Pubblicato da: chinonrisica | 17 settembre 2009

Concorsi e competenze

Dal Corsera di ieri un articolo ripreso dalla rassegna stampa di molte università, compresa quella di Trento.
Chissà quando finirà l’epoca delle baronie e potremo considerarci, almeno nel campo della cultura e dell’istruzione, un Paese normale!

Concorsi Ritagliati sul Candidato un Muro contro la Competenza

È uscita la circolare per la nomina delle commissioni dei concorsi universitari dopo il minidecreto di riforma. Ma le università si sono già preparate a non cambiare. In molti dei concorsi banditi per docenti e ricercatori i candidati non verranno giudicati in maniera equivalente su tutte le conoscenze della disciplina messa a concorso, ma in relazione a specifiche caratteristiche della stessa stabilite da chi ha predisposto il bando (firmato dai rettori). E queste sono talmente specifiche da far supporre di essere ritagliate addosso a un concorrente prefissato. Poniamo che Pierre Rosenberg (che ha diretto il Louvre) voglia partecipare al concorso di Museologia a Perugia: vincerebbe? No, perché la specifica inserita chiede che il candidato abbia competenze nella «storia della critica d’ arte umbra e nei processi produttivi delle botteghe d’ arte del Rinascimento». E uno studioso di Estetica può vincere a Bergamo? Solo se è esperto in «poetiche della narrazione tra storia orale e sociale con particolare riferimento alle geografie dell’ area del Mediterraneo». Un conoscitore potrebbe tentare Storia dell’ Arte medioevale a Chieti-Perugia, ma è preferenziale la conoscenza nella «scultura lignea tardogotica»: se ha studiato l’ architettura romanica è spacciato! Per un posto in Demoetnoantropologia, invece, bisogna essere esperti nel «complesso delle pratiche simboliche mitico-rituali relative alla fondazione della città di Napoli, nonché alle trasformazioni subite dalla narrazione eziologica della vicenda del nume patrio»: quanti ce ne saranno? Nessuno nega il diritto alle università di scegliere chi vogliano giustificando la scelta in relazione a «obiettivi di ricerca» (!); ma lo si faccia senza un finto concorso e assumendosi la responsabilità della chiamata. Se lo si fa con soldi privati, saranno problemi di chi finanzia quell’ ateneo se poi nessuno ci va; ma se lo si fa con soldi pubblici, l’ ateneo che sceglie deve poi essere valutato ed eventualmente sanzionato in relazione agli obiettivi (impact factor) non ottenuti. L’ alternativa è fare concorsi veri, senza specifiche che condizionino la scelta nella contingenza. Quelli fatti così non sono credibili.
Pierluigi Panza

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