Inserito da: chinonrisica | 10 Novembre, 2009

Yoani Maria e Roberto: camorre a confronto

Una testimonianza della violenza ideologica.

“Io blogger picchiata dalla polizia di Fidel Castro”

di Rachele Gonnelli

“Sono stata solo venticinque minuti in mano alla polizia politica, ma sono stati venticinque minuti veramente molto intensi, ancora mi fa male tutto: la schiena, il petto, un occhio». Yoani Maria Sanchez, una dei blogger più famosi al mondo, vincitrice di numerosi premi internazionali di prestigio, parla al telefono dalla sua casa nell’Avana Vecchia. Racconta di ciò che gli è successo venerdì scorso come di «un sequestro stile camorra, di quelli che si leggono nel libro di Roberto Saviano”.

Lei Saviano, un altro assediato, lo avrebbe volentieri incontrato alla Fiera del Libro di Torino di quest’anno dove erano ambedue ospiti d’onore come scrittori. Ma non ha potuto: le autorità di Cuba glielo hanno impedito. Non sta molto simpatica alla nomenklatura cubana. Il suo sito Generazione Y non è di quelli che fanno sconti all’apparato fidelista, alle sue chiusure e ottusità. Parla di giovani come lei – ha 34 anni – che invece di sognare e di scappare in America, cercano una via diversa per il futuro dell’isola. Ecco perchè dà fastidio.

Cosa ti è successo venerdì?
«Ero per strada, stavo andando a una marcia per la non violenza organizzata da alcuni giovani artisti al Vedado, quartiere residenziale dell’Avana. Ero quasi arrivata al luogo del concentramento, la calle 23 del Barrio nuevo, in compagnia di altri due blogger come me, Orlando Luis Pardo e Claudia Cadelo, e di un’altra amica che invece non è una blogger, quando siamo stati fermati da tre sconosciuti a bordo di un’auto nera di fabbricazione cinese».

Erano armati, in divisa?
«No, nessuna uniforme o tesserino, anche la macchina non aveva una targa con la matricola statale. Però non ho alcun dubbio che si trattasse della polizia politica. Ad un certo punto uno di loro ha telefonato col cellulare per chiamare una pattuglia della polizia che tenesse d’occhio le altre due donne mentre loro se la prendevano con me e Orlando. E la pattuglia è arrivata. Nessun altro a Cuba può dare ordini alla polizia».

Ma cosa volevano? Intimidirvi?
«È stato un sequestro in pieno stile camorrista. Non avevano carte, ordini di arresto contro di noi. Neanche sapevano perfettamente cosa fare. Infatti al cellulare chiedevano ad un superiore: “Adesso cosa facciamo? Non vogliono salire in macchina”. Quando qualche passante si è fermato per vedere cosa ci succedeva lo hanno mandato via dicendo “sono controrivoluzionari, non immischiatevi”. Poi ci hanno immobilizzato e infilato dentro.

Dentro l’auto?
«Sì. Mi davano botte sulle parti scoperte, mi insultavano. Sono riuscita a prendere con la bocca una carta che uno di loro teneva in un borsello e mi colpivano per farmela sputare. In un atto disperato ho afferrato uno per i testicoli. Mi ha schiacciato il petto con il ginocchio fino a togliermi il respiro».

È durato molto?
«No solo una ventina di minuti, poco più ma molto intensi. Ho fatto a tempo a pensare: non ne uscirò viva».

Perchè tutto questo?
«Il loro vero obiettivo era impedire che partecipassimo alla manifestazione a calle 23, dove ci aspettavano. Ma questo l’ho ricostruito dopo. Mentre mi hanno brutalmente infilato in macchina insieme a Orlando, mi chiamavano per nome, mi picchiavano e mi insultavano, ero solo terrorizzata. Ad un certo punto mi hanno detto “sei arrivata fin qui e ora non andrai a fare nessun altra pagliacciata” e mi si è gelato il sangue nelle vene. Ho pensato “di qui non esco viva”. Invece dopo un altro po’ di maltrattamenti ci hanno scaricato ad un isolato di distanza da casa mia».

I tuoi amici che ti aspettavano in piazza erano più delusi o più preoccupati?
«Oh, questa è bella. Penso che in piazza fossero preoccupati non vedendoci arrivare. Ma Claudia Cadelo, che è stata rilasciata per prima, è corsa a collegarsi a Internet e ha raccontato cosa era successo. La notizia è arrivata ai dimostranti quando la manifestazione non si era ancora sciolta. Così almeno una parte dell’effetto che volevano provocare non c’è stato».

Ti era mai successo niente di simile prima?
«Di essere picchiata mi era già successo ma non così. L’ultimo episodio di questo genere risale all’agosto del 2008. Ero ad un concerto organizzato per la liberazione di Gorki – rocker cubano molto dissacrante che nelle sue canzoni denuncia il conformismo di massa e la doppia morale imposta dal regime, ndr – e anche allora furono gli uomini della polizia politica, in borghese, a picchiarci. Allora dissero che a picchiarci era stata la gente inferocita contro di noi. La polizia sarebbe intervenuta subito dopo non per sgombrarci dall’angolo della Tribuna anti-imperialista dove ci eravamo piazzati ma per difenderci dal linciaggio. Strano che tutti quelli che ci hanno picchiato sapessero le arti marziali, come pure quei tre che ci hanno intercettato venerdì.

Porti ancora i segni delle percosse?
«Non mi hanno fratturato nessun osso e non ho ferite da cui è uscito del sangue. Ma sono piena di lividi e di dolori alla colonna vertebrale e al petto. Da un occhio non ci vedo tanto bene. Non hanno voluto lasciare segni evidenti sul mio corpo. Sono dei professionisti delle intimidazioni. Come i camorristi, no?».
08 novembre 2009

Inserito da: chinonrisica | 8 Novembre, 2009

Eccesso e misura

“Tremenda è la volontà dei re: obbediscono poco, comandano molto, difficilmente mutano d’animo. Vivere alla pari con gli altri è meglio; io vorrei invecchiare con tranquillità, senza grandezze. Misura è un nome che vince solo a pronunciarlo; misura è la scelta migliore per gli uomini. L’eccesso non reca alcun vantaggio,provoca sciagure più grandi ancora di quando un demone infuria contro una casa.”

Euripide – Prologo di “Medea”, 431 a.C.

Inserito da: chinonrisica | 5 Novembre, 2009

Ma io difendo quella croce (di Marco Travaglio)

Dipendesse da me, il crocifisso resterebbe appeso
nelle scuole. E non per le penose ragioni
accampate da politici e tromboni di destra,
centro, sinistra e persino dal Vaticano. Anzi, se
fosse per quelle, lo leverei anch’io. Fa ridere Feltri
quando, con ignoranza sesquipedale, accusa i giudici di
Strasburgo di “combattere il crocifisso anziché
occuparsi di lotta alla droga e all’i m m i gra z i o n e
selva ggia”: non sa che la Corte può occuparsi soltanto
dei ricorsi degli Stati e dei cittadini per le presunte
violazioni della Convenzione sui diritti dell’uomo. Fa
tristezza Bersani che parla di “simbolo inoffensivo”,
come dire: è una statuetta che non fa male a nessuno,
lasciatela lì appesa, guardate altrove. Fa ribrezzo
Berlusconi, il massone puttaniere che ieri pontificava di
“radici cattoliche”. Fanno schifo i leghisti che a giorni
alterni impugnano la spada delle Crociate e poi si
dedicano ai riti pagani del Dio Po e ai matrimoni celtici
con inni a Odino. Fa pena la cosiddetta ministra Gelmini
che difende “il simbolo della nostra tradizione” contro i
“genitori ideologizzati” e la “Corte europea
ideolog izzata” tirando in ballo “la Costituzione che
riconosce valore particolare alla religione cattolica”. La
racconti giusta: la Costituzione non dice un bel nulla sul
crocifisso, che non è previsto da alcuna legge, ma solo
dal regolamento ministeriale sugli “arredi scolastici”.
Alla stregua di cattedre, banchi, lavagne, gessetti,
cancellini e ramazze. Se dobbiamo difendere il
crocifisso come “ar redo”, tanto vale staccarlo subito.
Gesù in croce non è nemmeno il simbolo di una
“t ra d i z i o n e ” (come Santa Klaus o la zucca di Halloween)
o della presunta “civiltà ebraico-cristiana” (furbesco
gingillo dei Pera, dei Ferrara e altri ateoclericali che poi
non dicono una parola sulle leggi razziali contro i
bambini rom e sui profughi respinti in alto mare). Gesù
Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta
ammazzata dopo indicibili torture, pur potendosi
agevolmente salvare con qualche parola ambigua,
accomodante, politichese, paracula. È, da duemila anni,
uno “scandalo” sia per chi crede alla resurrezione, sia
per chi si ferma al dato storico della crocifissione.
L’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e
speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma
soprattutto di laicità (“date a Cesare quel che è di
Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e gratuità (“Pa d re ,
perdona loro perché non sanno quello che fanno”).
Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi
dominati dagli interessi, dove tutto è in vendita e troppi
sono all’asta. Gesù Cristo è riconosciuto non solo dai
cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come
un grande profeta. Infatti fu proprio l’ideologia più
pagana della storia, il nazismo – l’ha ricordato Antonio
Socci – a scatenare la guerra ai crocifissi. È significativo
che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare
le parole giuste per raccontarlo. Eppure basta prendere
a prestito il lessico familiare di Natalia Ginzburg, ebrea e
atea, che negli anni Ottanta scrisse: “Il crocifisso non
genera nessuna discriminazione. Tace. È l’imma gine
della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo
l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora
assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli
scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un
perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei
nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli
uomini sono tutti uguali e fratelli. A me sembra un bene
che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di
scuola”. Basterebbe raccontarlo a tanti ignorantissimi
genitori, insegnanti, ragazzi: e nessuno – ateo, cristiano,
islamico, ebreo, buddista che sia – si sentirebbe
minimamente offeso dal crocifisso. Ma, all’uscita della
sentenza europea, nessun uomo di Chiesa è riuscito a
farlo. Forse la gerarchia è troppo occupata a fare spot
per l’8 per mille, a batter cassa per le scuole private e le
esenzioni fiscali, a combattere Dan Brown e Halloween,
e le manca il tempo per quell’uomo in croce. Anzi, le
mancano proprio le parole. Oggi i peggiori nemici del
crocifisso sono proprio i chierici. E i clericali.

(da “Il fatto quotidiano” del 5-12-2009)

Inserito da: chinonrisica | 4 Novembre, 2009

Ossimoro

Parlare di voto utile è un ossimoro.Il voto espresso in rappresentanza dei cittadini è sempre una voce per dire ciò che avrebbero voluto.
Il voto di chi li rappresenta è utile a loro, è la risposta ad una richiesta precisa di coerenza, chiarezza, idealità rispettata.
Purtroppo stiamo assistendo al proliferare di voti utili solo a far contenti i manovratori, i dispensatori di favori ai clientes: i voti del gregge.
Il rispetto per il voto altrui è il primo sintomo di civiltà, la base di un sistema democratico. Il disprezzo del voto è l’esatto contrario.
Si può dissentire: la tutela del dissenso è un pilastro della democrazia.
Quando però si parla di voto utile, allora temo di sentire odore di regime, di costrizione ad un parere espresso solo per “utilità”. E l’utilità spesso stride con la coerenza e con la giustizia. In economia l’utilità è priva di connotazioni etiche. Spero non diventi così anche in politica.

Inserito da: chinonrisica | 4 Novembre, 2009

Una strage senza fine

Domani, alla sala degli Affreschi della biblioteca Comunale, Elena Valdini presenterà il suo libro “Strage Continua” sul dramma degli incidenti automobilistici.
Ho chiesto di conoscerla e di venire a Trento perchè il tema è interessante e drammatico. Poco si dice e ancor meno si discute o si agisce per fermare la catena di morti ed invalidi che ogni anno dobbiamo purtroppo elencare in Italia. E all’estero le cose non vanno meglio.
L’aumento del traffico,la carenza delle leggi di settore, l’indulgenza diffusa e la mancanza di controlli rendono sempre più evidente che si tratta di un bollettino di guerra.
E le vittime, come sempre, sono le più inermi: giovani, bambini, molte donne. Sacrificati sull’altare della velocità, dell’alcool facile, del mito dell’auto potente.
Ho davvero fatto fatica, leggendo questo libro, a resistere alla voglia di chiuderlo e girare altrove lo sguardo. Come se negare il fenomeno equivalesse a renderlo meno angosciante. Meno vero.
Alla piccola Giulia, che tale resterà per sempre, il ricordo di una zia lontana.

Inserito da: chinonrisica | 1 Novembre, 2009

Effetti del Buongoverno

Questo mi impone l’animo di dire agli Ateniesi: come il Malgoverno rechi molte sventure alla città, e come invece il Buongoverno renda ogni cosa più armonica e ordinata e metta spesso i reprobi in catene.
Appiana ciò che è aspro,mette un freno all’ingordigia, stronca l’arroganza,dissecca in boccio i fiori di sventura,raddrizza le storture dei giudizi,mitiga la superbia delle azioni,placa le divisioni dei partiti, placa l’ira che spinge alla contesa:è sotto la sua guida che la vita dell’uomo scorre saggia e misurata.

Solone

Inserito da: chinonrisica | 31 Ottobre, 2009

La verità sull’eletto dal popolo

Ho pubblicato un post dal titolo “eletto dal popolo” che richiama alcuni contenuti dell’articolo che segue, di Giovanni Sartori, tratto dal Corriere di oggi. Lucido e straordinario come sempre: leggere quanto scrive è un piacere raffinato.

La costituzione immateriale

Uno dei quesiti messi in eviden­za dalla sentenza della Corte costi­tuzionale sul lodo Alfano è se il capo del governo sia, in Italia, un primus inter pa­res oppure un primus super pares . In nome della «costi­tuzione formale» (il testo della costituzione vigente) la Corte ha ribadito che è un «primo tra pari». Ma in Ita­lia viene invece diffusa l’idea che la costituzione for­male sia oramai superata da una «costituzione materia­le » per la quale Berlusconi incarna la volontà della mag­gioranza degli italiani; il che gli attribuisce il diritto, in nome del popolo, di sca­valcare, occorrendo, la vo­lontà degli organi che non sono eletti dal popolo (tra i quali la Corte costituzionale e il capo dello Stato). Ora, la distinzione tra costituzione formale e costituzione mate­riale, e cioè la prassi costitu­zionale, è una distinzione largamente accolta dalla dottrina. Ma si applica al ca­so in esame?

Precisiamo bene la tesi. Intemperanze verbali a par­te, la tesi di fondo di Berlu­sconi è che lui ha il diritto di prevalere su tutti gli altri po­teri dello Stato (questione di diritto), perché lui e soltan­to lui è «eletto direttamente dal popolo» (questione di fatto). Va da sé che se l’asser­zione di fatto è falsa, anche la tesi giuridica che ne deri­va risulta infondata. Allora, Berlusconi è davvero un pre­mier insediato «direttamen­te » dalla volontà popolare?

Per Ilvo Diamanti questa asserzione è «quantomeno dubbia» perché è smentita da tutti i dati dei quali dispo­niamo. Purtroppo è vero che sulla scheda elettorale viene indicato il nome del premier designato dai parti­ti (un colpo di mano che fu a suo tempo lasciato incau­tamente passare dal presi­dente Ciampi); ma il fatto re­sta che il voto viene dato ai partiti. Pertanto il voto per Berlusconi è in realtà soltan­to il voto conseguito dal Pdl. Che ha ottenuto nel 2008 (cito Diamanti) «il 37,4% dei voti validi, ma il 35,9% dei votanti e il 28,9% degli aventi diritto. Insom­ma, intorno a un terzo del ‘popolo’». Aggiungi che in questa maggiore minoranza (o maggioranza relativa) so­no inclusi i voti di An, in buona parte ancora fedeli a Fini; e che se guardiamo agli anni precedenti FI non ha mai superato il 30%. De­ve anche essere chiaro che il voto per FI, e ora per il Pdl, non equivale automati­camente ad un voto per Ber­lusconi. Una parte degli elet­tori di destra vota contro la sinistra, non necessariamen­te per Berlusconi. Fa una bella differenza.

Dunque la tesi del popolo che si identifica, quantome­no nella sua maggioranza as­soluta di almeno il 51%, con un leader che vorrebbe onni­potente (o quasi), è di fatto falsa. Chi la sostiene è un im­broglione oppure un imbro­gliato. E questa conclusione è dettata dai numeri.

Ciò fermato, torniamo al­la costituzione materiale. In sede di Consulta gli avvocati di Berlusconi hanno soste­nuto che per la costituzione vivente (come dicono gli in­glesi) il principio che vale per Berlusconi è che sta «so­pra », che è un primus su­per pares . E siccome è possi­bile che questa formula l’ab­bia inventata io in un libro del 1994, mi preme che non venga storpiata. Io l’ho usa­ta per precisare la differen­za tra parlamentarismo clas­sico e la sua variante inglese e anche tedesca del premie­rato. Ma in Italia il fatto è che questa variante non è mai stata messa in pratica. E dunque in Italia non c’è dif­ferenza, a questo proposito, tra costituzione formale e costituzione materiale. Co­me dicevo, la tesi del pre­mierato di Berlusconi volu­to dal popolo è seppellita dai numeri. Sul punto, il punto è soltanto questo.

Giovanni Sartori

Inserito da: chinonrisica | 30 Ottobre, 2009

Il valore dell’esempio.

Nulla da aggiungere a commento di questa iniziativa. Esemplare.

Dopo lo stop ai lavori del parlamento, disposto fino al 9 novembre, Italia dei Valori devolvera’ l’indennita’ giornaliera in beneficenza. Lo ha detto Antonio di Pietro leader Idv a margine di un incontro svoltosi oggi con i lavoratori Agile per i quali l’azienda ha avviato le procedure di licenziamento. ”L’Italia dei Valori deplora il comportamento del governo e della maggioranza parlamentare – ha detto Di Pietro – che tiene a spasso i parlamentari semplicemente perche’ non si mettono d’accordo su come spendere quei pochi soldi che ci sono a disposizione. E per ragioni di interessi particolari contrapposti e di lotta all’interno alla maggioranza il parlamento sta senza fare niente. Noi della Italia dei Valori abbiamo deciso di devolvere alla Caritas l’indennita’ giornaliera perche’ non vogliamo essere colpevoli come quei colpevoli che prendono i soldi senza fare nulla”.

Inserito da: chinonrisica | 30 Ottobre, 2009

Angela e Margot: vertici al femminile

Abbiamo molto da imparare. Dal Corriere della Sera di oggi.

Corriere della Sera di venerdì 30 ottobre 2009, pagina 15
La sfida di Angela e Margot nella Germania delle donne

di Taino Danilo

LA SFIDA DI ANGELA E MARGOT NELLA GERMANIA DELLE DONNE
Mercoledì, in Germania, si è sentita due volte la frase «Con l’aiuto di Dio, accetto». Sono donne quelle che hanno parlato. Al mattino, Angela Merkel ha giurato per la seconda volta da cancelliera. Al pomeriggio, Margot Kiiimann è stata eletta presidente del Sinodo della Chiesa evangelica tedesca (Ekd), cioè guida dei 25 milioni di protestanti del Paese per i prossimi sei anni. Donne diverse: tanto timida la prima quanto esuberante la seconda. Ambedue per con i piedi solidamente nella tradizione cristiana tedesca Frau Merkel è figlia di un pastore protestante e ambedue al vertice della loro carriera, una a guidare i corpi l’altra a guidare le anime. Germania, terra femmina.

La signora Kilmann, 51 anni, è stata per lo scorso decennio vescovo della maggiore Chiesa regionale del Paese, quella di Hannover. E stata sposata per 26 anni, ha quattro figli e nel 2007 ha per divorziato dal marito: evento che ha creato polemiche, al tempo, ma non ha impedito al Sinodo di votarla, prima donna nella storia, a presidente, 132 voti su 142.11 quotidiano popolare Bild l’ha chiamata Papessa, niente dimeno esatto: il suo incarico è a tenni- ne e, soprattutto, sa cli non essere infallibile. Nonostante per le distanze per formazione, vita e convinzioni, ha detto che tra i suoi obiettivi c’è quello di migliorare i rapporti con la Chiesa cattolica. Per il resto, vuole riformare la «Evangelische Kirche Deutschland», la federazione dei luterani, dei riformati e dei protestanti uniti che soffre di un calo di fedeli e di difficoltà finanziarie. Lo farà bene, probabilmente: è carismatica e piace ai media. E con ironia:

«I cristiani irritabili sono in contraddizione con se stessi», ebbe a dire.

Avrà forse anche un altro problema: proprio Angela Merkel. La cancelliera ha appena formato un governo di centrodestra che non si distinguerà per mettere la politica sociale al primo posto della sua azione. L’eguaglianza economica e sociale è invece uno dei punti cardine della Ekd. Troverà, la prima donna al vertice del gregge, ascolto nella figlia del pastore?

Danilo Traino

Inserito da: chinonrisica | 29 Ottobre, 2009

Il coraggio di restare

La lettera di Giulia Bongiorno( Corriere del 28 ottobre) è davvero bella: manifestazione di vera solidarietà e stima. Quella che a noi donne spesso manca, vinte da secoli di abitudine insana al confronto e all’invidia reciproca.

“Roberta e la scelta di restare così l’emancipazione va al di là della dignità”
Giulia Bongiorno sulla moglie di Marrazzo

Lasciamo da parte, per un momento, il dibattito sul comportamento richiesto a chi ricopre incarichi pubblici. Lasciamo da parte anche il pruriginoso sottodibattito, che pure intorno alla vicenda Marrazzo si è scatenato, sulla natura peculiare della condotta privata dell’ex presidente della Regione Lazio e sulle conseguenze che tutto ciò ha avuto sulla sua vita familiare. In tanto dibattere, infatti, c’è un elemento che prescinde dalla figura di Piero Marrazzo e che dà abbondante materiale di riflessione: la scelta di Roberta Serdoz, sua moglie. Una scelta sorprendente. Di fronte a un tradimento, qualunque tradimento, si tende a ritenere che una donna abbia una sola alternativa: tutelare la propriadignità chiudendo il rapporto, oppure custodire l’unità familiare e la sua immagine. Questo in teoria. Non è sempre detto, infatti, che nella vita vissuta tutte abbiano la possibilità di scegliere liberamente in che modo reagire: a causa del ruolo debole, o comunque non pienamente autonomo, che spesso le donne rivestono all’interno della famiglia, la decisione può diventare forzata, obbligatoriamente preferenziale.

Tuttavia, è vero che nelle coppie in cui la donna è emancipata, questa alternativa di solito c’è. E Roberta Serdoz, che ha un lavoro di giornalista, una carriera, una vita sua, ce l’aveva di sicuro. Avrebbe potuto, quindi, lasciare il marito; avrebbe potuto dirgli di fare le valigie, o decidere di andarsene. Anzi. Sarebbe stata la scelta più ovvia, quella che ci saremmo aspettati. Anche perché l’immagine della sua famiglia si era già sbriciolata nei mille particolari, amplificati da giornali e televisioni, della condotta privata dell’uomo pubblico Marrazzo, suo marito. Cos’altro avrebbe dovuto o potuto fare lei, a quel punto, se non privilegiare la propria dignità? Sarebbe stata la tipica scelta di una donna emancipata: uscire da una storia dolorosa e imbarazzante, prenderne le distanze per quanto possibile. Ne avrebbe avuto i mezzi e l’opportunità. E invece, con la forza che le donne a volte sanno tirare fuori, Roberta Serdoz spiazza tutti inventandosi una terza via: fa prevalere l’esigenza di restare vicino al marito. Non perché così impone il dovere coniugale, ma perché suo marito è — al momento — la parte debole. Perché lei ha deciso, in piena libertà, che in questo frangente la priorità non è lei stessa. E così facendo ha compiuto una vera scelta di emancipazione: si è emancipata persino dal bisogno di dimostrare la propria dignità. Ci ha rinunciato, sapendo di non esservi costretta.

In questa insolita scelta di forza, Roberta Serdoz rivela un’attitudine che abita le donne, sebbene spesso rimanga nascosta: sapere quando è il momento di prendere in mano la situazione. Essere all’altezza, in un attimo. Dopo essersi adattate, magari per anni, a ruoli anonimi, dimessi, defilati, ma preparandosi silenziosamente ad assumere un ruolo diverso, senza smettere mai di coltivare la capacità di diventare artefici del destino proprio e altrui. Una marcia in più che appartiene alle donne, quasi ontologicamente.

Perché sono abituate a combattere, addestrate dalla storia ma anche dalla biologia. Abituate a fare più fatica degli altri, a sopportare un colpo in più e a rimanere in piedi lo stesso. In circostanze normali, non hanno nemmeno bisogno di mostrarlo: lo fanno e basta. In circostanze eccezionali, questa straordinaria capacità emerge in forme e modalità imprevedibili. Come è successo a Roberta Serdoz. Della cui scelta, a prescindere da ogni altra considerazione, mi piace sottolineare la singolarità: quando la nave rischia di affondare solitamente tutti l’abbandonano, lei non solo non l’ha abbandonata ma ne ha assunto coraggiosamente il comando

Giulia Bongiorno
28 ottobre 2009

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