Pubblicato da: chinonrisica | 18 febbraio 2011

Ci siamo sbagliati…

Michele Salvati:
Mi arrendo, il bipolarismo in Italia non funziona
da Il Corriere della Sera di giovedì 17 febbraio 2011

Fu un sentimento di universale sollievo quello che si diffuse in Parlamento quando, verso la fine del 1997, si fu certi che l’Italia sarebbe stata ammessa a far parte del club dell’Euro. Basta con le finanziarie monstre! Evviva, tutto torna come prima! Tra i nostri politici pochi erano consapevoli che le vere difficoltà cominciavano proprio allora: le grandi sciabolate fiscali per rientrare nei parametri di Maastricht erano state la parte facile del problema.

La parte difficile era il lavoro di bisturi che ci attendeva Di bisturi sulle aree di rendita e di inefficienza diffuse nella nostra economia e nella nostra amministrazione pubblica. E insieme di ricostruzione: solo un grande progetto di chirurgia plastica — condiviso da una larga maggioranza del ceto politico, sentito come necessario da gran parte delle elite economiche e sociali, perseguito con costanza per lungo tempo — sarebbe riuscito a cambiar faccia al Paese che la Prima Repubblica ci aveva lasciato e che i governi Amato, Ciampi, Dirai e Prodi avevano appena iniziato a riformare. E solo un Paese trasformato, tagliati i ponti con le scorciatoie illusorie dei disavanzi e della svalutazione, poteva affrontare con successo le prove che l’attendevano.

Questo progetto non c’è stato e il nostro Paese ristagna. Del progetto è stata sbandierata la premessa culturale, il liberalismo, ma fa solo tristezza ricordarlo in questo Paese di rendite e corporazioni. Qualche riforma è stata fatta e qualche lodevole intenzione è stata espressa, ma è mancato un programma coerente, perseguito con tenacia da tutti i governi che si sono alternati al potere. Nella società e nell’economia si è mosso solo chi non poteva non muoversi, perché esposto alle pressioni della concorrenza internazionale: un buon numero (ma ahinoi insufficiente) di piccole e medie imprese esportatrici, ora la grande Fiat (o la grande Chrysler?). Ben poco di ciò è stato previsto, non dico sollecitato, dalla politica In un Paese al quale ogni giorno andrebbe ricordato il difficile compito di modernizzazione e di efficienza che ha di fronte, la politica è stata parte del problema — lo ha aggravato — non parte della soluzione. La politica ha aggravato il problema mediante omissioni: dove sono le riforme liberali che ci erano state promesse? Ne ha scritto Mario Monti di recente sul Corriere e non ripeto quanto ha detto. Ha aggravato il problema inasprendo inutilmente i toni: le riforme che ci dovrebbero impegnare per riattivare la crescita hanno poco a che fare con i conflitti tra destra e sinistra e su di esse può essere utile assicurarsi un consenso bipartisan, sia perché si tratta spesso di riforme impopolari, sia perché esse vanno perseguite in tempi lunghi, anche sotto governi di diverso colore. Ha aggravato il problema imponendo prioritariamente una riforma istituzionale di difficoltà estrema, il federalismo, di cui non si sentiva proprio l’urgenza in un momento in cui molto, se non tutto, dev’essere sacrificato all’efficienza amministrativa e alla crescita. C’è ancora una piccola possibilità che dal federalismo non esca un mostro, qualcosa che complichi ancor di più procedure amministrative già complicate, che aumenti ulteriormente la pressione fiscale, che paralizzi del tutto le già deboli capacità di indirizzo della politica economica (si pensi alle vicende del piano casa), che provochi seri conflitti tra Nord e Sud. Ma per evitare questo esito occorrerebbe uno sforzo solidale tra le migliori competenze amministrative del Paese, di destra o sinistra che siano. E soprattutto bisognerebbe dar tempo al tempo, non affrettarsi allo scopo di fornire alla Lega una bandierina da agitare.

Oggi la politica è un ostacolo, non una risorsa. Questo bipolarismo sgangherato (e lo dice un sostenitore convinto dell’alternanza) non funziona. Una buona politica dovrebbe dare agli italiani un unico messaggio: il processo di riforma, l’intervento di chirurgia plastica, sarà lungo e difficile e i suoi esiti matureranno lentamente, altro che crescita al 4% tra pochi anni. E certo non bastano improvvisi risvegli del governo, non basta rimettere sul tavolo provvedimenti minuti che stavano nei cassetti dei ministeri, condendoli col peperoncino di una riforma costituzionale che provocherà ulteriori incomprensioni e polemiche. Dubito che un’alternanza bipolare tra coalizioni eterogenee sia in grado di dare questo messaggio, di tenere stabilmente la barra su un processo di riforma in buona misura condiviso. L’uscita di scena di Berluscorii sicuramente allenterebbe le tensioni oggi esistenti, ma è tutto da vedere se basti da sola a portarci a un bipolarismo dell’azione; da quello della chiacchiera e dello strepito in cui oggi viviamo

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