Pubblicato da: chinonrisica | 5 dicembre 2010

Velate e svelate

Il dibattito sul burqua continuerà in Consiglio Comunale e, spero, non coinvolgerà le sole consigliere.
Ho sostenuto, e lo confermo, di essere assolutamente contraria ad ogni indumento( o mancanza di indumento….) che mortifichi il corpo femminile. E ritengo che se un provvedimento di legge ci sarà, tale provvedimento debba essere approvato proprio perchè atteso dagli stessi rappresentanti di comunità islamiche, invitati a relazionare alla I Commissione della Camera dei Deputati, quella relativa agli Affari Costituzionali.
In quella sede il burqa è stato definito come “una bara” dal Presidente della Consulta degli stranieri al Comune de L’Aquila,Gamal Bouchaib. Gli ospiti della I Commissione,in nome di associazioni, importanti numericamente e riconosciute ufficialmente, di un Islam variegato e multiforme, hanno concordato sul fatto che “burqa e niqab sono tradizioni nate negli anni Settanta , con i Talebani”( Mansouri Mustapha per la Confederazione della Comunità Marocchina in Italia) ; o che “il burqa rappresenta un problema molto grave che dobbiamo combattere se vogliamo l’integrazione, se volete che prevalga la moderazione e che un domani crescano nuovi cittadini italiani che non portano le armi contro il tricolore ….Noi musulmani moderati chiediamo una legge per vietare sia il burqa sia il niqab….”( Mechnoune Abdellah, imam della moschea di Torino, ambasciatore della pace per le Nazioni Unite, nell’ambito del dialogo interreligioso).
Potrei continuare con citazioni sorprendenti per chi crede che scopo dell’Islam sia solo quello di ghettizzare la donna, ma preferisco chiarire che il nostro Comune, come tutti i Comuni, è incompetente a vietare ciò che la legge sola potrebbe proibire. Una legge che dovrebbe avere, però, un testo condiviso, in cui non si parli di religione, ma si proibisca il travisamento del volto, di una donna o di un uomo,cristiano, musulmano o buddista che sia.
Disponendo che per tutti è vietato girare a viso coperto, il nuovo arrivato in Italia si sentirà uguale agli altri e gli sarà facile accettare che le donne della famiglia escano senza velature.
Ciò che i Comuni potrebbero, e a mio avviso dovrebbero, fare è invece predisporre una serie di misure a favore dell’integrazione delle donne immigrate.
Sarebbe importante corrispondere eventuali sussidi a nome delle donne della famiglia ( per incentivare un’indipendenza economica, pur minimale,e un riconoscimento sociale) , dedicare spazi istituzionali a corsi di formazione sui contenuti normativi a favore delle donne, sui principi costituzionali relativi alla parità e, naturalmente, di lingua italiana.
A tali corsi dovrebbe essere addetto solo personale laico, di entrambi i sessi.
L’integrazione passa attraverso le donne, attraverso donne libere dal burqa e dall’obbligo di compiacere al potente di turno con l’esibizione sfacciata del corpo.
La libertà non si realizza per concessione, nè con divieti mirati e discriminatori, ma con la cultura, la consapevolezza di sè e un’uguaglianza di diritti utile a tutti, per crescere insieme.

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