Pubblicato da: chinonrisica | 18 aprile 2010

Un fuoco sempre uguale: dall’Islanda all’Etna

Vincenzo Consolo commentava con l’articolo che segue ,sulle pagine del Corriere nel luglio del 2001, una imponente e pericolosa eruzione del’Etna.
Questo articolo mi aveva colpito molto e l’ho conservato, ripensandoci spesso ogni volta che sentivo o leggevo di eventi naturali particolarmente invasivi, pericolosi ed ineluttabili.
E’ stato inevitabile riprenderlo alla luce degli attuali eventi relativi al vulcano islandese che paralizza i voli in mezzo mondo.
Ho anche riflettuto sull’anno senza estate seguito all ‘eruzione vulcanica del Tambora, nell’isola di Sumbawa dell’attuale Indonesia (allora Indie olandesi), avvenuta dal 5 al 15 aprile 1815. Eruzione che immise grandi quantità di cenere vulcanica negli strati superiori dell’atmosfera.
Come è comune a seguito di grandi eruzioni vulcaniche, la temperatura globale si abbassò poiché la luce solare faticava ad attraversare l’atmosfera.
Come non ripensarci in questo aprile freddo, piovoso e tetro?

Spettacolo di fuoco avvolto nel mito
La leggenda: il monte ha un nome segreto, chi lo scopre riuscirà a fermare la tragedia

In questa nostra attuale società che è chiamata dello spettacolo, ogni realtà, dalla più tragica alla più atroce, alla più minacciosa e devastante, alla più disumana o pietosa (un bimbo che precipita in un pozzo e lì muore, «ritorna alla terra», dopo giorni di invocazione e di strazio; le guerre, i genocidi, le pulizie etniche, la fame e le malattie nei terzi e in più emarginati mondi; inondazioni, terremoti, eruzioni di vulcani…), ogni realtà diventa spettacolo. Spettacolo è per noi in questi giorni l’ eruzione dell’ Etna, spettacolo fascinoso ed eccitante quel fuoco che il vulcano, dal suo «utero tonante», scaglia nel cielo e quel fiume incandescente che scorre inesorabile dai crateri verso il basso, verso i paesi che circondano le falde della montagna. «Forza Etna!» scrissero sui muri degli sconsiderati quando, in una delle ultime eruzioni del vulcano, la lava arrivò alle porte di Zafferana Etnea. Non sanno, questi crassi e garantiti idioti, degli eterni terrori, delle fughe di quelle popolazioni etnee, non sanno che sempre, sotto quel terribile vulcano, hanno subito distruzioni, perdite – la casupola, la vigna, la capra – e che sempre quel «popol di formiche» è tornato a ricostruire, a liberare il piccolo campo delle ceneri infeconde, a spaccare l’ impietrata lava, a zappare, a dissodare, a ripiantare. «Qui mira e qui ti specchia/ secol superbo e sciocco» dice Leopardi ne «La ginestra». Popolazione singolare, diversa da quella del resto dell’ Isola. E come non essere diversa vivendo sotto uno dei più grandi vulcani del mondo, perennemente attivo, che ha in media 15 eruzioni all’ anno? Aveva notato la diversità degli etnei il giovane Tocqueville nel suo viaggio in Sicilia nel 1827. Uomini vitali e tenaci, quelli dei paesi etnei, che nella precarietà, nell’ insicurezza e nello smarrimento dell’ esistenza trovano liberazione e quiete nel fare, nell’ operare, nel possedere un fazzoletto di terra, nell’ aggrapparsi alla «roba». Solo su queste falde del vulcano poteva, uno scrittore come Verga, avere una visione metastorica dell’ esistenza umana, concepire l’ uomo dominato dal fato, essere, quell’ uomo, per quanto lotti e si dibatta, alla fine sempre vinto. L’ Etna, per la sua terribilità distruttiva, è stato fin dall’ antichità avvolto nel mito, nella superstizione. La letteratura sul vulcano è sterminata. Va da Omero a Esiodo, a Pindaro, Platone, Euripide, Aristofane, Virgilio, Orazio, Ovidio, Lucrezio, Seneca, Apuleio, arriva fino ai viaggiatori del Nord, da Pietro Bembo, che scrisse il magnifico «De Aetna», a Goethe, a Brydone, a Spallanzani a tantissimi altri; arriva ai nostri giorni (Maria Corti, in «Catasto magico» ne ha tracciato un repertorio letterario). E qui vogliamo ricordare il più poetico e affascinante mito. Quello dell’ agrigentino Empedocle che finisce i suoi giorni, per «seguir virtute e conoscenza», nelle viscere del vulcano. «La tragedia comincia nel fuoco più alto». Così Hölderlin nel saggio in cui ragione sulla sua tragedia «La morte di Empedocle». E non sembra solo dire, il poeta tedesco, dell’ opera ispirata dalla morte del filosofo presocratico, ma anche della tragedia ricorrente dell’ uomo di fronte all’ eruzione di un vulcano, al liquido fuoco che dall’ alto del cratere trabocca, scorre, travolge e annulla ogni elemento di vita, ogni edificio, ogni segno di storia. E sembra ancora sintetizzare il pensiero di Empedocle, restiturci un barbaglio dei luminosi versi del «Poema fisico e lustrale»? Il vulcano, la sua sommità, la sua tremenda voragine, è il luogo estremo dello spazio e del tempo, la zona della minaccia, del panico e dello smarrimento, il luogo dell’ aridità e del silenzio rotto dall’ ululare del vento, dai boati sotterranei. Dove solo ai poeti è dato ancora di articolare parole, sciogliere enigmi, liberare profezie, dire della fragilità dell’ uomo, del dolore e della desolazione senza scampo che la matrigna natura può donare. E l’ antiumano, il vulcano, è il riemergere del terrifico e mortifero magma dalle latebre profonde e oscure del pianeta, sulla cui crosta si è avvicendata la vita, si è disegnata la civiltà. È la cancellazione violenta e beffarda di ogni organismo, di ogni memoria; è il ritornare improvviso all’ origine caotica e ribollente; è l’ annullamento della ragione o il prevalere di una diversa, spietata ragione. Le cronache ci dicono che l’ eruzione di oggi minaccia il paese di Nicolosi, il cui nome ha in sè la radice «nike», vittoria. E noi speriamo che questo paesino possa ancora una volta vincere il vulcano. Un paese, quello, da cui sono partiti da sempre gli escursionisti dell’ Etna. In cui, dal 700 in poi, è vissuta la famiglia Gemellaro, generazioni di scienziati, di vulcanologi. L’ Etna, il cui nome significa l’ «ardente», ha vari altri nomi: Mongibello, Montagna, Gebel el Nar… Ma dice la leggenda che esso possiede un nome segreto a tutti: solo chi riesce a saperlo, a pronunciarlo, può domare il vulcano. E noi ancora speriamo che i Gemellaro di Nicolosi, nella loro appassionata e profonda scienza, siano riusciti a sapere questo nome, a tramandarlo agli abitanti di oggi di Nicolosi.
Consolo Vincenzo

Corriere della Sera 21 luglio2001

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