Pubblicato da: chinonrisica | 30 gennaio 2012

I Cittadini

La cittadinanza è un delicato vincolo giuridico. L’approccio ideologico è il meno appropriato a risolvere i difficili problemi che riguardano il rapporto tra il territorio e il popolo che stabilmente vi abita. Ieri ho ascoltato con emozione le parole del ministro Cancellieri che difendeva la bandiera italiana da non ammainare. Cittadino è, a mio avviso, chi condivide questo valore. Non è la nascita che può contraddistinguere un legame: ciò era vero in altri tempi,per quegli Stati che dovevano incrementare la popolazione( vedi l’Argentina). Oggi, in una Italia sovrappopolata e in recessione, non possiamo avere più cittadini di quelli che possiamo permetterci.
Con il rispetto dovuto a chi in Italia lavora e paga le tasse ed ha diritto senza dubbio alcuno, a godere dei benefici che dal lavoro derivano: servizi, sanità, scuola etc….
Ma la cittadinanza non è solo godimento di servizi a fronte del pagamento delle imposte. E’ un quid pluris che Giovanni Sartori sintetizza assai bene nel suo intervento dello scorso 26 gennaio e che il ministro Cancellieri ha ripreso in modo magistrale ieri sera, durante un’intervista in TV.
Ripropongo il video dell’intervista e l’editoriale di Giovanni Sartori

Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 26/01/2012

Non sappiamo se l’Europa verrà sottoposta nei prossimi anni a migrazioni bibliche a seguito della «primavera araba» che senza dubbio ha rotto le dighe che sinora la frenavano. Il fatto è che l’esplosione demografica dell’Africa è già avviata; e siccome gli affamati non cercano la salvezza tra altri affamati, è piuttosto ovvio che un numero sempre crescente di povera (poverissima) gente cercherà la salvezza in Europa.

È un problema, questo, che sinora abbiamo affrontato in chiave ideologica (di razzismo o no), che è un modo di renderlo insolubile o comunque mal risolto. Ma due giorni fa Beppe Grillo lo ha inopinatamente risollevato. Tanto vale, allora, ricominciare a pensarci. E avrei un’idea, una proposta.

Inghilterra e Francia sono a oggi i Paesi più «invasi» (anche per via della loro eredità coloniale) e oramai accomodano una terza generazione di immigrati da tempo accettati come cittadini. La sorpresa è stata che una parte significativa di questa terza generazione non si è affatto «integrata». Vive in periferie ribelli e ridiventa, o sempre più diventa, islamica. Si contava di assorbirli e invece si scopre che i valori etico-politici dell’Occidente sono più che mai rifiutati.

Che senso ha, allora, trasformare automaticamente in cittadini tutti coloro che nascono in Italia, oppure, dopo qualche anno, chi risiede in Italia?
Questa è stata, finito il comunismo, la tesi della nostra sinistra, sostenuta dall’argomento che chi lavora e paga le tasse in un Paese si paga, per ciò stesso, il diritto di cittadinanza. Ma non è così. Le tasse pagano i servizi (polizia, pompieri, manutenzione delle strade e simili) dei quali qualsiasi residente usufruisce e che non paga, o meglio che paga, appunto, pagando le tasse.
E vengo alla mia idea. Da sempre il diritto di cittadinanza è fondato sui due principi del ius soli (diventi cittadino di dove nasci) oppure del ius sanguinis (mantieni la cittadinanza dei tuoi genitori). Vorrei proporre un terzo principio: la concessione della residenza permanente trasferibile ai figli, ma pur sempre revocabile. Chiunque entri in un Paese legalmente, con le carte in regola e un posto di lavoro non dico assicurato ma quantomeno promesso o credibile, diventa residente a vita (senza fastidiosi e inutili rinnovi). In attesa di scoprire quanti saremo, se li possiamo assorbire o meno, questa formula dà tempo e non fa danno. Certo, se un residente viene pizzicato per strada a vendere droga, a rubare, e simili, la residenza viene cancellata e l’espulsione è automatica (senza entrare nel ginepraio, spesso allucinante, della nostra giurisprudenza).
Insisto: l’inestimabile vantaggio di questa formula è che dà tempo. Quanti saremo? Quale sarà il punto di saturazione invalicabile? L’unica privazione di questo status è il diritto di voto; il che non mi sembra terribile a meno che i residenti in questione vogliano condizionare e controllare un Paese creando il loro partito (islamico o altro). Se così fosse, è proprio quel che io raccomanderei di impedire.

Pubblicato da: chinonrisica | 26 gennaio 2012

Il valore del perdono

Domani è un giorno particolare.

IL GIORNO DELLA MEMORIA

In tivù l’orrore di Auschwitz

Le parole pesano come macigni: «Non si può e non si deve perdonare. Se uno sterminio di questa portata può essere perdonato, allora il perdono perde il suo significato perché vuol dire che si può fare tutto. E, poi, loro non ci hanno mai chiesto di essere perdonati». A parlare è Goti Bauer, deportata ad Auschwitz-Birkenau all’età di 19 anni e sopravvissuta al campo di concentramento; «loro» sono i suoi aguzzini, quelli che avevano tolto a lei e ad altri milioni di ebrei «il nome, il padre, la carta d’identità, lasciandoci solo questo numero tatuato sul braccio». Goti Bauer è una dei sei protagonisti di Le non persone, film documentario girato (in 3D) ad Auschwitz da Roberto Olla che andrà in onda domani, alle 23.35) su Raiuno (all’interno di TV7) e su RaiHD (canale 501 del Digitale Terrestre). Con lei, a ripercorrere ciascuno la propria drammatica esperienza in quella fabbrica di morte che fu il lager di Auschwitz, ci sono: Shlomo Venezia, autore del libro SonderKommando 182727; Andra e Tatiana Bucci, sopravvissute ai folli esperimenti di Josef Mengele che le aveva temporaneamente salvate dalla camera a gas credendole gemelle quando avevano solo 4 e 6 anni; Sami Modiano, testimone al processo contro Rudolf Hoss, capo del lager; Piero Terracina, sopravvissuto insieme a Primo Levi.
Se questo documentario esiste, spiega Olla, «è grazie a loro che hanno resistito diversi giorni all’interno del luogo in cui hanno vissuto l’inferno». Perché un conto è tornarci, come hanno fatto e continuano a fare, insieme agli studenti e ai professori per guidarli in una visita in quei luoghi di morte, un altro è rimanerci soli, mentre gli altri girano il film, a tu per tu con ricordi che non potranno essere mai cancellati. Non è un caso se tutti e sei si commuovono mentre raccontano la loro storia davanti alla macchina da presa, appoggiati ad un vagone piombato come quello che, più di sessant’anni fa, li portò oltre quella scritta beffarda Arbeit macht frei, o sulla soglia della baracca dove furono costretti a vivere peggio delle bestie o, ancora, in quelle camere a gas dove sparirono tutti i loro familiari. «Prima io non lo sapevo neanche di essere ebrea, cosa voleva dire per un bambino di 4, di 6 anni essere ebreo?» ricorda Tatiana Bucci mentre sua sorella Andra ammette di essere «una di quei sopravvissuti che vive col senso di colpa dell’esser tornata a casa».
Piero Terracina spiega: «Le SS non perdevano occasione per ricordarci che, da questo campo, saremmo usciti soltanto attraverso il fumo dei camini» e si commuove ricordando la madre: «Aveva il volto bagnato dalle lacrime, ci abbracciò tutti. Ricordo il mio viso contro il suo che si bagnava delle sue lacrime». Anche Goti Bauer ricorda la madre («Il suo ultimo saluto mi ha accompagnato ogni giorno della mia vita. Sono passati 67 anni e ogni giorno io mi rivedo mia madre che passa di qua») mentre Sami Modiano ha ancora in mente le botte prese dal padre che non voleva lasciar andare sua sorella. Ricordi terribili, senza dubbio, ma non solo. Il presidente della Rai Paolo Garimberti cita le parole pronunciate da papa Benedetto XVI ad Auschwitz: «Il passato non è mai solo passato ma ci indica le vie da prendere e quelle da non prendere». La Giornata della Memoria è, e deve essere, anche questo.

Tiziana Lupi

Pubblicato da: chinonrisica | 25 gennaio 2012

C’è chi dice no

Da molte settimane è in atto un confronto tra Università e Provincia per la redazione di un nuovo Statuto dell’Ateneo,uno Statuto che darebbe spazio, nel CdA, a molti rappresentanti della Provincia autonoma.
Un ulteriore passo avanti della politica clientelare della PAT, che compra, paga e vuole decidere, attraverso fidi scudieri piazzati al posto giusto.
Molti docenti si oppongono e il rettore mal tollera questo stato di cose. Ancor meno lo tollera il locale plenipotenziario in missione per conto di Dio, Lorenzo Dellai.
Dissenso, cultura, democrazia….parole ignote a chi ama gestire tutto dall’alto, definisce attacco ogni critica mite e si arrocca nel potere, gestito in modo piccino, che molta codardia interna gli ha consentito.
Per fortuna c’è chi risponde a tono, senza paura e con la pacata serenità di chi vive con passione il suo ruolo. Guadagnato con lo studio, la pazienza e l’intelligenza.

A seguire l’articolo di Giovanni Pascuzzi, pubblicato sul Trentino di oggi.

Caro presidente Dellai, Le scrivo dopo aver letto il Suo editoriale pubblicato lunedì scorso sul Trentino. Lei si rivolge ai professori dell’Università di Trento (impegnati in una discussione su un passaggio importante qual è l’approvazione del nuovo statuto) per dire che molti di noi non avrebbero capito l’opportunità storica che ci viene offerta, opportunità che Lei, se ben comprendo, potrebbe discrezionalmente toglierci.
La mia prima reazione è stata di meraviglia. Per un motivo squisitamente tecnico. Lo statuto dell’Università deve rispettare la norma di attuazione della delega delle funzioni statali in materia di università (d. lgs. 142/2011). Ne consegue che è legittimo qualsiasi statuto non in contrasto con la norma di attuazione. Poiché nessuno sta proponendo modifiche alla bozza di statuto in contrasto con la norma di attuazione (da Lei tracciata) perché, Presidente, è intervenuto in maniera così pesante nel nostro dibattito interno? Avremo almeno il diritto di discutere liberamente, nell’ambito di un recinto normativo ben definito, senza essere condizionati da velate minacce?
Ma non voglio soffermarmi nel merito. Lo farà chi ricopre ruoli istituzionali. Le parlo da semplice professore quale sono, su un aspetto che mi ha colpito della Sua lettera: il tono.
Nessuno disconosce che la PAT con i suoi finanziamenti ha agevolato alcune ricerche di eccellenza. Ma esistono, per fortuna, nel nostro Ateneo tante altre eccellenze che pure si sono realizzate in maniera autonoma e indipendente da quei finanziamenti. Lei, però, sembra sottolineare che solo le prime hanno valore, non le seconde. Ancora: nessuno Le nega il diritto di prefigurare nuovi modelli di governance ironizzando su chi cita Federico II. Al futuro, però, guardava anche Federico II, e, se ancora oggi ne parliamo, vuol dire che qualche visione giusta l’ha avuta anche lui: chissà se tra qualche tempo qualcuno parlerà di noi. E inoltre: nessuno nega l’importanza che la Provincia autonoma ha avuto ed ha nella vita di questo Ateneo. Ma dire che chi vuole apportare dei cambiamenti ad una bozza di statuto lo fa unicamente per difendere posizioni corporative e autoreferenziali significa, alle mie orecchie, formulare un’ingiusta generalizzazione. Probabilmente Le interessa poco, ma vorrei avere la possibilità di raccontarLe la mia storia: proprio per ribellarmi ad un certo modo di intendere l’accademia e per non cedere alla vera corporazione, ho pagato prezzi personali altissimi. E proprio perché ho vissuto queste esperienze, posso dirLe che dalle Sue buone intenzioni (che nessuno nega) possono nascere comportamenti che alimentano quei fenomeni senza affatto distruggerli.
Presidente, il tono della Sua lettera manifesta indifferenza. Indifferenza per chi non è omogeneo al Suo modo di pensare.
Certo ci sono molti modi di esprimere l’indifferenza. Ad esempio farsi eleggere e poi disattendere ciò che la maggioranza elettorale chiede. C’è l’indifferenza di chi non ascolta perché crede di avere la verità in tasca. La Sua è l’indifferenza del linguaggio. La Sua minaccia di dirottare altrove i fondi della collettività (per inciso: quando dice questo, esprime l’opinione di tutta la Sua maggioranza?) ricorda l’atteggiamento di quei genitori che dopo aver adottato un bambino lo restituiscono all’orfanotrofio perché ha un carattere difficile.
A volte seguo i dibattiti sul ruolo dei cattolici in politica. Penso a personaggi come Degasperi, Moro, Bachelet. Mi chiedo se mai di fronte alle critiche (non al disegno, che essendo contenuto nella norma di attuazione non può essere messo in discussione, ma allo statuto che è un atto di autonomia) quei Padri avrebbero reagito ventilando ritorsioni. Forse, per migliorare le cose nel nostro Paese, basterebbe che i politici tornassero ad usare un linguaggio più consono: il linguaggio del rispetto delle opinioni degli altri.
Io credo che nulla si possa costruire se non ci si rispetta come persone. Personalmente, mi sforzo di ascoltare tutti. Ascoltare davvero, perché tutti hanno qualcosa da insegnarmi. Sento spesso parlare di leadership. Ma intanto può esistere un leader, in quanto esiste una squadra. Se non c’è squadra, non c’è nemmeno un leader. E’ una squadra valorizzata a fare grande un leader: è la squadra a fare la differenza.
Una persona come Lei ci viene giustamente invidiata nelle altre regioni: ha coraggio e visione. Ma non crede che per costruire davvero una nuova Università ci sia bisogno di coinvolgere le persone, di motivarle, di farle sentire motori e non esecutori di un progetto? Davvero tutti quelli che hanno capito stanno da una parte e tutti quelli che non hanno capito stanno dall’altra? Davvero non si può far notare che la bozza di statuto contiene disposizioni che si pongono in contrasto con ineludibili principi giuridici (con tutto il rispetto dovuto, ovviamente, per chi ci ha lavorato)? Perché non ascoltare le richieste della maggioranza delle persone che giorno per giorno fanno vivere questo Ateneo? Non mi sento la Sua controparte: credo di essere uno dei tanti che compongono un capitale umano che merita di essere valorizzato.
Probabilmente non riuscirò a fare breccia nel Suo modo di pensare. E allora chiudo con un suggerimento. Per anni Lei ha detto che il Trentino deve investire in ricerca e formazione. Ora minaccia di cambiare idea al sol profilarsi di critiche sulla bozza di nuovo statuto. Non c’è bisogno che Lei rinneghi la strategia che ha seguito per tanto tempo. Anche se non me ne intendo, credo non Le gioverebbe sul piano politico. È sufficiente aggiungere una semplice disposizione alla norma di attuazione: permettere a tutti professori dell’Università di Trento di trasferirsi, a richiesta, in un’altra Università statale a scelta. Così da essere certi che rimangano qui solo quelli che condividono senza riserve il progetto che sta maturando.
Ognuno può scegliere di andar via. Una norma del genere aiuterebbe a snellire i vincoli della legislazione nazionale. Forse renderebbe il Suo Trentino più libero da “quelli che non capiscono”. Forse, però, lo lascerebbe più piccolo e solo.
Un saluto cordiale.
Giovanni Pascuzzi professore dell’Università di Trento

Pubblicato da: chinonrisica | 24 gennaio 2012

Quadrimestre

Lavoro di fine quadrimestre: registri da compilare, voti da definire, programmi da mettere a punto. Niente come la scuola evidenzia il trascorrere del tempo. Inizia con le calde giornate di settembre ed è già Natale….In un attimo dobbiamo occuparci di avere materiale a sufficienza per definire la fine dell’anno scolastico.
Amo il mio lavoro e vorrei poterlo gestire in modo meno rigido e burocratico. Mi piace vedere i ragazzi che imparano, maturano, si stupiscono e poi imparano ancora; una crescita umana che somiglia alla crescita vera e propria, quella che, da madre, ho sperimentato con i miei figli.
Quando li incontro di nuovo,i miei studenti, adulti e genitori alle prese con la vita, sento di essere stata una piccola parte del loro passato e mi chiedo se sono stata una parte buona, utile oppure no.
Un lavoro di semina, diceva Don Rossi- uno dei miei insegnanti più cari- un lavoro che scompare nella terra e cheserve, però, a far crescere bene la pianta.
Le mani sporche di gesso o di biro, non di terra, l’armadietto sempre troppo piccolo o troppo pieno, uno stipendio striminzito e molta fatica: sono un’insegnante.

Pubblicato da: chinonrisica | 22 gennaio 2012

Un’Autostrada di privilegi

Una citazione eccellente per il mio lavoro di consigliere. Dopo IL Fatto Quotidiano, anche IO Donna( settimanale femminile del Corriere della Sera) si occupa della mia interrogazione sulle tessere gratuite per l’autostrada del Brennero. A pagina 68 del numero in edicola ieri Claudio Sabelli Fioretti interviene come segue….Buona lettura

Un’autostrada di privilegi. Omaggio degli elettori

SENZA VERGOGNA. L’intervento di Claudio Sabelli Fioretti, su “Io donna”

GLI ITALIANI CHE VOLESSERO PERCORRERE l’autostrada del Brennero da quest’anno dovranno pagare l’1,22 per cento di più. Non è una grande cifra. Da Campogalliano al confine si pagavano 21,30 euro. Adesso se ne pagheranno 21,55. Se ne faranno una ragione e sborseranno quei 25 centesimi senza fiatare. Ma c’è una categoria di persone che se ne fregherà ancora di più. Sono i consiglieri regionali del Trentino Alto Adige i quali godono, dal novembre del 2008, del privilegio stabilito da una delibera regionale che stabilisce il diritto per loro di una tessera di libera circolazione a carico del bilancio della Regione. Giovanna Giugni, consigliere del Comune di Trento (il quale Comune è azionista della società che gestisce l’autostrada) ha rivolto un’interrogazione al suo sindaco e al momento non è dato sapere quale sarà la reazione del primo cittadino, Alessandro Andreatta, e se ce ne sarà mai una.

Resta l’evidente esagerazione di Giovanna Giugni: i consiglieri regionali non hanno chiesto nemmeno la tessera di libera circolazione sugli impianti di risalita. Quella sì che sarebbe utile. E che dire di una bella tessera sconto nei supermercati della Famiglia cooperativa? E 10 mila punti omaggio sulla tessera Millemiglia? E perché mai privarli di una tessera di libero ingresso al cinema? E il canone, il canone della Rai, siamo proprio sicuri che i consiglieri regionali del Trentino Alto Adige debbano pagarlo? Li abbiamo eletti noi. Vogliamo che vivano nell’indigenza?

Su “Io donna”, 21 – 27 gennaio 2012

Pubblicato da: chinonrisica | 20 gennaio 2012

L’Uomo nell’arena

Già da tempo volevo inserire nel blog questo testo che traduce in parole nobili il detto popolare “sol chi non fa non sbaglia”.
A volte ho l’impressione di tessere la tela di Penelope, disfatta, però, non da me nottetempo, ma da una serie infinita di piccolezze , di imprevisti, di minute e molteplici difficoltà.
Mettersi in gioco, rischiare e fare ciò in cui si crede….Difficile conciliare tutto questo con la felicità.

L’UOMO NELL’ARENA

(di T. Roosevelt)

(…) Non è il critico che conta, né l’individuo che indica come l’uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un’azione.

L’onore spetta all’uomo che realmente sta nell’arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c’è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l’obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta.

Pubblicato da: chinonrisica | 19 gennaio 2012

Metafore

So di non essere originale, ma in questi giorni ho pensato spesso che il naufragio della Concordia fosse una metafora della nostra Italia.
Una nave “sanza nocchiere in gran tempesta”, naufragata, alfine; alle prese con un comandante imbelle e codardo e con una guida decisa e responsabile, purtroppo lontana dagli accadimenti e in grado solo di minimizzare i danni.
Mi ha colpita la forza virile del comandante De Falco, quella che molte donne sognano di trovare in un compagno di vita, soprattutto paragonata alla fuga meschina dell’altro comandante, quello a cui la nave era stata affidata: un comportamento simile a quello che invece molte donne trovano, purtroppo, in molti uomini.
In mezzo, tanta gente, come tutti noi. Gente che fugge spaventata, che torna nei Paesi d’origine, che trova isolani accoglienti e ospitali, soccorritori generosi, che parla, racconta, cerca, si dispera. O forse spera ancora.
La nave come il nostro Paese: inclinato per inchinarsi, maestoso e in rovina, da cui si fugge e in cui ancora si cerca, dal quale si tenta di drenare carburante, perchè non aggiunga disastro a disastro.
E i comandanti ,poi, sono davero raffrontabili ad una classe politica cialtrona e insipiente ( che porta la splendida nave sugli scogli) e ad una società che vive e lavora con silenziosa responsabilità, che si affanna ancora a dare il meglio di sè, come può, meglio che può.

Pubblicato da: chinonrisica | 17 gennaio 2012

Il “valore” della democrazia

Dopo l’incontro-dibattito con Gian Antonio Stella, ieri sera a Trento, e dopo aver scoperto che una donazione ad un’associazione di solidarietà sociale gode di una detassazione molto più bassa di quella effettuata ad un partito politico, mi sono fatta qualche domanda sul permanere di queste associazioni private che occupano ogni spazio pubblico e ci costano molto, in termini di denaro e di rappresentanza.
Devo ammettere che sempre più spesso si avverte ostilità, quando ci si presenta come appartenenti ad un partito. Come se la politica non fosse un’attività strettamente collegata alla natura umana.
Politica, però, e non giostra di partiti, naturalmente!!A seguire il link ad un sito che riporta dati importanti sul finanziamento ai partiti. Finanziamento pagato con i soldi delle nostre pensioni, della nostra sanità. A quando un nuovo referendum che abolisca la legge che tutti i partiti difendono, senza renderla troppo palese e che assegna un euro per ogni voto? La democrazia è un “valore” soprattutto perchè costa?

http://www.giornalettismo.com/archives/189293/quanto-ci-costa-votare-i-miliardi-che-regaliamo-ai-partiti/

Quanto ci costa votare: i miliardi che regaliamo ai partiti
Tommaso Caldarelli Tweet 16 gennaio 2012
La famelica macchina dei rimborsi elettorali nel libro di Paolo Bracalini
La democrazia ha un costo? I costi della politica sono sopportabili, o il carosello degli incravattati del Parlamento sta mandando a ramengo il bilancio dello stato? I partiti, custodi secondo la nostra Costituzione del gioco democratico del paese, sono organizzazioni elefantiache che, in Italia come nel resto del mondo, hanno un costo non indifferente, da finanziare in qualche modo. La scelta, nel nostro paese, è quella di sostenere la politica con un imponente legislazione che impone al contribuente, ai conti pubblici insomma, un trattamento di assoluto favore per le organizzazioni politiche, che ottengono per ogni voto una certa quota in risarcimento.

IL COSTO DEI PARTITI – Per la precisione, racconta Paolo Bracalini nel suo Partiti SpA di recente pubblicazione, dopo il referendum del 1993 che abolì la legge per il contributo pubblico alla politica, il legislatore italiano aggirò il risultato referendario per arrivare alla legge del rimborso, che “reintroduceva di fatto il finanziamento pubblico sotto forma di rimborso elettorale. Il rimborso, disponeva la legge, non sarebbe stato calcolato sulla base delle spese, ma moltiplicando il numero degli italiani quale risultava dall’ultimo censimento, compreso i non aventi diritto, moltiplicato per lire 1600″. Il risultante sarebbe poi stato spartito dai partiti in base alle percentuali ottenute; tale ammontare è stato da ultimo aggiornato al 2002 quando viene elevato ad un euro per ogni cittadino per ogni anno di legislatura, il che vuol dire che per ogni periodo elettorale il partito prende un euro all’anno per voto (analogo trattamento per le elezioni amministrative a cui i partiti partecipano). Spese di campagna elettorale, manifesti, propaganda, invii in contrassegno postale sono le spese più comuni che i partiti affrontano: ecco i totali di questo assalto alla diligenza, nelle tabelle elaborate da Bracalini
I totali sono impressionanti: in due tranche, prima delle elezioni del 2008 che hanno visto un radicale mutamento del quadro politico, Forza Italia riceve quasi 300 milioni di euro in cinque anni, i Ds si fermano poco sopra i 200, segue Alleanza Nazionale che arriva a 140 milioni di euro, ancora la Margherita con 134 milioni di euro, Rifondazione Comunista con oltre 70 milioni di euro, la Lega Nord con 55 milioni di euro, di poco preceduta dall’UdC con 62 milioni di euro: peraltro, alcuni di questi partiti non hanno nemmeno partecipato a tutte le competizioni elettorali. Dal 2008 ad oggi, poco più di tre anni dunque, gli importi sono impressionanti: il neonato PdL è a 350 milioni euro di rimborso elettorale, il PD si assesta quasi a 250 milioni, la Lega è un soffio sotto i 90mila euro e giù giù con i quasi 55 milioni di IdV e di UdC, 13 milioni per la Sinistra Arcobaleno. In oltre dieci anni, a conti fatti, arriviamo a quasi 2 miliardi di euro per tutta la macchina della politica.

Pubblicato da: chinonrisica | 14 gennaio 2012

Senza Parole!!

COMPENSI D’ORO
Se il vice di Durnwalder guadagna più di Sarkozy
Dai presidenti agli assessori di Alto Adige e Trentino,
i super stipendi delle Province autonome vincono su tutti
COMPENSI D’ORO

Se il vice di Durnwalder guadagna più di Sarkozy

Dai presidenti agli assessori di Alto Adige e Trentino,
i super stipendi delle Province autonome vincono su tutti

Bravissimi, bravissimi, bravissimi. Pagato il pedaggio di riconoscere a trentini e altoatesini che le loro terre sono governate meglio di gran parte del resto d’Italia, si può sommessamente dire che non va bene che un assessore bolzanino guadagni di più che un ministro di Berlino?

Lo denuncia, col titolo «Fette Diäten» (Grasse indennità) il quotidiano sudtirolese Neue Südtiroler Tageszeitung , diretto da Arnold Tribus, liberale, radicale, amico di Alex Langer, malvisto dai separatisti almeno quanto è amato da chi auspica un Alto Adige europeo e serenamente bilingue. Meno male. Meno male perché non c’è occasione in cui chi tocca il tema dei costi della politica quassù, sollevando perplessità su certe storture che scatenerebbero l’iradiddio se avvenissero a Napoli, Palermo o Catanzaro, non venga investito dal lamento per l’onore offeso delle genti alpine. E come sui Nebrodi o in Aspromonte divampano i sospetti sul complotto nordista, qui dilagano i dubbi su una congiura anti-autonomista.

Esente dal sospetto di essere nemica dell’autonomia, che anzi difende accanitamente, la Tageszeitung si prende dunque la libertà di dire cose scomode. A partire da certi confronti. Non solo quello noto tra le buste-paga mensili di Luis Durnwalder (appena limata a 25.620 euro) e Barack Obama (23.083 al cambio di ieri), ma tanti altri. Che potrebbero consentire al giornale di rifare il titolo ironico di tre anni fa: «Poveri tedeschi!».Poveri davvero, sia quelli di Germania sia i cugini austriaci. Il giornale, sommando indennità, diarie e rimborsi forfettari, fa ad esempio un paragone tra gli introiti mensili reali (se poi ciascuno dà soldi al partito è un’altra faccenda, ma non può essere a carico dei cittadini) di rappresentanti istituzionali più o meno paralleli.

Bene, il presidente del parlamento del Libero Stato di Baviera, Barbara Stamm, guadagna ogni mese al lordo 14.841 euro. Quello del Bundestag a Berlino, Norbert Lammert, 16.504. Quella della Camera austriaca Barbara Prammer, 17.136. E quello del consiglio provinciale altoatesino Mauro Minniti 21.440. Più del doppio rispetto al pari-grado del Tirolo austriaco Herwig Van Staa, che di euro ne prende, dice la «NST», 8.902.
Ma sono tutti i paragoni del giornale tedesco a essere, diciamo così, curiosi. La vicepresidente dell’assemblea provinciale bolzanina Julia Unterberger, con 17.220 euro lorde, risulta avere ogni mese quasi seimila bigliettoni in più rispetto a Hillary Clinton, che come segretario di Stato americano guadagnerebbe, stando ai siti ufficiali, 136.204 euro l’anno, cioè 11.350 al mese.
Certo, Durnwalder ha ragione quando dice che lavora 17 ore al giorno (chi vuole controlli: alle sei di mattina è in ufficio) e che il suo stipendio è «un terzo di quello del direttore generale della Cassa di risparmio locale». La Bbc , l’anno scorso, fece la lista degli uomini più pagati del pianeta: David Tepper riceveva da Appaloosa Management un salario di 4 miliardi di dollari, George Soros dal Soros Fund 3,3, James Simons da Renaissance Technologies 2,5. E bene ha fatto Obama a sottolineare più volte che sono cifre offensive. Detto questo, però, lì parliamo di soldi «privati» (tra virgolette, ovvio: in caso di tracolli finanziari troppo spesso sono tirati poi in ballo i governi e con loro i cittadini) e qui di soldi «pubblici». E i confronti si fanno tra figure confrontabili.

Ed ecco che colpisce il distacco non solo tra il «lordo» mensile di Durnwalder rispetto al governatore del Tirolo Günther Platter, che con 13.353 euro prende poco più della metà del «cugino». Ma più ancora quello del presidente della giunta provinciale trentina Lorenzo Dellai (21 mila euro: erano 21.539) rispetto a quello del cancelliere Angela Merkel: 18.883. È demagogico chiedere se sia normale che Rosa Thaler, presidente dell’assemblea regionale trentina (organo ormai svuotato dal rafforzamento dei due consigli provinciali che lo compongono abbinandosi ogni tanto) abbia una busta paga di 21.300 euro, cioè maggiore di quella del cancelliere austriaco Werner Faymann? O che Hans Berger, il «vice» di Durnwalder, prenda 24.360 euro lordi al mese contro i 21.133 di Nicolas Sarkozy?
Quanto ai «soldati semplici», accusa il giornale tedesco di Bolzano, le differenze sono altrettanto nette: un «deputato» del land bavarese prende 6.881 euro lorde al mese, un consigliere tirolese a Innsbruck 4.748, un parlamentare al Bundestag di Berlino 8.252, uno alla Camera viennese 13.872. Sopra a tutti, un consigliere provinciale altoatesino se ne ritrova in busta paga 14.000. Se il segretario generale dell’Onu Ban Ki moon ne prende 13.823 c’è o no qualcosa che non va? O c’è chi pensa di cavarsela con la tesi che è Ban Ki moon a esser sottopagato?

Sono sottopagati i ministri germanici del governo Merkel e quelli austriaci del governo Faymann, che secondo la «NST» prendono rispettivamente 16.300 e 16.320 euro al mese o sono pagati troppo gli assessori altoatesini che di euro ne portano a casa mensilmente, ancora al lordo, 23.100? Torniamo a dirlo e ridirlo: qui non si contesta l’accordo internazionale che ha garantito giustamente all’Alto Adige e di sponda al Trentino una larga autonomia. E ci è facile riconoscere a chi ha governato quelle montagne, quelle valli, quelle città bellissime non solo di essersi fatto carico di mille competenze (strade, scuole, sanità, paesaggio…) altrove a carico dello Stato, ma di aver lavorato meglio di altri. La prova: Bolzano e Trento svettano sempre in cima a tutte le classifiche sulla qualità della vita.

Ma proprio per difendere quei risultati occorre che quelle autonomie virtuose si sgravino delle zavorre denunciate anche da giornali non certo centralisti come il Corriere del Trentino di Enrico Franco o l’Adige di Pierangelo Giovanetti. Che dopo aver espresso dubbi su certe prebende trentine (17.949 euro agli assessori, 9.432 al sindaco del capoluogo, 8.847 a quello di Rovereto, 7.461 a quello di Comuni come Riva del Garda: proporzionalmente 66 volte più di quello di Milano) hanno messo sotto accusa l’accumulo sbalorditivo di enti locali. Che qui sono cinque: Regione, Provincia, Comuni, Comunità di Valle e Circoscrizioni. E tutte distribuiscono soldi. Basti dire che le 16 «comunità» danno ai membri degli esecutivi almeno 867 euro, ai vicepresidenti almeno 1.060, ai presidenti da 2.891 a 3.533. Quanto alle circoscrizioni, che sono 12 a Trento e 7 a Rovereto nonostante siano state abolite in tutt’Italia sotto i 250.000 abitanti, i soli presidenti costano 360.000 euro l’anno. L’Adige ha fatto i conti: la spesa totale per le indennità dei 5 organismi è di 50.468.000 euro l’anno. Pari a 95,3 euro per abitante. Tutti «costi indispensabili della democrazia»?

Gian Antonio Stella
13 gennaio 2012 (modifica il 14 gennaio 2012)

Pubblicato da: chinonrisica | 13 gennaio 2012

Il Parlamento lavori, ora!

http://www.giornalesentire.it/2012/gennaio/213/referendum–legiferare-dal-basso-e-impossibile.html

Lo aveva detto in anticipo, Michele Ainis, che la Consulta non avrebbe ammesso i quesiti. In un articolo molto coraggioso, sul Corriere, proprio quando ferveva il sacro fuoco della raccolta firme.
Una raccolta che ha avuto il difetto di illudere un popolo stremato: dal governo Berlusconi, dalle manovre ripetute, da politicanti indegni. Oggi, senza l’arietta saputella di chi dimostra di avere avuto ragione e senza slogan, lo stesso Ainis sollecita una modifica parlamentare rapidissima di questo abominio elettorale. Non si perda tempo in altro. O le piazze esploderanno, davvero.
(Il link all’inizio è al giornale on line Sentire)

“Ora cambiatela, e in Fretta” (Michele Ainis).
13/01/2012 Corriere della Sera

Nessun miracolo, Lazzaro non è resuscitato; sicché rimane in vita il Lazzarone. Ossia la nostra pessima legge elettorale, che i referendari avrebbero voluto cancellare riesumando il Mattarellum. Reviviscenza, è questo il nome in codice del marchingegno giuridico sottoposto alla Consulta. Ma la giurisprudenza costituzionale ha sempre escluso le resurrezioni (sentenze n. 40 del 1997, 31 del 2000, 24 del 2011); anche perché altrimenti, se un referendum sancisse l’abrogazione dell’ergastolo, otterrebbe il paradossale effetto di ripristinare la pena capitale. E in secondo luogo la Consulta, fin dalla sentenza n. 29 del 1987, ha sempre acceso il rosso del semaforo contro i referendum totalmente abrogativi d’una legge elettorale: in caso contrario ogni legislatura durerebbe un secolo, se il Parlamento non colmasse la lacuna.
Insomma l’inammissibilità di questo referendum (diagnosticata da chi scrive lo scorso 16 settembre, sul Corriere) era un po’ a rime obbligate. Chissà come abbia poi preso corpo l’opposta sensazione, misteri della fede. E tuttavia, nonostante la legittima amarezza di quanti avrebbero voluto disfarsi del Porcellum, il rispetto dei propri precedenti da parte delle Corti rimane un valore irrinunziabile. Perché restituisce certezza al nostro orizzonte collettivo, e perché la certezza — diceva Lopez de Oñate, un giovane filosofo cui la sorte non concesse d’invecchiare — rappresenta la specifica eticità del diritto.
Sennonché questo no incondizionato al referendum non era senza alternative, altrimenti i giudici costituzionali non ci avrebbero messo due giorni per decidere. E fra i precedenti che la Consulta ha via via collezionato c’è pur sempre la sentenza n. 16 del 2008, dove si leva l’indice contro gli «aspetti problematici» della (ahimè) vigente legge elettorale. Come coniugare dunque la certezza e la giustizia? Rifiutando il referendum, ma al contempo impugnando l’incostituzionalità della legge timbrata dall’ex ministro Calderoli. Se la Consulta avesse imboccato questa strada, i partiti avrebbero avuto qualche mese per licenziarne la riforma; in caso contrario sarebbe scattata la mannaia. Tuttavia la nostra Corte non l’ha fatto, probabilmente le è mancato qualche grammo di coraggio. E il coraggio — mormorava don Abbondio — chi non ce l’ha, non se lo può dare.
Che cosa resta allora di questo referendum? Restano un milione e 200 mila firme raccolte in un battito di ciglia, a testimoniare l’odio popolare verso una legge che sancisce il divorzio dei rappresentanti dai rappresentati. Resta l’esigenza di non frustrare più in futuro gli sforzi del comitato promotore, magari anticipando il verdetto della Corte costituzionale al giorno precedente la raccolta delle firme, anziché al giorno successivo. O meglio ancora facendo spazio nelle nostre istituzioni al referendum propositivo, accanto a quello abrogativo: e allora sì, la reviviscenza non sarebbe più vietata. Infine resta la domanda di coinvolgere gli elettori nelle faccende che riguardano gli eletti, a partire dal modo con cui vengono eletti.
E c’è poi, alla fine della giostra, un imperativo categorico che si rivolge alla giostra dei partiti. Cambiate questa legge elettorale, risparmiateci lo strazio del terzo Parlamento nominato anziché eletto. Spazzate via le liste bloccate, e già che ci siete anche questo premio di maggioranza senza soglia minima, un espediente che non aveva osato neppure Mussolini. Rimpiazzatela con un maggioritario puro, con un proporzionale distillato, o se vi pare con un maggiorzionale. Ma fatelo, non foss’altro che per dare senso al vostro ruolo in Parlamento, mentre il governo Monti tira avanti da solo la baracca. Dopotutto l’ozio è il padre dei vizi.

Da Il Corriere della Sera del 13/01/2012.

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