Pubblicato da: chinonrisica | 5 settembre 2010

L’ultimo istante di Sakineh

Le parole struggenti di uno scrittore iraniano ci descrivono la realtà di Sakineh Ashtiani. Accade ora. Indignamoci, per lei e per le altre senza voce. Da “Il Fatto Quotidiano” di oggi

di Hamid Ziarati *

“Guarda il cucchiaio affondato nella ciotola con il cibo che giace sul pavimento da ore e che lei, malgrado i crampi della fame avuti nel pomeriggio, non riesce a toccare. Non è una sensazione nuova quella stretta allo stomaco, l’accompagna ormai da anni, e non è neanche nuova quella mano che sente sfondarle il torace e stritolarle il cuore ad ogni respiro, l’ha già vissuta quella sensazione a fine agosto di quest’anno quando le avevano detto di scrivere le sue ultime volontà e lei, con mano incerta, le aveva scarabocchiate su un foglio e aveva tremato in un mare di lacrime fino all’alba mentre le sue compagne di cella cercavano di confortarla, per scoprire poi al mattino che era tutta una farsa, una crudele messa in scena per demolirla definitivamente. Come se non l’avessero già fatto.

ERA STATA una sadica vendetta per farle pagare tutto quel parlare che c’era stato in giro per il mondo sul suo conto, per sbriciolarle la montagna di speranza che aveva montato e su cui s’era seduta ad attendere la fine dell’incubo. Un modo per farle comprendere che non c’era avvocato difensore, mogli di presidenti di chissà quale Paese, offerte d’asilo, primi ministri, parlamentari, sindaci, filosofi, intellettuali che tenessero di fronte al verdetto emesso da un tribunale della Repubblica Islamica, e perché loro, di tutto quel resto del mondo, se ne infischiavano. Così, quella volta si erano organizzati con largo anticipo mentendo ai suoi figli il giorno della visita cioè comunicando loro il suo rifiuto d’incontrarli mentre a lei avevano detto che non s’era presentato nessun visitatore e qualche sera dopo le avevano annunciato che l’indomani l’avrebbero giustiziata. Questa volta però è diverso, il suo stomaco e il suo cuore glielo confermano: non si tratta più di demolire speranze riposte, a quello ci ha fatto il callo, ora tutto è tornato a tacere in un silenzio tombale ancora più agghiacciante dell’incertezza della pena e sapere che ci sono altre 14 persone nelle sue stesse condizioni e che richiedono la stessa attenzione di cui è stata omaggiata non la consola affatto, ora in lei c’è solo rassegnazione. DEVE DISTRARSI! Se lo impone. Allunga la mano, prende il cucchiaio dalla ciotola, lo pulisce del cibo con il lembo della camicia e ci si specchia. Non riconosce più quel volto. Da la colpa a quelle 99 frustate sulla schiena subite di fronte a suo figlio, a quel dolore materno indescrivibile che ha subito: quella sofferenza è migrata sulla sua pelle per far capolino sul suo viso e cerchiare i suoi occhi, ne è convinta. Muove il cucchiaio e la testa cercando qualche raggio di luce nel buio della cella e scruta le sue sopracciglia, sempre curate una volta. Una volta. Le sfiora con l’indice. Dopo 5 e più anni di detenzione si sono trasformate in due cespugli informi che, abbandonati all’incuranza e al loro destino come è stato fatto con lei, sovrastano il sorriso che ha sempre avuto nello sguardo. Ma dove si è smarrito quel sorriso? Spalanca gli occhi ma ritrova solo una smorfia spenta. Le percosse per farle leggere ad alta voce quel foglio scritto da chissà chi di fronte alle telecamere è stata l’abluzione con l’acido per suoi occhi sempre sorridenti. E le sue labbra? Che fine hanno fatto? Le cerca disperatamente nel cucchiaio. È talmente immersa nei suoi pensieri che non riesce a udire i passi pesanti che si avvicinano alla sua cella d’isolamento ed è solo quando sente il rumore della serratura che realizza che l’alba è imminente. Le viene ordinato di compiere la preghiera mattutina e d’indossare il vestito che le hanno portato in regalo. Lei compie le varie prostrazioni con le ginocchia incerte se reggere o meno il suo peso e il peso di quell’ultima preghiera in una lingua che lei ignora, destinate a un dio che tarda a farsi vivo per soccorrerla. Fanno sul serio questa volta, il suo stomaco e il suo cuore avevano ragione. La piazza è gremita di gente che vuole guadagnarsi un palmo di terreno in paradiso in pochi gesti e lei, vestita tutta di bianco come una sposa e con le mani legate, viene seppellita in una buca fino al petto a pochi passi da una trincea di sassi buoni per essere impugnati e lanciati facilmente. Tutti gli sguardi sono per lei come anni fa, gli stessi sguardi che non celavano i pensieri più impuri nell’incontrare il suo volto cerchiato come una luna piena nel chador ora fremono di vendetta per quei rifiuti ricevuti. Lei prega dio senza emettere un suono e lo prega affinché non costringano nuovamente suo figlio ad assistere alla sua punizione, l’ultima punizione finalmente. LE INFILANO con forza un sacco bianco sulla testa malgrado si dimeni come una coda di lucertola appena mozzata. Le viene ribadita la sentenza da un megafono e il primo allah-o akbar che sente ha lo stesso timbro di voce del suo giudice e poi un dolore atroce le esplode sulla fronte. Vede una macchia rossa formarsi ed espandersi rapidamente sul candore del sacco. Lei urla ma il suo strillo è soffocato sul nascere da un coro che invoca in arabo la grandezza di dio e una pioggia di sassi la colpiscono da ogni direzione. Perde i sensi e si riprende più volte, premiando così chiunque la colpisca con precisione sulla nuca e il respiro tarda ad abbandonarla malgrado tutto. Cade riversa, in una posizione innaturale , inanimata come una carcassa esanime e la pioggia delle pietre lentamente cessa. Le viene tolto il sacco. Attraverso il velo di sangue che le benda gli occhi riesce ancora a percepire la luce del sole. Qualcuno le tocca il collo in cerca del suo battito che dovrebbe essere smarrito ma così non è. Non ancora. Apre una palpebra con lo stesso sforzo che si compirebbe per spostare una montagna, lo fa in cerca dell’umana pietà e un mattone di cemento soddisfa il suo ultimo desiderio. Sakineh ha 43 anni e due figli. È stata condannata per rapporti sessuali prima della morte del marito e condannata a 10 anni di carcere e a 99 frustate che le sono state immediatamente inflitte. Il suo amante in un secondo tempo è stato condannato alla pena capitale per aver ucciso suo marito, ma poi, con un colpo di mano da parte del giudice, le due condanne sono state invertite: Sakineh incolpata di quell’omicidio è ora in attesa della condanna alla lapidazione mentre il suo amante è condannato a 10 anni di carcere. Lei si è sempre dichiarata innocente e recentemente le tivù di stato hanno trasmesso un video in cui lei, irriconoscibile col volto coperto, legge un foglio autoaccusandosi. Il suo avvocato difensore è stato costretto ad abbondare il Paese per rifugiarsi in Belgio dopo che sua moglie e suo cognato erano stati arrestati senza motivo. Negli ultimi 30 anni, dalla fondazione della repubblica islamica, in Iran ci sono state 150 esecuzioni capitali mediante lapidazione.”

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