Pubblicato da: chinonrisica | 12 marzo 2009

Come resistere a Claudio Magris?

CLAUDIO MAGRIS: COME SALVARSI DALLE PICCOLE PATRIE 28.02.2009 Qualche anno fa circolava una barzelletta riferita di volta in volta all’una o all’altra delle piccole nazioni che stavano emergendo da condizioni di minorità o di oppressione – da parte di popoli più potenti o di Stati più vasti di cui facevano parte – e proclamavano orgogliosamente, con enfasi talora ingenua anche se comprensibile, la loro peculiarità e la loro giovane forza. La storiella dice che la delegazione di una di queste nazioni, da poco giunta all’indipendenza o almeno a un’ampia autonomia, si reca a Pechino in visita ufficiale. «Siamo tre milioni!» – o due o quattro, a seconda del popolo cui la barzelletta si riferisce – dichiara fieramente il capo della delegazione al rappresentante del governo cinese che li riceve e questi gli chiede, con premurosa preoccupazione: «In quale albergo?». La battuta, come molte spiritosaggini, è volgaruccia, perché irride i comprensibili sentimenti di fierezza di nazioni ed etnie conculcate, che stanno riprendendo a respirare e ad assumere consapevolezza della propria dignità e talvolta esprimono questo stato d’animo anche in forme puerili e risentite. Non è facile essere subito signori, nei propri rapporti col mondo, dopo essere stati a lungo sottomessi; la signorilità, la tranquilla modestia che non ha bisogno di affermazioni e riconoscimenti, quella noncuranza nei confronti di se stessi che rende sciolti e sereni, nascono dalla libertà e dalla sicurezza assorbite nella propria persona come un dato naturale. La violenza e l’ingiustizia, come ogni sofferenza e dolore, sono una cattiva scuola, lasciano i segni sul volto e sull’anima di chi le subisce; gli infelici e i reietti sono spesso anche sgradevoli. Ma tanto più vanno amati e aiutati, perché la colpa di quelle cicatrici che li sfigurano spiritualmente è di chi ha inferto loro quelle ferite. I violenti e i prevaricatori, disse Manzoni, sono responsabili non solo del male che fanno alle loro vittime, ma anche di quello cui le inducono in seguito ai torti patiti. Ogni minoranza che esce dall’emarginazione – nazionale, culturale, religiosa, politica, sessuale – tende, almeno inizialmente, al narcisismo esibizionista e finchè non se ne libera, imparando a vivere spontaneamente la propria peculiarità e a non farci troppo caso, dimostra di essere ancora, interiormente, in una condizione di inferiorità. Può essere stato giustificato, anche se talora patetico, proclamare “piccolo è bello”, contro la brutale convinzione che la storia, secondo un detto famoso, la fanno i grossi battaglioni; la riscoperta delle diversità – non solo nazionali – è stata una conquista libertaria di questi decenni, la presa di coscienza del valore insostituibile dell’individualità, la consapevolezza che nel piccolo ci può essere il grande, come tutta la primavera può raccogliersi in una margherita. Herder, un grande scrittore tedesco contemporaneo di Goethe, scorgeva in Omero e nella Bibbia la creatività aurorale e perenne della poesia, ma la trovava pure nell’anonima canzone popolare lettone ascoltata nella festa per il solstizio d’estate. Ma quella oscura canzone di un popolo che – a differenza di quello greco o di quello ebraico – non è stato un protagonista della storia del mondo, è bella non perché è la voce ignorata di una realtà periferica, ma perché in essa risuona un’universalità che trascende quell’angolo appartato e fa parte, non meno di un’opera illustre, del grande mondo. Lo slogan “piccolo è bello” è falso, non solo perché non basta essere piccoli per essere belli come non basta essere deboli per essere buoni, ma perché offende la vitalità delle culture locali, esaltando in esse il localismo ovvero ciò che vi è di angusto, anzichè il grande respiro della vita che soffia anche nell’angolo più remoto e che non appartiene solo ad essa, bensì all’umanità. I localismi tribali degradano l’amore per il luogo natio, perché ne fanno un rozzo feticcio, oggetto di culto idolatra o di folclore pacchiano. Una cosa è essere napoletani, ha scritto Raffaele La Capria, un’altra è “fare i napoletani”, avvilendo Napoli e il proprio rapporto con essa, e ciò vale per ogni identità. Cultura significa sempre pensare e sentire in grande, avere il senso dell’unità al di sopra delle differenze, rendersi conto che l’amore per il paesaggio che si vede dalla propria finestra è vivo solo se si apre al confronto col mondo, se si inserisce spontaneamente in una realtà più grande, come l’onda nel mare e l’albero nel bosco. Ogni luogo può essere il centro del mondo, diceva Alce Nero guerriero Sioux e grande poeta, fraternamente rivolto alla molteplicità della vita ma consapevole che essa acquista significato se si riconosce, di volta in volta, in un centro che le conferisce unità. Nei miei viaggi, danubiani e non, ho inseguito culture minime e periferiche, comunità di dimensioni anche ridottissime, come ad esempio i Cici, gli istro-romini dell’Istria, che secondo l’ultimo censimento ammontano a 810 persone e che, se avessi continuato a frequentarli solo un pò di più, avrei finito per conoscere tutti individualmente, una a una. Ma la peripezia in un microcosmo ha senso solo se in esso s’incontra, sotto le spoglie anche più inappariscenti, come un re nei panni di un mendicante, qualcosa di grande che non appartiene solo a quell’orizzonte limitato. Le doverose, e ancora insufficienti, misure di decentramento, le riforme federaliste e i potenziamenti delle autonomie locali, necessari per un’efficiente amministrazione e organizzazione della vita politica e sociale, sarebbero nocivi se minassero questo senso del confronto col mondo e chiudessero gli uomini in una prospettiva grettamente particolaristica, incapace di guardare oltre le porte della città. L’impegno concreto si esercita sempre in una realtà determinata ossia locale, perché altrimenti svanirebbe in un’astratta retorica, come chi dice di amare l’umanità ma fa angherie agli uomini, a cominciare dai vicini di casa, ma non esiste prospettiva che dia senso a un lavoro se non quella in grande che induce a sentirsi, mentre si opera tra il proprio quartiere, cittadini di tutto il proprio Paese, dell’Europa, del mondo, verso i quali si è responsabili. Non occorre andare a Roma o a New York per avere questo sentimento dell’appartenenza a un contesto più vasto della propria cerchia immediata; certi pescatori e barcaioli che incontro girando per le mie isole dell’Alto Adriatico ce l’hanno istintivamente, nel loro modo di essere e di sentire la vita, magari senza essere andati più lontano di quelle isole e parlando solo il loro dialetto – un dialetto parlato spontaneamente, senza le regressive rivendicazioni ideologiche degli artificiosi teorici delle piccole patrie, e dunque, come ogni lingua, linguaggio della vita e di tutti -. L’identità non è un rigido dato immutabile, ma è fluida, un processo sempre in divenire, in cui continuamente ci si allontana dalle proprie origini, come il figlio che lascia la casa dei genitori, e ci si ritorna col pensiero e col sentimento; qualcosa che si perde e si rinnova, in un incessante spaesamento e rientro. L’amore della patria, sempre piccola e sempre grande, l’ha espresso non chi ha barbaricamente celebrato la zolla ed il sangue, dimenticando che questo è sempre meticcio, ma chi ha fatto esperienza dell’esilio e della perdita e ha imparato, dalla nostalgia, che una patria e un’identità non si possono possedere come si possiede una proprietà. I sopravvissuti al dissolto impero asburgico, che negli Stati nazionali successori si sono sentiti sempre degli ex, insegnano, anche al di là del loro destino e di quello del loro mondo, che l’amore delle proprie radici ha bisogno di inserirsi in un orizzonte più grande. Federalismo, decentramento, autonomie locali non vanno confusi con le chiusure particolaristiche; fra l’altro, non va dimenticato che non tutti i grandi Stati unitari con le loro burocrazie, sono Stati inefficienti: stipendi e opere pubbliche funzionavano meglio nel vastissimo impero romano che nell’atomistico Medioevo feudale, meglio nell’impero asburgico che nei più piccoli Stati successori. Lo snellimento amministrativo, che rende necessari decentramenti e autonomie sempre più ampi, non può perdere la visione d’insieme, nazionale e sovrannazionale. E’ assurda – tanto per fare solo un esempio indicativo – la tendenza ad attribuire alle autonomie di ogni singola Università, opportuna sotto molti aspetti, crescenti poteri di selezione dei docenti; ciò provocherà fatalmente un declassamento di questi ultimi, scelti in base a criteri locali fra i quali prevarranno inevitabilmente, oltre a legittime esigenze didattiche e scientifiche derivate dall’indirizzo specifico di ogni Università, relazioni e vincoli consuetudinari, anche comprensibili imbarazzi nei confronti di persone che da anni lavorano nella stanza accanto, piccole pastette di potere e prestigio provinciale, che fanno perdere la prospettiva generale e la gerarchia dei valori. Nessun sistema garantisce contro la corruzione e il compromesso, ma quanto più ampio – e svincolato dalla visceralità dei rapporti mediati – è un confronto, tanto più facilmente vengono eliminate le scorie e le incrostazioni che hanno un rilievo solo circoscritto. Nessuna lavanderia assicura una pulizia autentica ed assoluta, ma se si lavano i panni in famiglia il rischio di ritrovarseli macchiati è maggiore. Ogni endogamia – ogni pretesa identità pura – è asfittica e incestuosa. Si impara ad amare l’Irlanda da Joyce, che l’ha lasciata e criticata ferocemente, molto di più che da tanti romanzi irlandesi pieni di ragazze dai capelli rossi e di prati verdi. In una scheggia ci può essere il mondo, ma essa è qualcosa se non è solo una scheggia, ma il mondo. Saggio tratto dal volume “Utopia e disincanto. Storie, speranze, illusioni del moderno” di Claudio Magris pubblicato da Garzanti nel 2001 (pp. 328, euro 11,62). Copy: (C) Garzanti Libri s.p.a., 1999, 2001 Autore: Claudio Magris Fonte: Liberazione

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