Pubblicato da: chinonrisica | 11 febbraio 2009

11 febbraio: era festa….

Molti anni fa, quando ero una scolara, questo era un giorno di festa.

Era il giorno dei cosiddetti Patti Lateranensi.

Si festeggiava l’accordo tra Stato e Chiesa per il riconoscimento dei reciproci rapporti istituzionali.

I valori religiosi restano individuali e la fede è un dono che non si sbandiera, ma si vive intimamente. Credo che il coraggio più grande sia quello di chi , pur laico, sostiene  alcuni principi che potrebbero farlo apparire bigotto. Ma chi penserebbe questo di P.P.Pasolini, quando esprime il suo parere negativo sull’aborto?  O di Paola Tavella e Alessandra Di Pietro per la loro fiera opposizione alla legge sulla procreazione assistita esposta nel libro “Madri selvagge” edito da Feltrinelli?

La libertà delle leggi dello Stato dai valori religiosi è una conquista. Altrimenti non ci potremmo distinguere da chi applica la Sharia in nome del Corano. Ma non deve diventare un mito.

Credo che in buona parte i valori dello Stato possano coincidere con quelli di uno spirito religioso attento e corretto.

Che cosa c’è di incompatibile tra i valori fondamentali della Costituzione e lo spirito profondo del Vangelo?

E qualora incompatibilità ci fosse, lo status di cittadino deve prevalere su quello di cattolico ( o musulmano, o ebreo…), salva la possibilità di una obiezione di coscienza motivata e ragionevole.

Nessuno chiede ad un pacifista convinto di prestare servizio militare o ad un medico cattolico praticante di effettuare aborti. Ed è questo il supremo valore della libertà dello Stato e nello Stato.

Le religioni spesso sanzionano i comportamenti irrituali, mentre la disobbedienza civile è  ammessa, purchè leale.

Credo si possa essere buoni cattolici ed ottimi cittadini, buoni musulmani ed ottimi italiani, ebrei osservanti ed ottimi consociati. Il tentativo di porre conflitti alla coscienza di ognuno va rigettato e il conflitto ricomposto con personale e rigorosa coerenza. 

Non ci sono più i Patti Lateranensi da festeggiare. Ma una cittadinanza da ricostruire ed un’appartenenza da valorizzare.

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