Pubblicato da: chinonrisica | 1 luglio 2009

Cena alla carbonara

Antonio Di Pietro accusa Berlusconi e 2 giudici della Corte Costituzionale di aver cenato insieme e ritiene assai inopportuna questa cena.

Condividere il cibo è un atto importante: è così intimo  umano, importante e strategico mangiare in compegnia di qualcuno che sempre, quando ciò avviene, c’è da immaginare un rapporto tra i commensali. Di amore, amicizia, soliarietà, cameratismo. O di odio.

Ma chi siede alla stessa tavola con qualcuno non prova mai indifferenza nei suoi confronti .

E non mi conforta sapere che due giudici della Consulta hanno un qualche rapporto con Silvio Berlusconi.

Trovo su di un blog specializzato le considerazioni che seguono e che condivido, ancor più se la posta in gioco è la valutazione sulla costituzionalità di un testo di legge.

“In nessuna società si mangia qualunque cosa, con qualsiasi persona o in qualsiasi occasione: l’alimentazione segue sempre regole molto rigide e a ogni deroga si attribuisce un senso, si associa una sanzione, “naturale o soprannaturale”. Da questo aspetto emerge la rilevanza della condivisione sociale del cibo nella cultura popolare, ovvero: la necessità di dividere il cibo con coloro che sono considerati parte del proprio gruppo, come parenti o no; il desiderio di ottenere prestigio dimostrando una generosità che va oltre i limiti parentali, includendo anche nemici e ostentando una ricchezza, reale o fasulla.

La funzione simbolica e sociale del cibo è considerata superiore alla sua stessa funzione nutritiva.
Nel libro” Andare a pranzo fuori”, Joanne Filkestein scrive: “Se riusciamo a vedere quanto poco l’ambiente del ristorante abbia a che fare con il consumo dei cibi ma quanto invece influisca sullo stato d’animo del commensale e sulla sua conseguente sensibilità alle transazioni del pranzare fuori, possiamo allora capire come le astrazioni del pranzare fuori, del divertimento e del desiderio si siano fuse con condizioni materiali quali lo stile per la cucina, il suo prezzo e il servizio offerto al commensale dai camerieri e gestori del ristorante”.
Il ristorante, quindi, come luogo in cui la funzione sociale del cibo trova la sua piena concretizzazione, che è al contempo lo specchio delle modificazioni che investono il tessuto sociale, culturale ed economico di riferimento, e più precisamente delle variazioni che interessano le esigenze, gli stili di vita e sempre più i gusti dei soggetti che rappresentano la potenziale domanda di consumo di un pasto fuori casa. Secondo un’indagine dell’Osservatorio sul Capitale Sociale curata da Demos per Coop dell’ottobre del 2008, è emerso che per gli italiani il cibo è espressione di identità e di stile di vita. Circa sei italiani su dieci vanno a mangiare fuori almeno una volta al mese. Il 26% ci va tutte le settimane (soprattutto i giovani fino a 34 anni). Una minoranza, il 15%, non ci va mai. Si mangia fuori per piacere (81%) e si va anzitutto in pizzeria (73%).
Così il ristorante diventa, nell’immaginario collettivo, un simbolo in cui si intrecciano i piaceri della socialità, del mangiar bene e dello star bene. Diventa il luogo in cui si incontrano vite e storie. Dalla saggezza dei proverbi popolari agli studi più raffinati della sociologia e ai numeri della statistica, tutto dimostra l’importanza della socialità legata al cibo, in cui il ristorante gioca un ruolo primario come luogo dove esprimere l’innato bisogno dell’uomo di comunicare e condividere le sue esperienze, che si fa intimo quando si mangia insieme.”

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Responses

  1. Beh, ad iniziare dall’etimologia della parola “compagno”, nel suo senso originale, ovvero
    COMPAGNO: dal latino CUM PANIS.
    Ricordiamo che il compagno è colui che con-divide il pane con l’altro.
    Quasi “commensale”, o piuttosto indicato come persona “partecipe dello stesso vitto e cosi’ formato nella stessa relazione d’idee”

    Mediatiamo, gente … meditiamo e…

    non dimentichiamo “L’Ultima Cena”, in cui i 12 Apostoli si divisero il Pane spezzato da Gesù…

    uno dei quali l’avrebbe tradito per 30 denari !!!

  2. Volevo concludere che nei racconti del medioevo, quando si leggeva di qualcuno che veniva deifinito compagno, immaginavamo una dolce serata invernale e due amici stanchi che mangiavano un morso di pane, due giovani che percorrendo la via Francigena per un pellegrinaggio a Santiago da compostela, decidevano di riposarsi e divedere il pane in serenità.
    L’etimologia moderna ha assunto molti altri aspetti, dal cond-dividere il pane (o meglio pranzare o cenare assieme), vuoi per afari, vuoi per discutere di qualcosa che ti sta a cuore, vuoi per incontri amichevoli o amorosi…ma certamente ha assunto un significato impegnativo, come quello di una stretta di mano, un suggello ad una amicizia, ad un affare concluso.

    Chissà se una cena si svolge fra persone che occupano delle posizioni “pubbliche” importanti con cariche da cui dipendono tutti gli italiani e soprattutto la stesura, l’approvazione o disapprovazioni di leggi… puo’ venire interpretata come “compromettente” o quanto meno “poco opportuna”!

  3. Io credo che dividere il cibo sia un atto di estrema intimità. Nell’atto del nutrirci siamo davvero tutti uguali: divisi dai gusti, ma uniti dalla biologia e dalla necessità, che rende fratelli.
    Per questo odio le mense ( che costringono ad una intimità fittizia e non voluta) ed amo le feste( anche di partito)in cui si mangia insieme, scegliendo i bocconi, commentandoli, condividendo sapori e idee.Cum Panis…..etimologia straordinaria per i nostri tempi e per le nostre latitudini! Anche se l’argomentazione, spesso, deve essere fatta ” al contrario”.


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