Pubblicato da: chinonrisica | 4 marzo 2009

La scomparsa delle donne, in un libro di Marina Terragni

Marina Terragni – Andate a lezione di tango e scoprirete che noi donne siamo scomparse PDF Stampa E-mail
Siamo proprio diventate veri maschi. Sogniamo anche il loro stesso sogno, cancellare la differenza sessuata, tenere chiuso il corpo materno nello scantinato, come Norman Bates-Anthony Perkins in “Psycho”.

Essere cadute nell’equivoco di considerare “lavoro, emancipazione e libertà” come modi diversi per dire la stessa cosa, ha fatto sì che il modello di libertà sul quale plasmare se stesse, le proprie ambizioni, i propri desideri, compreso il desiderio sessuale, per tante donne finisse per essere il modello maschile. Per questo appaiono come un grande inganno tutte quelle “spericolate teorie su sesso e genere (Judith Butler, Donna Haraway e così via)” che,  arrivano “a concludere che il corpo con cui si nasce conta poco o niente”, perché tutto è cultura e quindi anche la differenza per eccellenza, la differenza sessuale, è un rottame del patriarcato.

La presunta libertà di scegliersi il genere, di costruirlo come un leggero bricolage di identità, porta semplicemente all’azzeramento del femminile. Dimenticare il proprio corpo, staccarsene, non è soltanto l’operazione sofisticata e militante di cui parla la Butler. E’, più banalmente, quello che le donne fanno quando negano il materno o lo accantonano fino al momento in cui sarà il corpo a reclamare il “fuori tempo massimo”.

Lo fanno quando cercano di essere più realiste del re, grate per essere state ammesse nella meravigliosa “terra straniera” di un lavoro che è, sempre o quasi, a misura di maschio. Una terra straniera dove per vincere, a volte semplicemente per resistere, è necessario diventare straniere a se stesse. Mentre “di slegarsi dal proprio corpo alla stragrande maggioranza dei maschi è sempre interessato poco. Loro stanno benissimo così, vengono alla luce in un mondo tagliato a misura, trovano la loro lingua bell’e fatta, escono dall’alvo materno per infilarsi direttamente nell’Assoluto, comandano, guadagnano un sacco di soldi e fanno tutto quello che gli pare. Tolta la fatica iniziale di staccarsi dal corpo della madre – fatica che pure nella loro vita non finisce mai –, finora per loro è sempre stato tutto molto più semplice”.

Ma ora, scrive Marina Terragni, è arrivato davvero il momento di scegliere. Ora che l’emancipazione è al suo climax, ora che “stiamo diventando tutte veri uomini senza nemmeno avere saputo come sarebbe stato essere vere donne” è urgente capire come riaffermare quella differenza: “La questione è se ri-legarsi a sé, se salvare la propria differenza femminile o slegarsene definitivamente”.

Ma non è possibile nessuna restaurazione, nessun semplice “tornare indietro”, nessun oleografico “voglio tornare a casa”, come recitava il titolo di un vecchio libro di Christiane Collange, che con una ventina d’anni d’anticipo sul fenomeno delle casalinghe di ritorno decantava le gioie della vecchia femminilità. Si tratta, invece, scrive Marina Terragni, della “più grossa questione politica che abbiamo da affrontare, il più importante lavoro politico che ci tocca: politico perché ha a che fare con la felicità o l’infelicità di tutti – anche degli uomini –, e non c’è definizione di politica che mi convinca di più”.

Si è già visto abbastanza per deciderci, si è visto “quanta solitudine e quanta violenza può esserci in un mondo fatto di soli maschi e di loro omologhi, in cui la speranza costituita dalle donne, dalla loro capacità di fare perdere peso alle cose, di vincere la gravità e la dittatura dell’utile vengono progressivamente meno, in cui le donne spuntano occasionalmente fuori solo come revenant di un’umanità perduta o come un paio di superbe tette di silicone, immagine grottesca della dea negata”.

Di scomparsa delle donne ci parlano “le anoressiche, il loro corpo come campo di battaglia, le sterili inseminate con sperma ghiacciato, la morte del desiderio, le single sfinite, le skeleton mummy e i loro figli affamati, le perverse pluri-rifatte, Lyndie England, tutte quelle che al momento del divorzio vogliono la testa di Garcia”. Ormai sappiamo perfettamente, scrive Marina Terragni “ che cosa significa avere tutti i diritti tranne quello alla propria identità sessuale. La scomparsa delle donne genera la depressione del mondo, perché diminuisce il tasso di compassione e di agàpe circolante”.

Si parla molto, è vero, di “femminilizzazione” degli uomini, di “tutti questi homme mou, questi maschi mammi, lisci, depilati, palestrati, eleganti, abbronzati, piagnucolosi, metrosexual”. Ma quello della femminilizzazione maschile è “un epifenomeno buono per le allodole, non lasciamoci incantare.

Lo dice benissimo Luce Irigaray: il maschio ‘accetterà perfino di diventare un po’ donna, piuttosto che confrontarsi con una rivoluzione di pensiero oggi inevitabile”, cioè piuttosto che ammettere l’irriducibile alterità dell’Altra. Si rassegnerà a inglobarla, che poi è un altro modo di ridurre l’Altra all’identico a sé”. Ma anche il maschio, in questo gioco, perde. Perché negare l’alterità è distruggere la possibilità stessa dell’amore, è perdere se stessi. “Provate a prendere qualche lezione di tango e vi renderete conto che oggi per una donna la cosa più difficile è abbandonarsi come una dolce zavorra, lasciarsi sbatacchiare, cedere con fiducia.

Ma per gli uomini è anche più dura: stanno lì, come sacchi di patate, non guidano, non prendono iniziative, cercano di scaricarti addosso ogni responsabilità”. Non solo per ballare bene il tango, ma per continuare a esistere come donne e come uomini, per non patire la lontananza da sé che affligge le une e gli altri, oggi “la questione è far ritornare le donne. Tornare donne. Tornare in noi e fare festa”. Perché, conclude Marina Terragni, quello si può fare per gli uomini “è onorare la mia, di differenza. Quello che posso fare per loro è semplicemente essere una donna”. Ed è tutto quello che le donne possono fare per sé.

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