Pubblicato da: chinonrisica | 16 febbraio 2009

Ipocrisia e paura

Fine-vita: ma non sarebbe più facile dire”morte”? I sordi sono tali, purtroppo, anche se verranno definiti audiolesi e non sarà la definizione di diversa abilità a migliorare la vita al disabile.

Abbiamo paura dei concetti e facciamo fronte alla stessa paura cambiando le parole.

Perchè invece non investire di più per migliorare la sostanza? Le parole possono essere pietre, ma è certo che queste”pietre” faranno meno male se  saranno accompagnate dall’intenzione di cambiarne davvero  il contenuto.

Viaggiando in internet ho incontrato chi la pensa come me. Vi lascio le riflessioni di Riccardo Ferrazzi.Perfette:

Durante il servizio militare mi è capitato più volte di fare lo spazzino. Non è escluso che, prima di lasciare questa valle di lacrime, mi capiti di doverlo fare ancora. Avviso tutti gli interessati: se mi vedete in tuta con una scopa di saggina in mano e mi chiamate “operatore ecologico”, ve la rompo sulla testa. 

    In che cosa migliora la mia situazione se mi cambiate nome? Cambiatemi stipendio, piuttosto. Non avete i soldi per farlo? E allora state zitti. Le parole non costano niente ma non danno niente. O meglio, mi correggo: non danno niente a me. A voi invece qualcosa danno.
    Voi passate per la strada, mi vedete lavorare in mezzo alla sporcizia, e vi sentite colpevoli per il vostro vestito immacolato, per le sospensioni dell’auto che preservano il vostro deretano da urti troppo violenti, per il climatizzatore che vi tiene al caldo o al fresco, ecc. ecc. E allora, in un empito di solidarietà sociale, siete presi dalla compassione per me (così come compiangete i negri e i pellerossa – – pardon: le “persone di colore”, deprecate la sorte degli animali dello zoo – pardon: del “bioparco”, vi intenerite per gli storpi e gli sciancati – pardon: le “persone diversamente abili”) e decidete: qui bisogna fare qualcosa! 
    Ma ci deve pur essere qualcuno che pulisca le strade dalle schifezze che ci lasciate cadere voi. Di questo siete vagamente consapevoli. E allora che si fa?
    Perbacco, eliminiamo almeno il fastidioso senso di colpa che ci prende quando pronunciamo la parola “spazzino”. Allo spazzino non gli cambierà la vita neanche un po’, ma vuoi mettere come staremo meglio noi? Perché dovremmo perdere tempo ed energie per fare in modo che la pulizia delle strade sia un lavoro ben remunerato e addirittura ricercato? Per quanti altri mestieri dovremmo ripetere un’operazione di questo genere? Non basterebbero le risorse della comunità! E allora salviamoci l’anima. Lo spazzino lo chiamiamo “operatore ecologico” e con un brillante esercizio di ipocrisia abbiamo soddisfatto le esigenze del nostro egoismo. Non abbiamo tirato fuori un quattrino, non ci siamo impegnati a nulla, non abbiamo migliorato la condizione di nessuno, non abbiamo cambiato neanche i nostri veri sentimenti nei confronti di Tizio o di Caio per il lavoro che fa o per la pelle che ha, ma gli abbiamo appiccicato in fronte un’etichetta diversa, e questo basta per appagare la nostra coscienza.
    Be’, io non ci sto. Avrò una coscienza fatta in un modo strano, ma voglio chiamare cose e persone con il loro nome. E se questo mi procura dei sensi di colpa vuol dire che me li gestirò. Ogni volta che ci si sente in colpa c’è qualcosa che non va e siamo noi a doverci impegnare per cambiare le cose – le cose, non le parole. Cambiar nome alle cose non è affrontare i problemi: è barare al gioco.
 
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