Pubblicato da: chinonrisica | 11 febbraio 2010

Eureka!

Con grande gioia ho ritrovato questo articolo di Claudio Magris, da un Corriere della sera del 2002. L’ho cercato a lungo, per riportarlo sul blog. E averlo trovato in questa sera fredda di febbraio mi fa avvertire l’estate un poco più vicina. Lo propongo a chi avrà voglia di leggerlo con un’avvertenza: prende il cuore!

CONGIURA
Vogliono uccidere l’ estate…

Estate, estate mia, non declinare, cantava Gabriele D’ Annunzio, che l’ amava quale stagione della pienezza e dell’ abbandono alla vita e avrebbe voluto che non finisse mai. Sin dall’ infanzia e dall’ adolescenza l’ estate lascia nel cuore un senso di gloria e di felicità, legate alla libertà da costrizioni e da mete da raggiungere, da doveri da assolvere, scopi da perseguire, risultati da ottenere. Negli anni di scuola, l’ estate è la vacanza; non un intervallo ricreativo, ma un’ era, un evo che separa due classi come se fossero due epoche storiche. Vacanza deriva da vacare, vuoto, ed è questo che fa balenare la vita vera, che si vive e si gode a fondo solo quando è libera come il cielo e il mare, ignara di impegni, assilli, programmi, progetti. Il miele e il bronzo dell’ estate, la distesa inesauribile del mare, l’ incessante frinire delle cicale; ore che scorrono lente come maree, trascorse a guardare e ad ascoltare la risacca, perfettamente appagate del nulla ossia del tutto che succede, colori odori sapori strida di gabbiani, sorgere e tramontare di costellazioni; mare, posizione orizzontale, la più degna dell’ uomo, grande ozio e grande prova di eros. Chi non ha dimenticato l’ infanzia, la ritrova più facilmente in estate, giocando con le ore come i bambini giocano con l’ acqua. D’ Annunzio sapeva quello che diceva quando invocava che la sua stagione non declinasse. Purtroppo il mondo, e le sue pompe cui così invano si promette di rinunciare nel battesimo, non la pensano come lui; tutto congiura contro l’ estate così breve per renderla ancora più breve, per domarla, neutralizzarla, educarla come si conviene, incravattarla. Se l’ estate assomiglia troppo alla vita nuda, tutti si affannano a metterle addosso un vestito come si deve e a mandarla in collegio, magari a corsi estivi fitti di lezioni, orari, programmi, riunioni, seminari. Un simbolo di questa crociata, sciaguratamente vittoriosa come quasi tutte le crociate, è la trionfante dittatura dell’ aria condizionata, una vera calamità igienista che, utile se usata con moderazione per alleviare il lavoro in certi ambienti e in certi momenti, viene somministrata a massime dosi come un elettroshock e, come ogni eccesso igienico, rovina la salute; entrare accaldati in un ristorante, taxi o ufficio gelido come un gulag è peggio che impasticcarsi a dismisura di analgesici, antibiotici, febbrifughi, supposte, tranquillanti e procura accidenti e malesseri d’ ogni genere. A parte i veri e propri malanni, psicologicamente l’ aria condizionata piomba come le docce gelide un tempo usate sadicamente nei manicomi o come una rabbrividente e inamidata camicia di forza sui corpi che l’ estate, benevola come quelle dèe del Nilo che si concedevano a tutti i mortali, destinerebbe invece al tepore, alla nudità, a conoscere per settimane sulla nuda pelle solo il salso e l’ acqua del mare. Il freddo è puritano, invita a intabarrarsi e non già a scoprirsi; l’ aria condizionata – con i suoi spifferi più velenosi della bora e del maestrale – è il simbolo di una vita asettica e sterilizzata, prosciugata di umori e sapori, di quelle linfe e di quel limo fecondo e impuro senza i quali non c’ è il sesso e non ci sono i giochi dei bambini che si impiastricciano con la terra e la sabbia. L’ aria condizionata è comunque solo premessa e corollario di altri micidiali attentati all’ estate. Come l’ umido gelo di una catacomba o una camera ad ossigeno, essa è la temperie dei tristanzuoli ambienti in cui si parla, si discute, si tengono e ascoltano conferenze, si promuovono dibattiti, insomma si mobilitano continuamente le persone a fare, a fare sempre qualcosa, impedendo arcignamente loro di abbandonarsi, vagabondare, guardare il trascolorare delle ore. Se l’ estate può essere un vuoto felice in cui bighellonare senza meta, mai come in questa stagione ci si affanna a riempire quel vuoto con impegni, programmi, offerte culturali imposte quali doveri cui non ci si può sottrarre, meeting, raduni, festival, ritiri spirituali, tavole rotonde, obblighi travestiti da piaceri, cartoline precetto d’ ogni genere, che chiamano all’ adunata. Plotone, fila destr’ , avanti marsc’ . La paura del vuoto, ossia semplicemente di vivere e di trovarsi in compagnia dei propri pensieri, è così forte, che siamo contenti di marciare e di obbedire, di dover fare qualcosa. Anche se la manifestazione si svolge sotto un affocato tendone, è come se un’ ideale aria condizionata si frapponesse tra noi e il richiamo di quella che Saba chiamava la calda vita. Perfino un libro, diceva Valéry, può talora essere una droga che aiuta a non pensare, come quando maniacalmente ci si porta un volume al gabinetto, per non restare soli con se stessi neppure in quei cinque minuti. La paura dell’ estate è comprensibile, come la paura di vivere, di amare, di essere felici, di morire. Nel rogo estivo pare talvolta di avvertire, per qualche attimo, l’ intensità insostenibile dell’ esistenza. Quella bellezza è roveto ardente che consuma, rosa – scriveva nel Seicento il mistico cattolico Angelus Silesius – che non ha perché, fiorisce perché fiorisce dall’ eternità in Dio, indifferente allo sfogliarsi e al morire di tante innumerevoli rose nel tempo. Il fuoco degli oleandri innamora come l’ anno scorso, come tante estati fa e come ogni estate, e non si capisce se quegli oleandri sono sempre gli stessi o sempre altri e se nel loro rifiorire si ama anche la loro e dunque anche la nostra morte e se ciò accade pure con ogni volto amato, con la sua eternità e il suo passare. Il fiore amato lo scorso anno è lo stesso che amiamo ora o è un altro, dice la fedeltà o la fugacità dell’ amore? La bellezza dell’ estate è anche spietata, Apollo che scortica Marsia, luce accecante. Ogni bella giornata, dice una pagina memorabile di Raffaele La Capria, è anche una ferita, mette in cuore la struggente nostalgia per tutto ciò che manca, la malinconia per il divario fra la bellezza della vita e il suo dolore. Lo stridere delle cicale, fermo e immobile come il colore ambrato dell’ aria, è anche ronzio della falce ed allora si può capire che si cerchi di coprire quello stridio con qualsiasi rumore, anche molesto, e di velare quella luce abbassando tendine e aprendo ombrelloni.
Claudio Magris

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