Pubblicato da: chinonrisica | 17 novembre 2009

I giovani e la politica

Sembra un richiamo, uno di quelli a cui un docente non può sottrarsi. Abbiamo bisogno della scuola, non per lavorare, ma per vivere.

I giovani e la politica

Kerouac almeno diceva: “Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare”. Oggi non c’è neppure più questa sollecitazione

Risponde Umberto Galimberti

Ho 19 anni e studio storia contemporanea alla Sapienza di Roma. Mi è capitato per caso di ascoltare il passaggio di un suo convegno in cui rispondeva alla domanda sul perché i giovani non pensano alla rivoluzione. Effettivamente i giovani paiono quieti e non deve impressionare nemmeno l’ondata spontaneista dell’ottobre caldo dello scorso anno, risoltasi in un buco nell’acqua sotto tutti gli aspetti: politicizzazione della “massa” studentesca, empatia umana tra i partecipanti, precise istanze al governo. Come si può risolvere allora il problema? come si può convogliare la frustrazione e la tristezza di vivere di migliaia di giovani (e meno giovani) in un movimento collettivo e liberatorio? Sono domande che mi tormentano e questioni che affronto nella trasmissione radiofonica che conduco insieme a un amico sull’emittente web della mia università, un canale che più di nicchia non esiste. La ringrazio,
David Gallerano davidgallerano@hotmail.com

Quel passo del mio intervento non era un invito ai giovani alla rivoluzione, che talvolta è necessaria, basti pensare che l’Europa non si sarebbe liberata dall’assolutismo senza la rivoluzione francese e la Russia dal feudalesimo senza la rivoluzione bolscevica, che poi è degenerata in un assolutismo forse peggiore del feudalesimo. Quel passo del mio intervento considerava il fatto che la “rivoluzione”, se così vogliamo chiamarla, del Sessantotto è stata avviata da giovani che si trovavano in una condizione decisamente migliore dei giovani di oggi, perché, a differenza di questi avevano un futuro. Chi si laureava, se voleva, sapeva di trovare un impiego corrispondente ai suoi studi, chi lavorava non doveva imboccare il percorso infinito dei lavori precari. Con l’impiego o con il lavoro ci si poteva comprare una casa senza necessariamente l’aiuto oggi indispensabile dei genitori; si poteva, sempre se si voleva, fare famiglia. In una parola il futuro era una promessa e non una minaccia come appare ai giovani di oggi. Naturalmente, quando non è una promessa, il futuro non retroagisce come motivazione all’impegno, allo studio, all’investimento sulle proprie capacità. I genitori per motivare i figli devono diventare con loro contrattuali. Premiare ogni successo e rassegnarsi agli insuccessi. In questo modo perdono autorità. E i giovani sono affamati di segnali autorevoli che raramente reperiscono in genitori esautorati e in insegnanti molto speso rassegnati e talvolta demotivati. Eppure, affogati in un mare di demotivazione, sfiducia e – non di rado – sconforto, i giovani d’oggi non manifestano il loro disagio, che pure traspare nelle loro giornate piene di inedia e nelle loro notti insonni, caratterizzate da un’euforia un po’ drogata, che lascia trasparire tutta la loro insoddisfazione, alla ricerca di un’identità che non trova espressione se non nell’ambito dei modelli offerti dalla moda e dalla pubblicità. L’impegno politico non attrae i giovani di oggi. E questo è un sintomo che dice essersi ormai stratificata in loro la persuasione che nulla può cambiare, per cui tanto vale vivere con intensità e ed estrema vitalità l’assoluto presente, perché il futuro non è nelle loro mani, e quindi neppure nelle loro prospettive. E siccome la politica è innanzitutto sguardo al futuro, tensione ideale e soprattutto progetto in cui incanalare il desiderio, il desiderio si estingue e la coltre opaca e buia della noia colora lo sguardo dei giovani, il loro linguaggio, il loro gesto stanco, quando non violento, per seppellire insoddisfazione e noia. A tutto ciò si aggiunge che sono venuti meno i luoghi di socializzazione, dagli oratori alle sezioni di partito, per cui l’unico luogo di ritrovo resta il bar. E cosa si fa al bar? Si beve. E non basta il divieto di vendita degli alcolici ai minori, perché, paradossalmente, il loro bere fa parte dei rimedi a portata di mano per non vedere la loro scarsa se non nulla rilevanza sociale, la loro non incidenza e impotenza a trasformare il modo di vivere e di fare società. Tutto questo si chiama “nichilismo”, da imputare non al fatto che sono crollati i valori (il progresso della storia è sempre stato determinato dalla trasmutazione dei valori), ma al fatto, come opportunamente ci ricorda Nietzsche, che “manca lo scopo, manca il perché”, e forse anche la forza, la fiducia che qualcosa possa cambiare. E non basta l’ottimismo che i nostri canali televisivi ogni giorno cercano di diffondere, perché il pessimismo e la sfiducia sono ormai dentro l’anima, e la consumano privandola di slanci e ideazioni. Siccome il disagio giovanile oggi non è tanto “esistenziale” quanto “culturale”, avremmo bisogno di una politica che non sia solo una difesa strenua di interessi, o peggio di clientele, ma sappia offrire se non una nuova visione del mondo, la fiducia almeno che non tutto è immodificabile. Perché questa è la vera stagnazione, prima ancora di quella economica.

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