Pubblicato da: chinonrisica | 1 maggio 2009

1° maggio

Penosità del lavoro ed orgoglio del lavoratore. Mortificante fatica fine a se stessa o dignità  finalmente riconosciuta.  Il lavoro è connaturato all’uomo e le epoche storiche hanno spesso alternato, per individuarne la natura,sopravvivenza, schiavitù, abbruttimento, creatività, omologazione,ambizione, necessità. Ma sempre il lavoro ha contraddistinto l’essere umano, teso a migliorare se stesso attraverso un’opera infaticabile di produzione. Negli anni ’70 , bui per molti aspetti, fioriva una legislazione di grande riconoscimento sociale del lavoro. Dagli anni ’80 in poi , in Italia, il lavoro è stato sostituito dalla carriera. La parola risale etimologicamente alla via che si percorre con i carri  :  veloce quindi, rapida per definizione. Come se il semplice percorrere una strada non bastasse più. Era necessario percorrerla in carrozza, quella strada, facendo mangiare polvere a coloro che si accingevano ad un cammino semplice, di conoscenza e di esperienza costruttiva.  Gli anni ’90  hanno dimostrato che a volte la carriera era fondata su sabbie mobili, ma il lavoro non ha recuperato, a tutt’oggi, la sua credibilità e il suo valore. Mai, lo dicono valenti economisti contemporanei, il lavoro è stato altrettanto vilipeso ed umiliato, tra i fattori della produzione tradizionali. Festeggiamo, da molti anni, ad ogni primo maggio, un simulacro poco appetibile. Con un reddito insufficiente a soddisfare bisogni primari ed  indotti sempre più costosi, il lavoro è stato sempre più spesso relegato ad un ruolo secondario, rispetto alla ricerca del colpo di fortuna, in un delirio di lotterie, giochi a premi e telequiz. Un Paese in cui un supermanager guadagna 300 volte più di un operaio non può seriamente festeggiare il lavoro. Anzi, un sistema economico globalizzato non può, senza ipocrisia, festeggiare per un solo giorno coloro che vengono poi  beffati nei restanti 364. Un lavoro amato o sopportato è comunque fonte di sostentamento e di equilibrio: asservimento e integrazione, fatica e soddisfazione, come spesso accade nell’ambivalenza dell’animo umano. La festa del lavoro nasce, paradossalmente, per chiedere ai legislatori di tutto il mondo di ridurre la giornata lavorativa ad otto ore.Nasce a Parigi, nel 1889, dopo una gestazione frammentaria tra l’Australia e Ginevra. I lavoratori si riconobbero, universalmente, orgogliosi del loro valore sociale e non vollero più  sentirsi  liberi  “soltanto nelle  funzioni bestiali, nel mangiare, nel bere e nel generare, tutt’al più nell’aver una casa, nella  cura corporale “. Che avrebbero detto, quei lavoratori che sfidarono regimi illiberali per affermare il valore del lavoro, delle condizioni  del lavoro nero ( e non solo!) di oggi? Che avrebbero pensato di un caporalato  di ritorno che sfida Statuto dei lavoratori e Costituzione per ripristinare pratiche di sapore medioevale? Il primo maggio non deve essere solo un concerto in piazza e una sfilata retorica di bandiere. Deve essere, a mio parere, il ritorno al valore premiante e costruttivo della fatica, al rispetto dell’umanità, alla valorizzazione dell’impegno, al  rispetto dei diritti e alla seria responsabilizzazione sui doveri. ” Mi alzo ogni mattina per cominciare la mia opera di uomo” : valido per un imperatore come Marco Aurelio, può essere lievito per le nostre coscienze di  lavoratori consapevoli.

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