrazia inaspettate l’intera Africa del nord. Rivolte con una fortissima componente giovanile, colta, laica, non ancora egemone rispetto alle influenze religiose o al potere organizzato dei militari, ma che per la prima volta consente di parlare di speranza democratica in senso proprio. L’esito dello scontro in Libia avrà una influenza potente su tutti questi. Nella rivolta libica il peso dei settori del regime che si sono staccati da Gheddafi solo ora è assai forte, ma il carattere popolare dell’insurrezione indubbio. Gheddafi lo ha schiacciato solo con la logica dell’eccidio, con cui sta riconquistando il paese. I governi occidentali hanno colpe tremende, per i decenni e decenni delle sanguinarie dittature che i popoli tunisino, egiziano, libico hanno dovuto subire, colpe che non dovranno essere dimenticate. Con quelle dittature hanno trafficato, ben al di là delle “ragion di Stato” e di approvvigionamento energetico, e pur di trafficare hanno ignobilmente coperto e “santificato” la quotidianità di tortura e violenza con cui l’oppressione dittatoriale si esercitava. Mai nulla hanno fatto per difendere, e non sia mai sostenere e alimentare , le forze di un’opposizione laica e riformatrice, insomma occidentale nel miglior senso del termine, che pure esistevano, non solo embrionalmente.
Da ultimo, in Libia sarebbe bastato riconoscere subito come governo legittimo la parte del coordinamento della rivolta di Bengasi più laica e non compro-messa col vecchio regime. Sarebbe bastato bombardare la base aerea da cui Gheddafi si garantiva il controllo del cielo, grazie al quale ha potuto scatenare la sua “revanche” di sangue. Insomma si sarebbe potuto cominciare ad aiutarle appena trovarono l’eroismo della rivolta, quelle forze democratiche abbandonate e neglette per decenni. Si è traccheggiato, perché i motivi del sì o del no occidentale sono di danaro e di potere, non di libertà e democrazia.
Ora, comunque, sembra che aerei francesi e inglesi, bombardando le basi di Gheddafi (cosa aspettano ancora?), restituiranno alla Libia insorta la speranza della liberazione. Un “vade retro” delle forze democratiche sarebbe campana a morto (e non metaforica) per gli ammutinati contro il Rais. Piuttosto, si impegnino i democratici europei a stringere rapporti con le forze laiche e riformatrici dell’Africa mediterranea, ponendo fine ad un colpevole e spocchioso disinteresse, perché alla caduta dei Mubarak Ben Ali e Gheddafi non seguano altre dittature, a cui gli establishment d’Occidente non farebbero mancare i brindisi.

Così la comunità internazionale crea Stati figli e figliastri
di Massimo Fini –

L’Onu ha autorizzato i raid aerei sulla Libia. Francia e Gran Bretagna sono già pronte a far intervenire i loro caccia perché abbattano quelli di Gheddafi che bombardano i rivoltosi libici, e non è escluso che l’Italia metta a disposizione della Nato le sue basi aeree. Non è una dichiarazione di guerra alla Libia, non sia mai, oggi ci si vergogna di fare la guerra e si preferisce chiamarla “operazione di peace keeping” a difesa dei “diritti umani”.
Salta definitivamente il principio internazionale di “non ingerenza militare negli affari interni di uno Stato sovrano” insieme al diritto di Autodeterminazione dei popoli sancito a Helsinki nel 1975 e sottoscritto da quasi tutti i Paesi del mondo, compresi quelli che stanno per intervenire in Libia. Qui siamo in una situazione diversa dagli interventi in Iraq nel 1990 e nel 2003 e in Afghanistan nel 2001. Nel primo conflitto del Golfo, l’Iraq aveva aggredito il Kuwait, uno Stato sovrano, sia pur fasullo creato nel 1960, esclusivamente per gli interessi petroliferi degli Stati Uniti. L’intervento quindi era legittimo, anche se il modo con cui fu condotta quella guerra fu bestiale perché gli americani, pur di non affrontare fin da subito, sul terreno, l’imbelle esercito iracheno (che era stato battuto perfino dai curdi, in quel caso Saddam fu salvato dalla Turchia il grande alleato Usa nella regione) e correre il rischio di perdere qualche soldato, bombardarono per tre mesi le principali città irachene facendo 160mila morti civili, fra cui 32.195 bambini (dati del Pentagono). Nel 2003 c’era il pretesto delle “armi di distruzione di massa”. Si scoprì poi che queste armi, che Stati Uniti, Urss e Francia gli avevano fornito, Saddam non le aveva più, ma intanto gli americani hanno ridotto l’Iraq a un loro protettorato dove è in corso una feroce guerra civile fra sciiti e sunniti che provoca decine e a volte centinaia di morti quasi ogni giorno tanto che in Occidente non se ne dà più notizia. In Afghanistan si voleva prendere Bin Laden, ma dopo dieci anni la Nato è ancora lì e occupa quel Paese, avendo provocato, direttamente o indirettamente, 60mila morti civili (e nessun Consiglio di sicurezza si è mai sognato di imporre una “no fly zone” ai caccia americani che, per battere gli insorti, bombardano a tappeto cittadine e villaggi facendo ogni volta decine di vittime civili, come sta facendo Gheddafi in Libia). La situazione è invece identica all’intervento Nato in Serbia dove, all’interno di uno Stato sovrano, c’era un conflitto fra Belgrado e gli indipendentisti albanesi, foraggiati dagli americani, del Kosovo che della Serbia faceva parte. Noi, che non abbiamo baciato la mano a Gheddafi, che non abbiamo permesso ai suoi cavalli berberi di esibirsi alla caserma Salvo d’Acquisto e al dittatore di volteggiare liberamente per Roma avendo al seguito 500 troie, e che parteggiamo per i rivolto-si di Bengasi, siamo assolutamente contrari a qualsiasi intervento armato in Libia. Per ragioni di principio e perché questi interventi internazionali sono del tutto arbitrari. Dividono gli Stati in figli e figliastri. Nessuno ha mai proposto una “no fly zone” in Cecenia dove le armate russe di Eltsin e dell’ “amico Putin” hanno consumato il più grande genocidio dell’era moderna: 250 mila morti su una popolazione di un milione. Nessuno si sogna di intervenire in Tibet (chi si metterebbe mai, oggi, contro la succulenta Cina?) o in Birmania a favore dei Karen. E così via. In ogni caso bisogna essere consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni. Se l’Italia presterà le proprie basi per l’intervento militare in Libia non potrà poi mettersi a “chiagne” se Gheddafi dovesse bombardare Brindisi, Bari, Sigonella, Aviano o una qualsiasi delle nostre città. Gli abbiamo, di fatto, dichiarato guerra, è legittimato a renderci la pariglia.

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