Pubblicato da: chinonrisica | 1 giugno 2009

2 giugno

Scrivevo, alcuni anni fa, questi articoletti sull’importanza del 2 giugno. Voglio riproporli ora, perchè mi sembrano ancora freschi ed attuali.
 
 
Se proprio il 2 giugno non si può  o non si vuole ricordare come la festa della Repubblica, dovrebbe essere festeggiato comunque, come autentica festa della donna.
Il nostro status di cittadine andrebbe celebrato, infatti, proprio nella ricorrenza dell’acquisito diritto di voto, il 2 giugno 1946. Dovrebbe essere ricordato il  tentativo coraggioso di iscrizione in massa  alle liste elettorali ideato da Maria Montessori, nel 1906; inizialmente sembrò avere  successo, ma venne bloccato in extremis dalla Corte di Cassazione.
Erano comunque già miseramente fallite altre iniziative volte ad estendere  alle donne quel diritto di voto concesso a tutti i maschi, anche analfabeti, nel 1912.
Dopo la partecipazione femminile alle vicende brutali e dolorose della seconda guerra mondiale, finalmente, il percorso sembrava più facile ed un debutto in sordina del nuovo diritto acquisito dalle italiane avvenne alle consultazioni amministrative del marzo 1946.
Ma è al referendum istituzionale del 2 giugno che, finalmente, le donne italiane votarono in massa e si realizzò il sogno di universalità del suffragio, già presente in Liberia, Madagascar, Senegal, Portogallo, Francia Spagna, Grecia e Romania.
Solo la Svizzera, tra i paesi europei, riconoscerà il diritto di voto alle proprie cittadine più tardi di quanto avvenne in Italia. lo fece nel 1971.
I contestatori e gli immemori dovrebbero rendere omaggio al 2 giugno anche solo per questo: non è regalando mimose in marzo che ci si dimostra sinceri nell’impegno per l’uguaglianza, ma festeggiando, con partecipazione e sincerità, l’ingresso delle donne in quella comunità civile che il loro lavoro e il loro amore hanno da sempre contribuito a creare e a far crescere.
 
                                 
 
In un momento di profonda crisi come quello che stiamo vivendo, la scelta di non celebrare solennemente la festa della Repubblica non può che essere definita dolorosa.
Dopo la bocciatura francese del trattato europeo contenente i principi fondanti di una costituzione nuova, alla vigilia di un altro voto negativo annunciato, non riusciamo a fare di meglio che svilire anche la scelta repubblicana che ci ha resi ,oggi, il paese libero che siamo.
Non dimentichiamo che quel 2 giugno i cittadini italiani usciti dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista, fieri di una ritrovata identità nazionale, passati attraverso l’immane prova della seconda guerra mondiale, hanno votato per una forma di stato nuova.
E non furono, è bene ricordarlo, le minoranze aristocratiche o le burocrazie vicine all’antico potere a scegliere. Fu il popolo italiano ancora sofferente, poverissimo, privato di dignità e diritti fondamentali, che diede un taglio netto al passato e si consegnò ad un futuro incerto, ma libero.
Spacciare oggi la festa del 2 giugno per una semplice parata di bandiere e di ostentazione militare è una mistificazione.
Significa non ricordare il valore immenso di quella festa di popolo che diede origine all’Italia di oggi, arrendersi all’arroganza di pochi facinorosi senza memoria e con poca cultura, ma soprattutto, e ciò è molto triste,non ricordare che proprio il 2 giugno 1946 fu eletta anche l’Assemblea Costituente che lavorò, con abilità insuperata, alla stesura dell’attuale Costituzione. 
Si può definire democratico chi non intende rendere omaggio alla fonte stessa della nostra democrazia? Si possono non condividere le politiche di un governo o di un altro, ma snobbare o eliminare i festeggiamenti che ci hanno consegnato il diritto stesso di manifestare, contestare, votare, discutere, scioperare, accogliere e dissentire è follia, solo miope follia.
 
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