Pubblicato da: chinonrisica | 14 ottobre 2010

Ragione e pulsioni

Dal Corriere della Sera del 13 ottobre un’intervista con il sociologo Giuseppe De Rita

«Perse le norme etiche ci sono solo pulsioni» di PAOLO CONTI

«Guardi, forse un anziano signore come me, ormai approdato ai 78 anni, può fidarsi dell’autoregolamentazione etica, di un timone morale soggettivo… perché c’è l’esperienza di vita, la conoscenza che si accumula, l’età che ti aiuta a non farti trascinare chissà dove. Ma se sei un ragazzino privo di norme interiori consolidate, allora veramente può succedere che tenti di ammazzare qualcuno con un pugno per una banale discussione mentre sei in fila alla biglietteria della metropolitana..». Giuseppe De Rita è un termometro ambulante della salute sociale italiana. Da più di quarant’anni non fa che misurarla a colpi di rapporti Censis, seguendo giorno dopo giorno piccoli cambiamenti puntualmente destinati a lievitare in fenomeni di massa. Da tempo il sociologo avverte: guardate, stiamo vivendo la stagione più acuta del soggettivismo etico, tutti giudicano le proprie azioni e adottano decisioni morali in base a un criterio assolutamente personale. La ragione? De Rita risponde con la pacatezza di sempre, ma nel sottofondo si avverte molta amara preoccupazione: «La storia del tassista milanese pestato a sangue per aver investito un cane, questa donna che a Roma finisce in coma per il pugno di un ragazzo… So che l’esercizio logico può essere complicato, ma non siamo così lontani dal balconing». Ci aiuti a capire come e perché, professor De Rita: «Da sempre la nostra società è stata regolata da norme ben precise. Attenzione: qui non parlo semplicemente di leggi scritte e di codici, di vigili urbani o di carabinieri. Mi riferisco a regole interiori che strutturano la personalità, la rendono solida..». Il professore ha ben chiaro l’iter che conduce una generazione di ragazzi a tentare la scommessa del salto del balcone così come a considerare un’aggressione quasi un gesto normale (nfatti il ragazzo della metropolitana romana chiede agli inquirenti, dopo aver ricostruito l’episodio, «e adesso posso andare?»). Ecco qui la strada, secondo De Rita: «C’era la scuola che insegnava non solo le materie ma anche a vivere. C’era il padre che premiava e puniva. La madre che riprendeva la figlia troppo “disinvolta”. Ovviamente c’era la Chiesa che imponeva un vincolo morale di natura religiosa Infine le autorità, che provvedevano al resto. Ma dalla fine degli anni Sessanta in poi tutto è lentamente e irrimediabilmente cambiato. Ormai tutti quei referenti che dovrebbero, in qualche modo, “rappresentare la legge” e farla rispettare sono diventati evanescenti». La conseguenza concreta, secondo l’analisi di De Rita, è visibile in quelle aggressioro insensatezza «Siamo nell’impero delle pulsioni interiori non più regolabili proprio da quelle norme che da sempre le contenevano. Quindi io posso rischiare la mia vita saltando da un balcone per il gusto di una scommessa e posso anche aggredire chi mi irrita e mi offerlde. L’unico metro morale sono io stesso. La parola “sregolato” rende bene, “s-regolato”, privo di regole. Potrei dire che, in questo senso, siamo diventati tutti un po’ matti proprio nell’accezione che si attribuiva un tempo a quella parola. Il matto, in fondo, era colui che rifiutava confini e argini». La radice di questa sorta di anarchia collettiva, di cancellazione dei capisaldi interiori va cercata, secondo De Rita, nell’irripetibile e mitizzata stagione a cavallo tra gli anni 6o e 70 che modificò per sempre la società italiana: «Uno degli slogan del Sessantotto era “la norma ci uccide”. Ecco qui, dove vogliamo cercare? Ricordo anche una suggestiva risposta, credo, di Toni Negri: “Io non voglio rispettare la norma dei giudici naturali, voglio un giudice che mi capisca”. L’esplosione del soggettivismo etico comincia con la rivendicazione dell’Io come arbitro unico della propria vita. Io sono il Principe di me stesso e se ho qualche pulsione la soddisfo. Sono io il padrone del mio corpo. Decido io se avere un figlio o abortire… Sono anche il padrone di mia moglie o la padrona di mio marito». Restando in questo solco, sostiene il sociologo, si approda anche all’indifferenza di chi assiste a queste scene. Alla assoluta imperturbabilità dei passanti che, alla stazione della fermata Anagnina sfiorano quella donna ormai in coma e non si fumano. Cosa è, professore, abitudine alla marginalità, a certi ultimi che vivono sdraiati un po’ ovunque? «No. Qui dobbiamo tornare al soggettivismo etico. II ragionamento: io non mi fermo perché quel tempo a disposizione è mio, solo mio, dunque non vale la pena che io mi chini a capire cosa sia capitato a quella donna perché non mi riguarda. E nessuno può giudicarmi». II quadro complessivo, senza moraleggiare, è allarmante. Pensa che possa esserci una via d’uscita? «Il semplice aumento della dimensione punitiva della legge non risolve il problema proprio per l’assenza di una norma etica interiore di riferimento. Si può lavorare per far ritrovare quei riferimenti che ho definito evanescenti. Ma occorre tempo, volontà. Soprattutto nel capire che la “meravigliosa” stagione della “liberazione” dalle regole è finita. Semplicemente perché quelle norme non ci sono più».

Paolo Conti

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