Pubblicato da: chinonrisica | 2 aprile 2010

La politica della felicità

Curiosamente Katia ed io abbiamo apprezzato lo stesso articolo, oggi. Dal Corriere della Sera e con uno sguardo alla Pasqua imminente: si può imparare ad essere felici e cercare di formare alla felicità.

LA POLITICA DELLA FELICITÀ
IL CASO
Il caso Bullock: meglio il successo
sul lavoro o la felicità privata?
L’attrice in pochi giorni ha vinto un Oscar e ha subito l’umiliazione del tradimento del marito

A Sandra Bullock sono successe due cose questo mese. Primo, ha vinto un Academy Award come migliore attrice. Poi è trapelata la notizia che il marito l’ha tradita. La questione filosofica che si pone è la seguente: siete disposti ad accettare un favoloso trionfo professionale in cambio di una grave umiliazione? Ci stareste, a questo baratto?
Da un lato, l’Academy Award è un prestigioso riconoscimento e la Bullock si è guadagnata l’ammirazione dei colleghi come ben poche attrici hanno saputo fare. Negli anni a venire, guadagnerà soldi a palate. E per di più potrebbe godere di lunga vita. I ricercatori Donald A. Redelmeier e Sheldon M. Singh hanno infatti scoperto che i vincitori degli Oscar vivono in media quasi quattro anni in più rispetto ai candidati perdenti.

Tuttavia, se ci mettete più di tre secondi per rispondere alla mia domanda, siete proprio pazzi. La felicità coniugale è di gran lunga più importante di qualsiasi altra cosa nel garantire il vostro benessere. Se il vostro matrimonio è felice, non importa quante crisi professionali dovrete subire, resterete comunque assai contenti. Ma se il vostro matrimonio è in cattive acque, non importa quanti trionfi saprete collezionare nella vostra carriera professionale, vi sentirete lo stesso profondamente insoddisfatti.
Non vi sto facendo la predica. Viviamo nell’era della ricerca scientifica e ci sono dati inconfutabili a conferma di tutto ciò. Nel corso degli ultimi decenni, i ricercatori si sono dati allo studio della felicità. Il loro lavoro, per quanto potesse apparire assai fatuo agli esordi, ha sviluppato negli anni un rigore ammirevole, e tra le scoperte più sorprendenti si annovera questa, proprio come dicevano i nostri vecchi: il successo mondano è transitorio, mentre è sui legami affettivi che fondiamo le nostre certezze.

Prendiamo, per esempio, il rapporto complicato che esiste tra felicità e reddito: al di sopra di un certo limite, esso diventa irrilevante. È vero che le nazioni povere si dichiarano più felici se riescono a raggiungere la qualità di vita dei Paesi più prosperi. Ma è anche vero che, una volta soddisfatti i bisogni primari, un reddito più elevato non conduce necessariamente a un maggior senso di benessere. I Paesi in crescita economica sono leggermente meno felici di quelli che procedono a rilento, secondo Carol Graham, del Brookings Institution, e Eduardo Lora. Gli Stati Uniti sono molto più ricchi rispetto a cinquant’anni fa, ma non si è vista una crescita parallela nella felicità complessiva. D’altro canto, in America le disuguaglianze sociali sono molto più marcate oggi rispetto al passato, senza che questo abbia provocato un calo nel livello di felicità nazionale.
Sul fronte personale, vincere la lotteria non offre vantaggi duraturi per il proprio benessere. Negli anni in cui si fanno i passi avanti più significativi nella carriera, la gente non sembra particolarmente felice. Si è felici invece dai 20 ai 30 anni, con un calo verso la mezza età, e una risalita successiva per toccare il culmine della felicità subito dopo il pensionamento, verso i 65 anni.
Ci si sente marginalmente più felici nell’incrementare il proprio reddito, ma questo dipende da come si percepisce la crescita. La ricchezza va ad alimentare aspettative poco realistiche? Oppure destabilizza rapporti consolidati? O deriva invece da un circolo virtuoso, in cui un lavoro interessante vi costringe a impegnarvi di più, ma questo a sua volta porta a nuove e più ghiotte opportunità?
Se il nesso tra soldi e benessere è complicato, non così la corrispondenza tra relazioni personali e felicità. Le attività giornaliere maggiormente associate alla felicità sono il sesso, la vita sociale dopo il lavoro, e uscire a cena con gli amici. L’attività quotidiana che uccide la felicità è il pendolarismo. Secondo uno studio, entrare a far parte di un gruppo che si riunisce una volta al mese produce lo stesso incremento di felicità che raddoppiare il proprio reddito. Secondo un altro, il matrimonio regala un benessere psichico pari a un reddito di oltre 100.000 dollari l’anno.
Se volete trovare il posto ideale dove abitare, chiedete agli abitanti del quartiere se hanno fiducia nei loro vicini. I livelli di fiducia sociale variano enormemente, ma laddove essi sono elevati, in quei Paesi i cittadini sono più felici, godono di salute migliore, hanno un governo efficiente, una buona crescita economica, e minor timore per la delinquenza (indipendentemente dall’effettivo calo o aumento dei tassi di criminalità).
La ricerca ci fa capire, nel suo complesso, che il successo economico e professionale nella vita è superficiale, mentre la felicità scaturisce dai rapporti interpersonali, percepiti universalmente come molto più importanti e profondi.
La seconda impressione è che gran parte di noi presta attenzione alle cose sbagliate. Si esagera l’importanza del denaro nel migliorare la nostra vita. Scuole e università sprecano troppo tempo nel preparare gli studenti alla carriera e non abbastanza nel fornire loro gli strumenti per prendere le decisioni importanti della vita. I governi pubblicano montagne di dati sui trend economici, ma non a sufficienza sulla fiducia e altri parametri sociali. In breve, le società moderne si sono sviluppate in vaste istituzioni orientate verso cose che sono facili da conteggiare, non verso quelle che contano veramente. Propendono per i beni materiali, mentre nutrono una diffidenza atavica verso i beni morali e sociali.
Ma le cose stanno cambiando. Di recente sono state pubblicate numerose opere — tra cui «La ricchezza nascosta delle nazioni», di David Halpern, e «La politica della felicità», di Derek Bok — che incoraggiano le istituzioni pubbliche a prestare maggiore attenzione al benessere dei cittadini, e non esclusivamente alla crescita materiale, per di più in un’accezione molto riduttiva. I governi, tuttavia, continuano a emanare politiche mirate alla produzione della prosperità, e vengono immancabilmente smentiti dalla zona cieca della spiritualità.
David Brooks
IL CORRIERE DELLA SERA 02 aprile 2010

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