Pubblicato da: chinonrisica | 30 marzo 2008

Risposta ad Enrico Franco, direttore de”Il Corriere del Trentino”

Caro Direttore, il suo editoriale mi ha dato un po’ di speranza:la scuola interessa ancora a qualcuno. Nei programmi elettorali è quasi scomparsa, sostituita da una generica “formazione”. Una delle tante parole vuote  di senso, che abbondano in questi anni.
La scuola, come tradizionalmente la intende chi,ed è il mio caso, ha più di cinquant’anni, è argomento compesso per  la politica. E lo dimostra, oltre al silenzio dei programmi elettorali, il linguaggio di cui si è circondata, autorevolmente definito “didattichese”.
Non da ora chi vuole allontanare i profani da un argomento, un ruolo, un’attività, lo fa attraverso il linguaggio. E la scuola, o meglio ,chi da essa voleva trarre  delle utilità non meglio determinate, si è nascosta dietro termini incomprensibili ai più: il “successo formativo”, il “non ammesso alla classe successiva”, la “partecipazione al dialogo educativo” , la “figura obiettivo” sono diventati foglie di fico dietro cui nascondere la volontà di allontanarsi dal ruolo concreto del docente, il terrore di ricorsi, la poca esperienza di molti insegnanti, l’incapacità di assumersi le responsabilità delle proprie scelte e, a volte, dei propri errori. Uno scaricabarile ignobile,di provenienza incerta e stratificata, realizzato ai danni delle giovani generazioni.
Norberto Bobbio diceva che era bene chiedersi che cosa ci fosse dietro, quando riusciva difficile capire che cosa ci fosse davanti. E , nella grande difficoltà di comprendere quale sia il destino della scuola in futuro, chiediamoci che cosa si nasconda dietro le politiche contraddittorie, improvvisate e raccogliticce, assolutamente bipartisan, degli ultimi quindici anni.
I docenti hanno, purtroppo, sofferto della stessa poca considerazione di ogni altro  ramo dell’apparato pubblico.Se a ciò aggiungiamo l’importanza dell’apparire e del guadagnare come parametro di valutazione sociale, allora il quadro è completo. Anzi, c’è un tassello da aggiungere. La deresponsabilizzazione  delle famiglie circa la sorte educativa dei figli ha riempito la scuola di incombenze inappropriate ed incompatibili con il suo ruolo primario.
Non è compito della scuola insegnare ad essere educati, a salutare i compagni ed i docenti,ad evitare comportamenti violenti e pericolosi. Non è compito della scuola imbonire le famiglie, illudendole che le debolezze , colpevolmente accettate dagli insegnanti, lo saranno poi  anche da datori di lavoro,  in realtà sempre più selettivi. Non è compito della scuola fare finta che ogni difficoltà sia superabile e che esista, comunque, un diritto al diploma o alla laurea.
La formazione di un individuo non è missione della scuola soltanto Non abdichino al loro ruolo i genitori, la società, i mezzi di comunicazione, le associazioni, i pubblicitari e, dato il periodo, i partiti politici.
La scuola deve insegnare a scrivere correttamente, a contare con esattezza, a pensare con libertà, a far valere i propri diritti, a compiere il proprio dovere,a rispettare le differenze. Lo deve fare attraverso la competenza e la testimonianza ( requisito non richiesto ad altre categorie di lavoratori…) di un corpo docente sfiduciato , ma vitale nel suo intimo. Lo deve fare senza ingerenze politiche e con poche incombenze burocratiche,lo deve fare recuperando chiarezza di linguaggi e di intenti, senza derive autoritarie, ma senza tentazioni lassiste. Lo deve fare anche senza sperare in riconoscimenti economici( comunque auspicabili, s’intende). Il riconoscimento più grande sarebbe, ne sono certa, il ritorno del riconoscimento alla dignità, etimologica, del magister: chi, più forte, vuole il bene del più debole
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