Pubblicato da: chinonrisica | 2 marzo 2010

Burqua: il velo dello scandalo

Il Corriere di oggi pubblica una riflessione che mi vede in parte d’accordo e in parte mi spaventa.
L’immagine di una donna velata ( integralmente) mi infastidisce quanto quella di una velina seminuda che sgambetta in tv. E’ un disagio profondo che non so definire. Il conflitto tra libertà e dignità, il limite all’intervento statale, la salvaguardia del diritto di scegliere….temi enormi che oggi vengono tralasciati in nome della marginalità del fenomeno. Ma quelle donne, marginali o no, sono importanti come donne. Non devono essere icone dell’integralismo, nè bersaglio di battaglie vetero-femministe.
Mi interessa ciò che pensano e ciò che sentono: sono felici con il velo? Vorrebbero essere più libere?
Il dibattito è aperto, scottante e il diritto, come sempre è arbitro unico.

CORRIERE della SERA – Ian Buruma : ” No al burqa ma è sbagliato vietarlo con una legge dello Stato ”

ll parlamento francese vuole vietare il burqa nei luoghi pubblici. Il burqa è diverso dall’hijab, il foulard che copre i capelli, già bandito dalla scuola pubblica francese, dove è proibita qualsiasi “ostentazione” di simboli religiosi. Il burqa invece è il velo integrale che copre anche il viso, in uso nei paesi arabi a stretta osservanza islamica, e oggi adottato anche da donne non arabe di fede musulmana. In Francia si tratta di circa 1900 donne su un totale di quasi sei milioni di musulmani, e quasi nessuna proviene da paesi dove il burqa fa parte dell’abbigliamento tradizionale femminile.

Il motivo per cui i parlamentari francesi, dai comunisti ai conservatori, hanno dato pieno appoggio a questo divieto è da ricercarsi nell’opinione assai diffusa che indossare il burqa “va contro i valori della Repubblica.” Nella celebre frase del presidente francese, Nicolas Sarkozy, il burqa “non è ammissibile in Francia.” Per questa ragione alle immigrate che si coprono il viso è stata rifiutata la cittadinanza francese. Le femministe, comprese alcune donne delle comunità musulmane, hanno appoggiato il divieto perché considerano il burqa un’usanza degradante per la dignità femminile. E un deputato comunista del parlamento, André Gerin, ha lanciato il monito, che terrorismo ed estremismo possono benissimo “nascondersi sotto il velo.”

In realtà, solo i socialisti si sono rifiutati di votare a favore del decreto parlamentare. Nemmeno a loro piace il burqa, ma sono convinti che non serve a nulla combatterlo a suon di leggi.

A mio avviso i socialisti hanno ragione. A prescindere dal fatto che il governo francese si ritrova oggi ad affrontare problematiche ben più gravi e impellenti che non lo stile sartoriale di poche centinaia di donne, qui è in gioco la libertà individuale. Alcune donne sono certamente costrette a coprirsi dietro pressioni familiari o della loro comunità. Lo stesso dicasi per le donne ebree ortodosse, che devono radersi il capo e portare la parrucca dal giorno del matrimonio. Non si capisce come mai le usanze ebraiche o altre forme di devozione cristiana siano più compatibili con i valori repubblicani, per non parlare degli ideali femministi, rispetto ai precetti del salafismo. E’ peraltro inammissibile che la donna sia costretta a coprirsi.

Ma costringerla a non coprirsi? Una francese, che ha adottato il burqa di propria iniziativa, ha protestato: “Dicono che la Francia sia un paese libero, ma oggi le donne hanno il diritto di togliersi i vestiti, non di metterseli.” Un’altra contestatrice ha affermato, “Se ci costringono a toglierlo, ci toglieranno una parte di noi stesse. A questo punto preferisco la morte.”

Alcuni musulmani, compresi diversi religiosi, sostengono che velare il volto non è in realtà una tradizione islamica. L’imam egiziano Sheikh Mohammad Tantawi vuole proibire l’uso del velo che nasconde il volto nelle scuole del suo paese. Ma questo non spiega perché le donne francesi non possano accedere a uffici postali, banche, scuole o altri luoghi pubblici indossando il burqa. Non spetta al governo francese il compito di interpretare la tradizione islamica.

Si potrebbe sostenere che i governi nazionali devono far rispettare le leggi comuni, non i valori. Eppure, sebbene le democrazie in generale siano meno propense della Repubblica francese a imporre “valori nazionali” ai loro cittadini, la legge non può essere totalmente disgiunta da valori comuni. Il matrimonio con un unico coniuge in Europa è una norma legale e al contempo culturale. E le prese di posizione sulla discriminazione sessuale, di genere e razziale subiscono trasformazioni con il passar del tempo che si rispecchiano nella legislazione. Esiste sempre un equilibrio delicato tra opinioni condivise e libertà individuali. Ci sarà ancora chi condanna l’omosessualità, ma ben pochi cittadini europei invocherebbero leggi apposite per proibirla.

Nel complesso, le scelte individuali devono essere consentite, purchè non arrechino danno ad altri, anche se non incontrano il favore di tutti. Sarebbe davvero fastidioso assistere allo svolgimento di funzioni pubbliche da parte di magistrati, insegnanti, forze dell’ordine con il volto coperto; è lecito tuttavia imporre un certo tipo di abbigliamento per certe professioni, senza vietare un determinato indumento a tutti, indiscriminatamente. In fin dei conti, chi ha mai visto giudici e insegnanti che si presentano al lavoro in bikini?

Vorrei ricordare poi un altro motivo, di ordine pratico, che sconsiglia di vietare il burqa. Se vogliamo davvero integrare gli immigrati nella società occidentale, occorre incoraggiarli a muoversi in pubblico il più possibile. Vietare il burqa costringerebbe questa minuscola minoranza di donne a restare chiuse in casa, rendendole ancor più dipendenti dai loro uomini per qualunque scambio con il mondo esterno.

Che cosa fare allora di quelle usanze che noi giudichiamo illiberali, se non è possibile vietarle per legge? Talvolta è preferibile non fare nulla. Vivere a contatto con valori estranei ai nostri è il prezzo da pagare per una società pluralistica, ma per spegnere i focolai di conflittualità basterebbe garantire a tutti i cittadini un buon livello di istruzione. E far leva, perché no, anche sull’umorismo. Non che la satira debba per forza mostrarsi ostile, come nel caso delle vignette danesi. Di recente, una marca tedesca di biancheria intima ha diffuso una pubblicità dal tocco delicato e coinvolgente. Nel filmato si vede una splendida donna che si ammira allo specchio, prima di infilarsi, con evidente compiacimento, un paio di slip molto sexy di pizzo nero e fissare le calze alle giarrettiere. Con un ultimo gesto, si ammanta con il burqa, lasciando scoperti solo due occhi stupendi, accentuati dal mascara. Lo slogan pubblicitario recita: “Tutti hanno il diritto a sentirsi sexy.”

Non solo siamo davanti a una pubblicità spiritosa e di grande impatto visivo, ma dalle mie personali osservazioni nei centri commerciali del Medio Oriente, devo ammettere che riflette accuratamente la realtà. Certo, si può benissimo immaginare, come fa il parlamentare comunista, che sotto il burqa si nasconda un estremista o un aspirante terrorista. Ma lo stesso vale per un giovanotto in jeans, o per una donna in tailleur. Forse troppo spesso dimentichiamo che la persona sotto il burqa è semplicemente una donna.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: