Pubblicato da: chinonrisica | 5 novembre 2008

La democrazia nei partiti

L’articolo che segue è tratto da “L’Adige” del 29 ottobre scorso e mi è sembrato calzante ed appropriato.

Quale rispetto possiamo attenderci da candidati, segretari e politici in genere che non rispettano, nemmeno nel loro gruppo interno, le regole della democrazia? La democrazia parte da noi. Ne siamo i custodi e gli artefici. 

Pratichiamola, invece di predicarla soltanto.  

 

“Si è svolto qualche giorno fa il congresso annuale dell’associazione degli studiosi di diritto costituzionale, che ha riguardato il tema dei partiti politici. L’argomento non avrebbe potuto essere scelto meglio. Malgrado le apparenze la questione si ripropone oggi in termini di grande attualità (in Trentino, fra l’altro, fra dieci giorni si vota).

Certo, nella percezione comune, i partiti degli ultimi quindici anni sembrano più o meno sempre uguali, governati dagli stessi dirigenti, piuttosto sordi alle istanze dei cittadini e dediti ad una occupazione delle istituzioni addirittura crescente. Perché dunque occuparsi dei partiti quando è diffusa l’opinione che poco o nulla si possa fare per cambiarli veramente?

Possibile che l’unica reazione che rimane ai cittadini comuni sia quella di ritirarsi nel privato e gettare la spugna o cavalcare un sentimento generale di indignazione e rabbia verso la politica? Sono domande molto angosciose. Disinteressarsi della politica è un errore perché la politica comunque c’è e decide per noi.

E decide molto. Ad esempio, come distribuire metà della ricchezza che ciascuno di noi produce con il proprio lavoro. Ma anche la scelta della rabbiosa indignazione rischia di essere frustrata. Di lasciar spazio a rassegnazione e depressione ancora più forti.

Ma com’è possibile sperare in un rinnovamento dei partiti? Anzi in una loro trasformazione radicale, che permetta di abbandonare abitudini consolidate nei decenni e arresti la deriva sempre più oligarchica alla quale sembrano condannati? I tentativi di riforma interna, indubbiamente ci sono.

Ma non possono bastare se non emergono incentivi verso il cambiamento. D’altra parte, in tutte le democrazie, i partiti amministrano potere. E là dove si detiene il potere è naturale, come ricordano i classici del pensiero politico, che si tenda ad abusarne. Senza meccanismi di contenimento, allora,c’è poco da sperare. Perché questi meccanismi si creino è necessario innanzitutto accendere i riflettori sulla vita interna ai partiti.

Nella prima Repubblica si era formato quasi un dogma dell’impenetrabilità e dell’insindacabilità dei partiti. Questi venivano visti come dei soggetti sovrani, viventi quasi in un regime di extraterritorialità. Tanto che, i conflitti interni venivano risolti o con l’accordo consociativo tra tutti i contendenti ovvero con la scissione delle minoranze irriducibili. Conosciamo il costo di questa tendenza.

Una impressionante e deleteria frammentazione che ci ha portato, nella scorsa legislatura, ad un Parlamento con decine di gruppi e gruppetti che si autodefinivano “partiti”. Ecco, da questo punto di vista oggi c’è una novità. Grazie alla spinta del movimento referendario le forze politiche principali hanno capito che non si poteva continuare in quel modo.

Con le elezioni il quadro politico si è enormemente semplificato. Ma questa semplificazione pone molti problemi. Perché c’è il rischio che si passi da un pluripartitismo estremo ad un sostanziale duopolio egemonico e autoreferenziale delle principali forze. E se tornare indietro non è pensabile.

La strada da battere è un’altra. E’ necessario superare quel dogma dell’extraterritorialità dei partiti e aprirli ad una grane ventata democratica.

Riconoscere il valore della competizione interna, considerare il conflitto e le divergenze come un valore. Comporre le divisioni non con un abbraccio consociativo tra i tanti notabili intorno a un “caminetto”, ma con il criterio della democrazia. Una linea vince perché è maggioranza, una linea perde e si prepara ad una rivincita futura. Questo accade nei grandi partiti europei.

A cominciare dalla scelta dei candidati attraverso meccanismi selettivi aperti, come delle vere primarie. Certo le liste bloccate che affidano la “nomina” dei rappresentanti a 5 o 6 persone in tutto sono quanto di più lontano dall’esigenza di apertura dei partiti. Per questo si deve insistere perché questo stato di cose cambi.

Perché si ritorni, per esempio, ad un sistema uninominale in cui conta la persona, scelta democraticamente dalla base, e non l’apparato.

È una battaglia lunga, prima di tutto culturale. Ma l’Italia ha fatto tanta strada e non è il momento di tornare indietro.”

Giovanni Guzzetta –  ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico pressol’Università di Tor Vergata

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Responses

  1. leggere l’intero blog, pretty good


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