Pubblicato da: chinonrisica | 24 settembre 2010

Se 27 vi sembran poche

Dal Corriere della Sera di oggi, un articolo significativo ed importante sul lavoro delle donne e sul loro ruolo nell’economia dei nostri giorni.

PAOLO DI STEFANO PER IL CORRIERE DELLA SERA –

Diceva una donna che di donne se ne intendeva parecchio, Simone de Beauvoir, che donne non si nasce, si diventa. Ma che cosa significa diventare donna? O meglio che cosa distingue la donna dal l ’ uomo? Oggi l a donna è diventata soprattutto una creatura da lavoro, attiva molto più dell’uomo. Condannata a essere per millenni, a seconda dei gusti (maschili), il sesso debole o il sesso forte, il peggiore dei mali (Euripide) o un male necessario (Aulo Gellio), un piatto per gli dèi (Shakespeare) o l’Angelo della Famiglia (Mazzini), la minaccia di tutti i paradisi (Claudel) o un simpatico errore di natura (Cowley), l’ultima cosa civilizzata dall’Uomo (Meredith) o un «mistero senza fine bello» (Gozzano), la depositaria della libertà (Picabia) o un camaleonte che dove si posa prende il colore (Moravia) eccetera eccetera, la donna ha cambiato immagine, status, destino. Forse solo in apparenza.

Una ricerca condotta dalla Camera di Commercio di Milano rivela infatti che tra le qualità che distinguono la donna dall’altro sesso c’è quella di riuscire a dilatare a 27 ore la propria giornata, cioè a fare mille cose insieme guadagnando tre-quattro (anzi, fino a cinque) ore sul corso naturale del tempo che sembrava fissato una volta per tutte dagli albori dell’universo. Dunque, con la mano destra lavorare al computer e con la sinistra girare il sugo, con un alluce inviare un sms e con l’altro cullare il piccolo, con un orecchio seguire una videoconferenza e con l’altro sorbirsi le rotture del marito, con un occhio controllare gli appuntamenti del giorno dopo e con l’altro contemporaneamente verificare le mail, badare che non esca il caffè o che non scuocia la pasta, darsi una ripassata al trucco, mettere a posto il pupo per la scuola, in una parte del cervello segnarsi di portarlo in piscina alle cinque, in un’altra ricordarsi di passare in rosticceria prima di sera. Perché la baby sitter è pur sempre un privilegio, così come la colf che pulisce, lava i panni, stira e fa la spesa, idem i nonni che abitano sul tuo stesso pianerottolo. Associare diverse occupazioni nello stesso momento è la normalità per il 92% dell’universo femminile.

Può darsi che sia sempre stato così, ma è un fenomeno annoverato tra le conquiste della flessibilità. Il guaio più evidente è che delle 27 ore di cui a quanto pare si compone ormai (quasi) ufficialmente la giornata delle donne, lo spazio della compensazione, e cioè quello del sonno e del riposo, finisce per rimanere sempre lo stesso. Insomma, la liberazione della donna rischia di tradursi in un nuovo inferno. Dalla padella della schiavitù da famiglia e da marito alla brace della schiavitù da iperattività (famiglia e marito compresi), dalla padella dell’apartheid domestico alla brace di una discriminazione sicuramente meno visibile, ma non per questo accettabile a cuor leggero.

E se le pari opportunità non sono affatto una conquista, l’elogio della donna da parte dell’uomo dovrebbe cominciare proprio da qui: dal riconoscimento minimo, nel trantran quotidiano, di una persistente differenza tutta a vantaggio nostro e dalla cui responsabilità non siamo affatto esenti. Differenza che non è imposta da un destino cinico e baro, biologico e/o psicologico, ma, come diceva sempre la vecchia Simone, teorica e combattente del «secondo sesso», è una questione di storia, di civiltà, dunque per fortuna soggetta a trasformazioni e bilanciamenti. Anche uomini, probabilmente, non si nasce, ma si diventa. E proprio gli uomini potrebbero sempre aspirare a diventare l’ultima cosa civilizzata dalle donne.

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