Pubblicato da: chinonrisica | 22 febbraio 2010

G.A. Stella con domande sempre attuali

MERITO E SERIETA’ DELLO STATO
LA MALATTIA DEI CONCORSI

Uno pari. Se era questo l’ obiettivo che si proponeva rifiutando perfino l’ astensione alla riforma universitaria di Mariastella Gelmini, la sinistra (con l’ eccezione di Nicola Rossi) può dirsi soddisfatta: un dispetto a testa. Quasi un decennio dopo la scelta sventurata della destra di mettersi di traverso al tentativo di Luigi Berlinguer di introdurre nella scuola il merito attraverso il «concorsone», bollato come il «concorsaccio» e accanitamente osteggiato da Forza Italia, An e Ccd perché non si poteva «stabilire per legge che il 20% è bravo e gli altri no», l’ opposizione ha reso pan per focaccia. Con una serie di motivazioni (si può fare di meglio, i criteri sono discutibili, si rischiano ingiustizie, ci vuole ben altro…) non dissimili da quelle usate a suo tempo dagli avversari. Certo, chi da anni si batte contro le storture del mondo universitario vede nella svolta di oggi, insieme a cose da verificare nella pratica ma sulla carta positive e agognate come l’ aumento dei finanziamenti agli atenei virtuosi e il taglio di risorse a quelli spendaccioni (è inammissibile che l’ indennità di assistenza ospedaliera vada allo 0,1% dei dipendenti dell’ Università di Trieste e all’ 83% di quelli della Seconda Università di Napoli, bidelli e bibliotecari compresi) diverse incognite. È possibile, ad esempio, che l’ «anagrafe delle pubblicazioni» che dovrebbe servire a valutare i docenti si risolva in una furbata burocratica con la moltiplicazione di libri mai editati, mai stampati e mai letti ma solo timbrati in Questura. Ed è possibile che certe cordate di baroni che oggi pilotano i concorsi, sconvolte dal sorteggio, continuino come prima con la semplice variante che i patti scellerati saranno stretti «dopo» invece che «prima». Può darsi. E sarà bene stare in guardia. Ma di sicuro, come dice un antico adagio popolare valido oggi esattamente come nel caso del «concorsone» berlingueriano, piuttosto che niente è meglio il piuttosto. C’ è di meglio? Sicuro. Finché non sarà fatta la scelta netta di abolire il valore legale del titolo di studio nei concorsi pubblici, il rettore della più scalcagnata università del pianeta sarà autorizzato a ripetere, senza arrossire, quanto sosteneva Francesco Ranieri, un professore di ragioneria che a Villa San Giovanni aveva intitolato un ateneo a se stesso: «Perché uno dovrebbe andare a studiare alla Bocconi quando con 15 euro al giorno può ottenere una laurea qui?». Senza un colpo di scopa che spazzi via il ridicolo egualitarismo delle lauree, ogni riforma è monca. Ma nella situazione data, in cui perfino un concorso truccato sanzionato fino in Cassazione non è stato annullato dal ministero perché «l’ annullamento di un atto non può fondarsi sulla mera esigenza di ripristino della legalità», dire di no e basta non ha senso. Alla polemica sui concorsi universitari si è accavallata quella sulla prova d’ accesso alla magistratura svolta alla Fiera di Rho perché nessun’ altra sede era in grado di accogliere migliaia di aspiranti giudici. Denunce a raffica. Blog strapieni di racconti sconcertanti. Imbarazzi ministeriali. Sospetti. Come nel ‘ 92 quando ogni compito fu «corretto» in 111 secondi: surreale. O come nel 2003, quando una commissaria d’ esame affaccendata ad aiutare una raccomandata fu tradita dalla fotocopiatrice che vomitò centinaia di copie della sua marachella e in più saltò fuori che un terzo degli aspiranti giudici ammessi agli orali (al di là di errori da somari come «risquotere» o «l’ addove») venivano come gran parte degli esaminatori dall’ area della Corte d’ Appello di Napoli ed erano 8 volte più di quelli del Nordest. Nessuno dei principi della Costituzione è stato tradito quanto l’ art. 97: «Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso». «Serio», intendeva il legislatore. Non addomesticato: serio. Non succede da tempo nella scuola, dove la prima sanatoria «in eccezione alla regola del concorso» fu firmata da Vittorio Emanuele II nel 1859. Non succede nei comuni, nelle regioni, nei ministeri pieni zeppi di precari via via stabilizzati. Non succede al Quirinale, dove Napolitano si è impegnato al ripristino d’ un principio non più rispettato dal 1963, quando erano ancora vivi Churchill e Harpo Marx. Non succede talvolta nei Tar, dove i trombati in un concorso sospetto potrebbero finire davanti a giudici promossi da un concorso sospetto. Non succede negli ospedali, dove il peso dei partiti è ammorbante e la cronaca registra episodi esilaranti quali quello di tre chirurghi che, chiamati a dimostrare a Genova la loro perizia col bisturi simulando un’ operazione su una donna, fecero la loro prova sul cadavere di un uomo. Dicono tutti, oggi, davanti agli scandali, che «non succederà più». Già sentita. Ma c’ è da sperarlo lo stesso. Da dove può partire la ricostruzione di uno Stato se non dalla selezione di chi deve ricostruirlo?

Stella Gian Antonio

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: