Pubblicato da: chinonrisica | 28 novembre 2009

Una risposta a Giuseppe Raspadori. Non pubblicata

Ho inviato questa risposta ad un articolo di Giuseppe Raspadori, comparso sul Trentino del 25 novembre scorso. Non ho avuto spazio per replicare sul giornale ed utilizzo perciò il blog per dissentire.

“No, non sono d’accordo con quanto Giuseppe Raspadori scrive sulle pagine del Trentino.

Eccoci di nuovo tramutati in casta, noi docenti, in intoccabile categoria di lavoratori privilegiati.

Ma se un privilegio esiste, nel lavoro del docente, è la condivisione della meravigliosa esperienza della crescita e della formazione culturale dei giovani.

Ho più volte sostenuto che solo una sorta di invidia per lo status miracoloso dell’adulto a contatto quotidiano con le giovani generazioni può giustificare l’acredine delle parole, degli atteggiamenti e delle riforme che si accavallano, inesorabili ed infauste, in tema di scuola.

E innanzi tutto rivendico con orgoglio il mio essere docente, non operatrice scolastica o educatrice. Sono una professoressa, con gli occhiali di ordinanza, i plichi di materiale sottosopra in un armadietto angusto.

Sono una professoressa afflitta, come tanti colleghi, da una quantità inverosimile di impegni pomeridiani sempre più inutili.

Impegni che mi distolgono dal vero piacere di prepararmi al meglio, per poter percorrere in classe con i miei più di cento ragazzi, passo dopo passo la strada che porta alla matura e convinta acquisizione della conoscenza e del metodo.

Un mondo del lavoro incredulo ha esteso a noi, professori, non educatori né assistenti sociali, la mole inutile delle riunioni inconcludenti, organizzate per giustificare i nostri pomeriggi” liberi”, senza comprendere l’invisibilità di un lavoro di aggiornamento, di preparazione, di studio che non conosce ferie, tregue o parentesi.

Un professore è al lavoro in ogni momento della giornata, ritaglia articoli , ascolta interventi e conferenze, immaginando che potrà trasmetterne i contenuti ai suoi ragazzi . E soffre quando constata che a quegli stessi ragazzi decenni di riforme sconsiderate hanno tolto, o quasi, la capacità di leggere e capire.

Nessuna rivendicazione salariale o sindacale nella protesta dei docenti: nessuno come noi sa che la coperta è corta e che non potremo rivendicare alcunché, in una situazione economica tanto difficile. Ma il rispetto, rosicchiato giorno dopo giorno,sminuito delibera dopo delibera, quello lo pretendiamo. Ed è per quello che, finalmente, usciamo allo scoperto in massa. Un rispetto dovuto nei fatti, non solo enunciato, da un potere politico poco consapevole che non esiste scuola efficace senza professori liberi, capaci di trasmettere valori, insieme ai contenuti.

Il codice etico di un insegnante sfugge ad una codificazione , perché si rispecchia nel successo( o nell’insuccesso) dei suoi studenti. Non esiste un metodo unico per trasmettere con convinzione ed incisività; esiste, come ovunque, chi ama ciò che fa e chi invece accetta a malincuore il confronto quotidiano con i ragazzi. E il compito di controllare l’incapacità di un collega non spetta a docenti delatori o consigli di classe trasformati in aule di tribunale, ma ai Dirigenti, custodi dell’efficacia del sistema educativo. E in un futuro,spero prossimo, a genitori consapevoli che dalla permissività dei docenti non otterranno figli in grado di misurarsi con la vita.

Aver trasformato la scuola in un parcheggio assistito da professori avviliti in ruoli non propri è responsabilità della politica, che ha delegato disagio familiare e incapacità di reclutamento serio e selettivo ad una scuola divenuta contenitore informe . In questo marasma si muovono docenti inviperiti, ragazzi spaesati e genitori preoccupati.

Un marasma da cui escono, sono parole del rettore dell’Università di Bologna, “ studenti semi-analfabeti”.

Usare l’autonomia, nei limiti corretti, per fare del sapere e della sua trasmissione la vera rivoluzione dei nostri giorni, per restituire pensiero e anima ai nostri ragazzi, per ridare dignità agli insegnanti e riconoscere alla politica il ruolo partecipativo e democratico che le compete: un’utopia da insegnante che ancora ci spera.

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Responses

  1. Ho trovato un articolo pubblicato su “Uomo Città Territorio 447 Marzo 2013 pagina 16” ove un signore che si firma Giuseppe Raspadori incredibilmente tenta di negare che alienare un bambino è un abuso ed attacca “giudici scriteriati manipolati da petulanti e garruli psicologi” i magistrati che proteggono i bambini! Sono indignato e schifato da questi attacchi negazionisti


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